Marina Forti, il manifesto 05/07/2000, 5 luglio 2000
Il Partito rivoluzionario mongolo aveva governato per settant’anni e domenica 2 luglio, alle elezioni politiche, è tornato al potere conquistando 72 dei 76 seggi del Grande Hural, il parlamento
Il Partito rivoluzionario mongolo aveva governato per settant’anni e domenica 2 luglio, alle elezioni politiche, è tornato al potere conquistando 72 dei 76 seggi del Grande Hural, il parlamento. Sconfitta l’Unione democratica. Il leader del partito rivoluzionario, Nambariin Enkhabjar, ha studiato in Gran Bretagna, parla benissimo l’inglese e s’è convertito alla socialdemocrazia. La Mongolia, la più grande nazione nomade al mondo, è abitata da due milioni e mezzo di persone, in gran parte pastori itineranti. Trentadue milioni i capi di bestiame, tra cammelli, yak e capre cachemire. Il passaggio al libero mercato avviato negli anni ’90 dall’Unione democratica è stato traumatico e alla sconfitta ha contribuito lo zud dell’inverno scorso, un misto di gelo e siccità come non si vedeva da anni. Lo zud ha colpito più di mille famiglie, che hanno perso il bestiame. Secondo le statistiche, un mongolo su cinque ne soffre ancora le conseguenze. Prima della caduta del comunismo, la distribuzione statale del foraggio riparava gli effetti degli zud. Il sistema provvedeva anche a raccogliere i prodotti nelle steppe e portarli in città. Ora, nelle zone più remote, il bestiame vale meno e tutto sale di prezzo man mano che ci si avvicina a Ulan Bator. Per effetto di questa legge economica, molti pastori si sono accampati alle porte della capitale e stanno desertificando le steppe nei dintorni.