Giorgio De Rienzo, Corriere della Sera 13/8/2002, pagina 31., 13 agosto 2002
Marianna de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza, senza alcuna vocazione divenne suor Virginia Maria nel 1591
Marianna de Leyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza, senza alcuna vocazione divenne suor Virginia Maria nel 1591. Affacciandosi a una finestrella del convento notò il giovane Paolo Osio che la guardava dal cortile di fronte. Lui prese a scriverle lettere d’amore, a regalarle fiorellini, libri religiosi, oggetti preziosi, guanti eleganti, finché un giorno, «con chiavi contraffatte», Virginia lo fece entrare in convento e lo «conobbe carnalmente». Lui prese a passar notti intere nel gran letto di lei, «la mala pratica durò per tre anni, tre volte la settimana, et quando più et meno, secondo l’occasione». Dopo aver partorito due bimbi (un maschio nato morto e una «putta» che invece sopravvisse), ammazzarono due suore gettandone una in un pozzo e l’altra in un fiume. Arrestati su ordine del cardinale Borromeo, al processo Virginia disse d’esser stata violentata («fu amore sforzato, che per conto d’amore volontario non l’avrei fatto col re di Spagna») e pure stregata, leccando «una bianca calamita» di Paolo. Per liberarsi del maleficio, giunse a mangiare le feci di lui con «fidigo» e «cipolle», il rito tuttavia non sortì effetto alcuno. Lei fu murata viva in una cella larga tre braccia e lunga cinque da cui uscì solo 13 anni dopo, lui «tenagliato» (torturato con tenaglie incandescenti), mutilato della mano «dritta», impiccato e infine squartato. I tocchi di carne sparpagliati qua e là nei luoghi delle sue malefatte.