varie, 14 agosto 2002
ROSSANDA
ROSSANDA Rossana Pola (Croazia) 23 aprile 1924. Giornalista. Giovanissima antifascista, brillante allieva del filosofo Antonio Banfi, è stata dirigente del Pci fino alla fine degli anni ’60. Chiamata da Togliatti, prima donna in Italia, a dirigere la Casa della cultura di Milano, si occupò in modo particolare ai problemi della scuola e della cultura nel periodo (1963-68) in cui fu deputata. Nel 1968, uscì il suo L’anno degli studenti. Nel 1969, dopo il XII Congresso nazionale del Pci (Bologna), promosse - insieme a Lucio Magri, Luigi Pintor e Aldo Natoli - la nascita della rivista ”Il Manifesto”: il tentativo di rimettere in discussione la cultura politica del Pci, e di «uscire da sinistra» dallo stalinismo, si concluse con la radiazione dal partito. Da allora, la vita politica di Rossanda ha coinciso con quella del ’manifesto”, diventato nel frattempo quotidiano. Tra i suoi libri: Un viaggio in Spagna, Le altre, Appuntamenti di fine secolo (con Pietro Ingrao). «[...] Sono nata a Pola, in una terra di frontiera. Sono venuta su in una famiglia che aveva un’idea della convivenza non nazionalista. Negli Anni Venti e Trenta, prima che me ne andassi via, si parlava tedesco, sloveno, italiano, in una quotidianità plurilingue, ancora priva di tensioni etniche. [...]» (Alessandra Longo, ”la Repubblica” 11/2/2005). «[...] Io sono stata tra i primi a criticare l’Unione Sovietica e per questo sono stata espulsa dal Pci, insieme agli altri compagni fondatori del ”manifesto” [...] fu un provvedimento giusto perché ormai non eravamo più d’accordo su niente. E poi non cademmo nel vuoto, ma nella braccia del movimento in un periodo di grande fermento sociale. Questo non toglie che quell’espulsione fu una delle mie grandi perdite [...] Tutta la mia vita ne è stata scandita. A cinque anni persi la mia casa di Pola, una bella villa con giardino, perché mio padre, che faceva il notaio e aveva investito tutti i suoi denari nelle cave di pietra istriane, fu travolto dalla crisi del 1929. [...] La mia vera strada era quella di storica dell’arte, un interesse che mi sembrò totale finché non vinse quello per la politica. Più tardi, nel ’63, mi pesò molto non fare più la funzionaria di partito a Milano ma la parlamentare a Roma. Non era il posto per me. Intanto avevo perso due genitori ancora giovani. [...] sono una donna del Nord, ho fatto un lavoro da uomo e non mi piace mettere le viscere per terra. Ma non sono fredda, ho sempre frequentato le passioni. E le delusioni. Sa quando mi vennero i capelli bianchi? [...] Nel 1956, durante l’invasione sovietica dell’Ungheria. Tutta quella vicenda si è coagulata nella mia mente attraverso una foto che mostrava un funzionario impiccato a un fanale, il volto scomposto, e sotto di lui alcuni operai della fabbrica in rivolta che ridevano. Mi dissi: ci odiano. Non i padroni, i nostri ci odiano. Avevo 32 anni e mi ritrovai di colpo sbiancata [...] Non sono stata bella e non mi ci sono mai sentita. Del resto i modelli della mia giovinezza erano Greta Garbo e Norma Shearer, mentre io ero grassottella e con i capelli dritti. [...] due matrimoni. Il primo con Rodolfo, figlio del filosofo Antonio Banfi, mio maestro. Siamo stati sposati vent’anni, un po’ separati in casa ma molto amici. Ora è morto ed è stato un grande dispiacere. Quando avevo 40 anni ho poi incontrato Karol [...]» (Stefania Rossini, ”L’Espresso” 17/3/2005).