la Repubblica, 23/02/2000, 23 febbraio 2000
Harry Griffin, direttore del Roslin Institute di Edimburgo, il ”padre di Dolly” intervistato da Antonio Polito su ”la Repubblica” del 23 febbraio: «Il brevetto ci dà la proprietà intellettuale della tecnica che noi abbiamo sperimentato con successo su Dolly, non delle vite che un giorno dovessero derivare
Harry Griffin, direttore del Roslin Institute di Edimburgo, il ”padre di Dolly” intervistato da Antonio Polito su ”la Repubblica” del 23 febbraio: «Il brevetto ci dà la proprietà intellettuale della tecnica che noi abbiamo sperimentato con successo su Dolly, non delle vite che un giorno dovessero derivare. Se noi non avessimo chiesto il brevetto, l’unica differenza sarebbe che la clonazione potrebbe farla chiunque, una volta cambiata la legge. Non vedo il vantaggio etico [...] Noi pensiamo che da embrioni umani clonati, nella primissima fase del loro sviluppo (sei, sette giorni), possiamo ottenere cellule staminali, immuno-compatibili, in grado di svilupparsi in tessuti o in organi per trapianti, o di riparare geneticamente molte comuni malattie degenerative, come la leucemia, il diabete, il morbo di Alzheimer, alcune cardiopatie, epatiti e distrofie muscolari. Sia chiaro, non puntiamo a costruire per ogni paziente un patrimonio di cellule di ricambio: sarebbe insensato e impossibile». Griffin si dimostra scettico sulle possibilità di arrivare in pochi anni alla clonazione umana: «Finora sono state clonate con successo pecore, capre e vitelli. Noi ci stiamo provando con i maiali ma non ci siamo ancora riusciti. Scientificamente clonare un essere umano dovrebbe essere possibile, ma siamo ancora molto lontani [ ...] E poi sarebbe insensato, oltre che sbagliato, tentare di creare la copia perfetta di un essere umano. Per dare figli alle coppie sterili è molto più facile e meno rischioso ricorrere alla provetta, e così resterà ancora a lungo».