Gabriel Bertinetto, líUnit 16/03/2000, 16 marzo 2000
Tra Taipei e Pechino c’è un armistizio che nessuno vuole rompere per primo. «A lungo l’atteggiamento cinese si era incardinato sulla minaccia di intervenire militarmente contro Taipei, solo se nell’ex Formosa si fosse verificato uno dei seguenti avvenimenti: proclamazione dell’indipendenza, intervento straniero
Tra Taipei e Pechino c’è un armistizio che nessuno vuole rompere per primo. «A lungo l’atteggiamento cinese si era incardinato sulla minaccia di intervenire militarmente contro Taipei, solo se nell’ex Formosa si fosse verificato uno dei seguenti avvenimenti: proclamazione dell’indipendenza, intervento straniero. Data la loro alta improbabilità, in pratica ciò equivaleva all’accettazione dello status-quo, cioè l’esistenza di due Cine, una legittima (quella comunista) e l’altra no, ma pur sempre due entità di fatto. Pechino poteva, paradossalmente, fare affidamento sulla permanenza al potere del Kuomintang, cioè proprio dei suoi più acerrimi nemici. Chiang Kai-shek prima, i suoi eredi politici poi, condividevano infatti, con speculare e contrapposta assolutezza ideale e programmatica, l’obiettivo storico della riunificazione, anche se per loro ovviamente i ”ribelli” da domare stavano sul continente. Ma proprio perché, al pari della Repubblica Popolare, i nazionalisti proiettavano quel traguardo in un orizzonte temporale indefinito, si adattavano tanto quanto i loro nemici ad un modus vivendi, conflittuale solo quanto può esserlo un armistizio che nessuno vuole rompere».