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 2002  agosto 24 Sabato calendario

AMERI Enrico Lucca 15 aprile 1926, Albano Laziale 6 aprile 2004. Giornalista. Radiocronista. «Voce storica di Tutto il calcio minuto per minuto, cui ha lavorato sin dalla prima puntata (1960), è entrato in Rai nel 1949 dopo un concorso per radiocronisti

AMERI Enrico Lucca 15 aprile 1926, Albano Laziale 6 aprile 2004. Giornalista. Radiocronista. «Voce storica di Tutto il calcio minuto per minuto, cui ha lavorato sin dalla prima puntata (1960), è entrato in Rai nel 1949 dopo un concorso per radiocronisti. Si è occupato inizialmente di fatti di cronaca e di ciclismo e nel 1954 è stato inviato in Indocina. Ha debuttato nel calcio nel 1955 con la radiocronaca di Udinese-Milan […] In tv ha condotto la prima edizione de Il processo del lunedì (1980)» (Enciclopedia della Televisione Garzanti, a cura di Aldo Grasso, Garzanti 1996). « stata la voce più celebre del calcio italiano [...] La voce più celebre di un´epoca in cui il calcio era soprattutto radio, racconto a voce. Resterà per sempre in uno degli slogan più popolari, ”scusa Ameri” di cui era protagonista ma che venne pronunciato migliaia di volte alla radio da schiere di telecronisti colleghi, in primo luogo Sandro Ciotti [...] Era entrato in Rai nel 1949 e la sua prima radiocronaca, un Udinese-Milan, è del 1955. L´ultima fu un Genoa-Juventus del ”91, prima di andare in pensione. Ne hanno calcolate circa milleseicento, comprese quelle storiche e immortali per almeno tre generazioni di italiani, dalla finale dei Mondiali vittoriosi nell´82, alla tragedia dell´Heysel. Ma aveva raccontato anche lo sbarco sulla Luna da Cap Canaveral, era stato inviato di guerra in Indocina, nello sport aveva seguito anche il ciclismo, le Olimpiadi e tutti gli eventi più importanti in quarant´anni di storia. Resterà il simbolo più riconoscibile di un calcio mediaticamente all´opposto di quello attuale: le partite della domenica erano protette all´inverosimile, "Tutto il calcio minuto per minuto" iniziava addirittura dal secondo tempo, e lui era la voce che annunciava a milioni di tifosi incollati alle radioline (espressione che nasce proprio da lì) il risultato del primo tempo della partita più importante della giornata. Ma non erano pochi quelli che, nelle gare serali di coppa sempre più trasmesse dalla tv, azzeravano l´audio del televisore e accendevano la radio per seguire la partita con il "ritmo Ameri", instancabile, incalzante, il motto "rete!" secco come un fucilata e mai urlato. Con le dovute eccezioni, come il bagno di follia collettiva del Mundial 82 quando si urlava eccome, il file Mp3 dell´estasi ai gol di Rossi-Tardelli-Altobelli è merce da collezione su internet. Con Sandro Ciotti, celebrato come la voce più letteraria del calcio, il dualismo è sempre stato intenso. Troppo diversi, per quanto accaniti avversari in interminabili partite a carte nelle trasferte di lavoro. Per Ameri la giornata era soleggiata, per Ciotti la ventilazione inapprezzabile, per Ameri il rettangolo di gioco e quanto vi accadeva esaurivano eccome l´evento da raccontare. Aveva, in effetti, tecnica superiore nella parola e un modo assolutamente istituzionale del racconto della partita, un modo che dettava legge e relegava gli svolazzi di Ciotti (molto più competente, peraltro) a seconda voce, per sempre. Lo sbarco in forze delle truppe televisive su tutto il mondo pallonaro ha archiviato definitivamente l´epoca. Si racconta che Ameri avesse terrore di arrivare in ritardo alle partite e fosse solito presentarsi allo stadio tre ore prima dell´inizio. Nei vari stadi aveva compagni fidati che lo aiutavano a ingannare l´attesa con le carte. A fine gara si mescolava tra la folla in uscita dallo stadio e se ne andava, abitudine che tenne finché non diventò anche un volto televisivo. A lui si deve l´idea del Processo al calcio, che suggerì ad Aldo Biscardi: in effetti ne condusse le prime due edizioni, nell´81 e nell´82. Ameri fu anche in video nelle prime "contemporanee" con le partite domenicali, prima ancora di Quelli che il calcio, nel programma Italiani di Andrea Barbato. Era il 92, stava per arrivare lo strapotere delle tv sul pallone e Ameri, colpito anche da un ictus, sparì dalle scene. Milioni di italiani non hanno bisogno certo di parole per portare Ameri nella memoria, ognuno ha un ricordo particolare, da chi sosteneva che "fa vedere la partita alla radio" a quelli più critici per un modo del racconto che andava invecchiando rapidamente [...]» (Antonio Dipollina, ”la Repubblica” 8/4/2004). «Ameri aveva un ritmo straordinario, Ciotti era più estroso, più tecnico grazie al suo passato di centrocampista di discreto livello. Non c’era feeling tra loro, non si amavano. Avevano caratteri e gusti diversi, ma un comun denominatore: la passione per il loro mestiere. Davanti al microfono dimenticavano la rivalità ed erano professionisti impeccabili. Mai sentito Ameri criticare Ciotti. Uniti dal lavoro, poi ognuno per la propria strada. Sandro chiamava Enrico ”la destra storica” per i suoi legami con il Movimento Sociale Italiano sin dalla prima ora. Una sera, a New York, durante una cena con alcuni italoamericani, Ameri difese a spada tratta le sue idee politiche, con grande coraggio. Profondamente religioso, si accendeva con chi contestava la sua fede. Calcisticamente, s’infervorava per la Nazionale e per le nostre squadre impegnate nelle Coppe. Senza mai eccedere in faziosità. Prima di diventare giornalista, Ameri era stato insegnante elementare: ci raccontò che portava i suoi allievi a giocare a pallone e, con un barattolo a mo’ di microfono, faceva la radiocronaca, imitando il grande Nicolò Carosio con il quale avrebbe poi vissuto tante pagine calcistiche memorabili. Personalmente, non dimenticherò mai la maratona, durata alcune ore, all’Heysel per la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, funestata dalla follia degli hooligans. Mi intervistò più volte, era sconvolto: quella di Bruxelles fu sicuramente una delle sue radiocronache più difficili e drammatiche. Con Ciotti aveva condiviso avvenimenti non solo calcistici. Nel suo curriculum c’è anche l’esperienza televisiva come conduttore del ”Processo del Lunedì”, di cui rivendicava la paternità, con Aldo Biscardi allora in cabina di regia, con interventi solo in voce. Ma la radio era il suo grande amore. Gli piaceva viaggiare, scoprire nuove città. E portava sempre con sè un mazzo di carte. Lo scopone scientifico era una delle poche passioni comuni con Ciotti. Più di una volta ho fatto coppia con Ameri contro Michel Platini e Zibì Boniek, due fuoriclasse sul campo e con le carte in mano. Fummo sconfitti, ovvio. Durante i viaggi in aereo, e poi sul pullman, mi invitava a giocare testa a testa a scopetta. Perdeva spesso. Ma mi cercava in albergo, quando avevamo terminato i servizi. Facevamo le ore piccole. Anche negli stadi di mezzo mondo, abbiamo giocato. Persino in cabina radio. Poi, al momento giusto, si concentrava sul suo lavoro e al collega Ezio Luzi, deputato alle intervista nel dopo gara, consigliava di scriversi un ”cappello” per cominciare bene. Finito il servizio, mi convocava per la rivincita. E riperdeva. Scusa Ameri... » (Bruno Bernardi, ”La Stampa” 8/4/2004). «Ameri e Ciotti. Sono stati i cantori di un calcio che si srotolava nell’aria e si ricomponeva nell’immaginazione dei radioascoltatori, quando la partita era una poesia da recitare strofa per strofa, a ogni collegamento, e non la moderna autopsia di telecamere e moviole sbattute in faccia al mondo. A pagamento. Voce, non immagini. L’uccellino della radio che annunciava la diretta dei secondi tempi, con Ameri campo centrale. [...] Enrico Ameri non era nato per la televisione. Nel ”49 fece un provino alla Rai come attore, recitando un testo giapponese, e l’esaminatore si mise le mani nei capelli. Però la voce non era male e si ritrovò intruppato in un corso per radiocronisti. Lo misero davanti alla gabbia di un ramarro dello zoo di Roma e gli chiesero di raccontare in diretta. Solo che quell’animale se ne stava immobile. Poi lo portarono in centro e gli chiesero di raccontare una parata militare inesistente. Allora cominciò a descrivere la corsa di bersaglieri invisibili a voce alta, mentre i passanti si fermavano, ascoltavano, lo scrutavano e si picchiettavano le tempie. Un tempo si studiava così, per non ritrovarsi mai senza parole. A Enrico Ameri, a dire il vero, successe nel bel mezzo di Inter-Independiente, nel ”65, dopo un gol di Corso, ma solo a causa della voce. Diede la colpa alle sue cento sigarette al giorno. Ameri diceva sempre: ”La radiocronaca è il migliore dei check-up. Se riesci a farla, vuol dire che stai bene”. Perciò, dopo il gol di Corso, decise di smettere col tabacco. In modo non banale. Si fece organizzare una cena sontuosa dalla moglie, con ottimo vino, e cinque minuti prima della mezzanotte si fumò l’ultima, godutissima sigaretta. Chi vive di radio vive di fantasia. La radio è il paradiso dell’immaginazione, sia per chi parla, sia per chi ascolta. l’arma segreta che salva il radiotelecronista di classe. E Ameri lo era. Davanti a un ramarro, a un Apollo, a una guerra, a un’inondazione, a un gol di Gigi Riva, a 22 Giri d’Italia e a 15 Tour de France. Da bambino aveva allenato la fantasia parlando dentro una pentola per far rimbombare le parole e sentirsi come il mitico Nicolò Carosio, che era la cometa da seguire. Con meno pause, però. Il telecronista racconta un mondo immutabile, una vita già accaduta che condivide con i telespettatori. Il radiocronista, invece, è testimone unico, può ritoccare il mondo. Nella terribile notte dell’Heysel, Ameri aveva davanti agli occhi gli stessi cadaveri che vedeva Pizzul, ma riuscì a far entrare la notizia nelle case dei radioascoltatori con pudore e studiate reticenze: non sappiamo da quali settori provengano i feriti... Il giorno più difficile in cui trovare le parole. L’apice della gioia professionale, invece, Enrico Ameri lo toccò all’Atzeca nel ”70, quando diede voce alla leggenda di Italia-Germania 4-3 e descrisse Sepp Maier impietrito come un ramarro davanti al piatto di Gianni Rivera. Ma Enrico Ameri, per tutti, resterà nel ricordo come la voce che abitava il campo principale di ”Tutto il calcio minuto per minuto”. C’era già il 10 gennaio – 60, quando iniziò la trasmissione. Non sul primo campo, però, Juve-Milan, presidiato dal mitico Carosio. Ameri era ai bordi di un Bologna-Napoli. Mille e trecento radiocronache più tardi, avrebbe detto addio al campionato, raccontando un Genoa-Juventus a Marassi. Il ”suo” amato Genoa. Quel giorno di maggio del ”91, durante la radiocronaca, si voltò per prendere una borsa e si perse il gol di Branco. Umanissimi guai che possono accadere nel mondo della radio che è tutto un dietro le quinte. La televisione è un’altra cosa. E Ameri non era fatto per la televisione. Lo dimostrò, una volta di più, a fine carriera, quando progettò un processo calcistico sul modello dello storico ”Processo alla tappa” di Zavoli. L’idea gli scappò di mano e, finita tra quelle di Biscardi, è diventata qualcosa di molto lontano da Zavoli. La televisione pretende sempre la voce alta. Anche durante la diretta di una partita. ”Scusa Ameri” era una richiesta educata, due colpetti alla porta prima di entrare. Oggi si irrompe nelle case a colpi d’ascia: ”Sciabolata, non va!”. Anche per questo sarà un peccato non passare più la linea a Enrico Ameri» (Luigi Garlando, ”La Gazzetta dello Sport” 8/4/2004). «Genitori di Busalla, nell’entroterra genovese, Ameri visse fin dagli 11 anni a Genova, città cui si sentiva particolarmente radicato, anche nel tifo calcistico (rossoblù). Nel ”37 il padre, sottufficiale dell’esercito, viene trasferito a Roma con tutta la famiglia e qui Enrico Ameri conclude i suoi studi fino alla maturità classica. Combattente per la Repubblica Sociale, non ha mai tradito il suo credo politico dichiarando ai quattro venti di votare Movimento Sociale e nel ”92 partecipa attivamente alla candidatura di Gianfranco Fini alla poltrona di sindaco di Roma. Ma, da grande professionista, non mischiò mai la politica con il lavoro. Il suo approccio con la Rai risale al 1949, sollecitato dagli amici che lo spronarono a puntare sulla sua voce. Bocciato al primo colloquio, Ameri non si perse d’animo e dopo pochi mesi ritentò la sorte. Nel ”50 debuttò con la sua prima radiocronaca alla Mille Miglia. La voce gli si smorzò in gola dall’emozione, ricorderà poi divertito: in suo aiuto venne Nando Martellini, che gli strappò il microfono. Il 15 marzo ”51 venne assunto in Rai come inviato, ma Emilio Veltroni [...] gli annunciò che non avrebbe mai più fatto una diretta di sport. Incominciò per Ameri un percorso prezioso che lo portò in tutto il mondo: India, Indocina, Vietnam, sui fronti di guerra, nei punti caldi di maggior attualità, un’esperienza che gli valse la vetrina nei momenti clou della storia, come il discorso di Papa Paolo VI alle Nazioni Unite o i lanci delle navicelle Apollo nello spazio e lo sbarco sulla Luna. Allo sport tornò nel ”55 con Udinese- Milan, ma Veltroni lo volle in televisione come telecronista della Nazionale, una parentesi breve, per riprendere a far sentire soltanto la sua voce, in una dimensione che Ameri, vivo e passionale, amava di più. Calcio e non solo (1600 le sue radiocronache), perché all’attivo ha anche 22 Giri d’Italia e 15 Tour de France, con nomi e fisionomie dei corridori studiati con la stessa intensità di quelli dei calciatori per una partita, per poterli poi raccontare attraverso il microfono, farli immaginare, renderli vivi a chi a casa ascoltava la radio. Alla fine degli anni Sessanta è Ameri a proporre al suo capo dei servizi sportivi Guglielmo Moretti un ”Processo del lunedì” sulla falsariga del ”Processo di tappa” di Zavoli. Moretti è perplesso, teme che il calcio sia troppo passionale, inadatto quindi alle critiche. Ma Ameri nell’80 torna alla carica coinvolgendo Aldo Biscardi. Quello stesso anno il debutto de ”Il Processo” condotto da Ameri con a fianco Novella Calligaris, l’anno successivo è invece con Marina Morgan. Ma dopo due edizioni lascia la poltrona a Biscardi e ritorna negli stadi a raccontare le partite a chi amava il calcio, ma anche la sua voce» (Tiziana Bottazzo, ”La Gazzetta dello Sport” 8/4/2004). «Solo un confronto con il ”rivale” Ciotti ci aiuta a chiarire il personaggio Ameri. Del resto, è tutto il mondo dello sport a vivere sul dualismo, sulla rivalità accesa, su Coppi e Bartali. Mentre Ciotti tendeva sempre più a fare interventi di tipo commentativo, con un lessico vagamente colto e distaccato, le ”tirate” di Ameri erano cronaca pura, basata sul ritmo serratissimo e sulla totale mancanza di pause. Ameri rappresentava in qualche modo la radio nella sua essenza, amplificazione della voce e insieme altoparlante, velocità e drammatizzazione. In realtà, Ameri possedeva uno stile molto personale nel reinventare l’avvenimento sportivo. A lui toccava sempre il ”campo principale”, cioè la partita ritenuta la più importante. Ma se anche avesse dovuto raccontare quella più insignificante, attraverso la sua parola pastosa e passionale, la sua cadenza, il suo entusiasmo questo incontro sarebbe diventato comunque un avvenimento eccezionale. Quelle sue improvvise accelerazioni, quelle impennate di voce, quelle perentorie urlate avevano il magico potere di rendere interessante la più scontata e banale azione di gioco. Molti ascoltatori erano così sedotti dalla sua voce che spesso, in occasione di incontri trasmessi in diretta, preferivano eliminare il sonoro della tv e piazzare la radio sotto lo schermo. Era un momento questo in cui ci si accorgeva anche degli errori, delle interpretazioni, dell’arbitrarietà di Ameri. E tuttavia, erano tracce vive per capire come Ameri sapesse ricreare l’evento sportivo. Ameri non conduceva la vita brillante e da scapolone di Ciotti, si occupava esclusivamente di calcio. Nicolò Carosio e Nando Martellini gli avevano sbarrato, in passato, la strada delle telecronache, Aldo Biscardi gli aveva sfilato via il ”Processo del lunedì”. Insomma non era propriamente baciato dalla fortuna e assumeva spesso l’aria di un sopravvissuto in un mondo dove l’improvvisazione e la presunzione avevano fatto presto a dilagare. A onor del vero, Ameri aveva già provveduto al suo congedo. il maggio del 1991, le partite sono terminate da un’oretta. Lo studio centrale di ”Tutto il calcio” saluta e ringrazia l’ultimo intervento del collega che sta per andare in pensione. Da Genova, Ameri chiede scusa a tutti, accomiatandosi dalla trasmissione, da trentasei anni di dirette, da 1600 partire raccontate, da una fetta della nostra vita che in quel momento si dissolveva nell’aria. Come un vecchio guerriero aveva brandito il microfono fino alla fine, bofonchiando solo un po’: contro l’età della pensione, contro l’ingratitudine di Biscardi e, con una battuta fulminate, contro l’eterno rivale: ”Quando Ciotti fa un’intervista ti ricordi solo di Ciotti”» (Aldo Grasso, ”Corriere della Sera” 8/4/2004).