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 2002  agosto 24 Sabato calendario

Arafat Suha

• (Suha Tawil) Ramallah (Israele) 17 luglio 1963. Vedova di Yasser. Igor Man: «Suha, come sappiamo, Arafat la sposò il 17 di luglio del 1990, giorno del ventisettesimo compleanno della sposina. [...] Figlia d’un facoltoso banchiere giordano e della leggendaria Raimonda Tawill, ”la pasionaria della Palestina” come la stampa popolare d’Israele l’aveva battezzata. Bellissima, Raimonda, e coraggiosa: dirigeva, scriveva, stampava una agenzia di notizie (’dalla Cisgiordania occupata”) che spesso dava sui nervi al governatore israeliano. Così accadeva che Raimonda fosse arrestata di tanto in tanto e sottoposta a interrogatorio. Ma nessuno mai riuscì a provare un ”legame insurrezionale” con Arafat. In realtà Raimonda denunciava gli eccessi dell’occupazione e con Arafat aveva solo un ”rapporto ideale”: non risulta si siano incontrati durante la clandestinità di Abu Ammar (il nome di battaglia del leader). Risulta, invece, che spesso i giovani ufficiali israeliani incaricati di interrogare l’animosa Raimonda si invaghissero della (splendida) giornalista-nazionalista. La casa del banchiere Tawill era sempre aperta ai corrispondenti stranieri, quel gentiluomo faceva salotto ripetendo a tutti che ”prima o poi Israele dovrà ritirarsi dai territori occupati. l’unica chiave, questa, per aprire la porta della pace”. Ricordo Suha bambina: bionda, paffutella, sempre intenta a leggere fumetti di Topolino, piuttosto rari perché redatti in francese. Suha ha fatto studi d’economia, conosce almeno quattro lingue, fu una segretaria-assistente invero preziosa per il vecchio fedayn. stato un matrimonio d’amore, il loro, anche perché, così come nel nostro profondo Sud, nella società araba spesso, molto spesso il marito è di gran lunga più vecchio della moglie. [...] S’è rassegnata, anzi si sono rassegnati - lei e Arafat - a una separazione immerdata da ignobili pettegolezzi, soltanto per non distrarre al Khitiar (il Vecchio) dal suo compito [...]» (Igor Man, ”la Stampa” 5/11/2004). «Quando Suha è tornata a Ramallah, dopo oltre tre anni di dorata latitanza a Parigi, per accompagnare a Percy il marito agonizzante, sono stati in molti a gridarle dietro: ”Vattene, restaci in Francia! Qui non è più il tuo posto!”, ”dovevi restare al suo fianco alla Muqata e non sugli Champs Elysées!”. Prevalse la compassione per Arafat e gli applausi commossi diretti al tremolante raìs coprirono le invettive. Ma i commentatori dei giornali palestinesi scrissero il giorno dopo che lei era venuta a Ramallah come per reclamare il suo diritto di ”prima donna”, e per sfidare un’opinione pubblica che la detestava e la disprezzava. Soprattutto per i suoi scandalosi sciali da miliardaria mentre il popolo palestinese stringeva la cinghia e sopportava la fame, le restrizioni, i coprifuoco. Il 2 agosto del 2002 sul quotidiano giordano ”Aal Sabil” un membro del consiglio palestinese, Mu’awiyheh al Masri aveva infatti denunciato quello che si mormorava da tempo: la corruzione e le spese folli degli Arafat. Pochi mesi dopo, il ”Canard Enchainé” rivelò che la magistratura francese aveva aperto un’inchiesta per riciclaggio: 9 milioni di euro transitati da una banca svizzera sui conti parigini di Suha (Arab Bank e Bnp). Dopo aver sperperato per nove mesi mille dollari al giorno all´hotel Ritz e addirittura 16mila per una suite imperiale all´hotel Bristol (appartamento da diciannove stanze), Suha aveva messo su casa. Per saldare il conto salatissimo dell’arredatore Alberto Pinto, aveva staccato un assegno di due milioni di dollari. Non a caso, il mensile ”Fortune” inserisce regolarmente Arafat tra i paperoni più danarosi del mondo. [...] Abu Mazen ricorda non senza malcelato fastidio l’irruzione di ”quella ragazza bionda” nel ristretto clan di Arafat. Ai suoi occhi era una ficcanaso, un’estranea al nucleo dirigente di al Fatah. Figlia di un ricco banchiere e latifondista di Ramallah che faceva i suoi lucrosi affari tra Amman e gli Stati Uniti, Suha sfruttò i quattrini di famiglia per girare tra la Francia e l´America, dimostrando grande zelo nell’attivismo per la causa palestinese. Grazie alla mamma Raymonda Tawil, nota poetessa e giornalista, entrò nelle grazie del Raìs alla fine degli anni Ottanta. I compagni di battaglia di Arafat non gradirono l’intrusione eccessivamente femminile, una donna troppo appariscente, neanche musulmana bensì cristiana di rito greco ortodosso che si era opportunamente convertita all’Islam pur di sposare il Raìs (ma la cosa è controversa), e però non aveva mai indossato il velo. Il dissidio esplose alla vigilia della firma per gli accordi di Oslo: ”Caro Abu Ammar, scegli: o lei o me”, gli disse senza mezzi termini Abu Mazen, uno dei tessitori di quegli accordi. Arafat dovette abbozzare. Suha non partì e il 13 settembre del 1993 la firma fu apposta a Washington senza la first lady palestinese. Che se la legò al dito. Ragazza volitiva, ambiziosa e vanitosa, Suha aveva sposato Arafat tre anni prima, il 17 luglio del 1990, proprio nel giorno del suo ventisettesimo compleanno. Il sessantunenne Raìs le aveva chiesto la mano un po´ goffamente: ”Sì”, rispose lei, ”credo di amarti, anche”. Mamma Raymonda, nel frattempo, aveva fondato un´agenzia di stampa a Gerusalemme Est, schierata sulle posizioni del clan di Arafat. Suha aveva studiato nel collegio delle Sorelle del Rosario a Gerusalemme, poi aveva ottenuto una borsa di studio alla Sorbona. La cerimonia si svolse segretamente nei locali dell’Olp a Tunisi, non sarebbe stato opportuno renderla pubblica, in piena prima Intifada, anche perché la propaganda aveva sempre dato risalto alla celebre promessa: ”Io sono sposato alla causa palestinese”, rendendo ancora più simbolica la sua vita. Celibe, per cause di forza maggiore: Arafat aveva vissuto oltre vent’anni in clandestinità, non dormendo mai due notti nello stesso letto, sfuggendo a numerosi tentativi d’assassinio. Amò una giornalista palestinese che lavorava per la Reuters: fu uccisa in circostanze misteriose a Beirut. Da allora, il Raìs decise che era meglio restar soli. Suha inghiottì la pillola amara di Washington ma pretese - ed ottenne - di stare al suo fianco il giorno del trionfale rientro a Gaza (1 luglio 1994). I primi tempi Suha si adattò a convivere col marito in due piccoli locali, in un edificio di Gaza. Ma i suoi gusti lussuosi mal convivevano con lo stile austero del marito. Zahwa, la loro unica figlia, nascerà a Parigi, nel 1995: il nome è quello della mamma di Arafat, morta quando lui aveva appena tre anni. E a Parigi è tornata [...] Ufficialmente, con un assegno mensile di 100mila dollari, secondo fonti del ministero della Finanza dell’autonomia palestinese. Poi, lo scandalo del riciclaggio l’ha convinta a traslocare in quel di Tunisi con la figlia. Lì le fanno meno domande imbarazzanti sull’origine del suo denaro: ”Che c´è di male se mio marito mi invia del denaro? [...]» (Leonardo Coen, ”la Repubblica” 9/11/2004). «Nel 1989, Yasser Arafat è a Parigi. Dal 2 al 4 maggio, è la prima capitale della comunità europea che lo riceve ufficialmente come capo di governo. Lui vuole approfittare dell’occasione per compiere un gesto storico e significativo. Farà capire che vuol portare l’Olp sulla strada del riconoscimento di Israele. L’ufficio di Parigi si dà da fare per trovare palestinesi che parlino bene francese. Il responsabile, Ibrahim Souss, ha sposato Diana Tawil, la sorella più grande di Suha. Le chiede se Suha e Hala possono fare da assistenti per facilitare gli incontri di Arafat con interlocutori francesi. Suha è incaricata del protocollo all’Hotel Crillon, Place de la Concorde, grande ressa, giornalisti, guardie del corpo: in mezzo a tutto questo, Arafat sembra non avere occhi che per quella ragazza bionda. La vuole sempre con sé. Lei ricorda: ”Lui scherzava spesso sulla gioventù e faceva battute sulla mia calma, ma anche sul mio fascino. Si comportava con estrema correttezza. Mi incaricò di preparare i regali per varie personalità e mi accorsi che la mia presenza non gli era indifferente. Terminata la visita, mi propose di continuare a lavorare con lui: mi sarei occupata del protocollo e delle traduzioni durante i suoi viaggi. Lo seguii in Senegal, a Belgrado. La cosa mi pareva fantastica. Mi sentivo molto vicina a lui, sentivo che aveva bisogno di qualcuno che lo capisse senza adularlo, senza trattarlo come un dio ma come un uomo. Anche se ammetto che ne ero impressionata”. La mamma Raymonda, nel libro Nata in Palestina, confessa di essere stata sorpresa da quella storia e di aver fatto fatica ad accettarla: ”Credo che il colpo di fulmine fra loro sia avvenuto proprio al Crillon. Suha è una ragazza dolce, gentile. Dopo molto tempo mi hanno detto: ”Sa, a Parigi, quando apriva gli occhi alla mattina, la prima cosa che diceva Arafat era: dov’è Suha? e voleva vederla immediatamente...’. Lì per lì non ho capito. Ma oggi penso che si fossero già piaciuti. Poche ore dopo averla conosciuta, Arafat diede a Suha una fiducia assoluta”. Lei mise in guardia la figlia: ”Sta attenta, gli israeliani verranno a sapere che sei coinvolta così direttamente con l’Olp e non potrai tornare più a Gerusalemme e neppure nei territori occupati”. Ma Suha non sembrava convincersi. La mamma insistette: ”Suha, stai attenta! Non tornerai mai più. Mai più!”. E la figlia le rispose: ”Ho deciso. Non tornerò più nei territori occupati”. Per la mamma è un colpo duro. Suha cambia vita: va e viene sempre più spesso tra Parigi e Tunisi. Sono lontanissimi i tempi in cui chiamava la mamma disperata per dirle che Parigi le piaceva, ma non riusciva a viverci. ”Però, non mi accorgevo di niente”, dice Raymonda. ”Continuavo a non capire che faceva tutto questo per Arafat”. Dopo un po’, Suha dice alla mamma che per motivi di lavoro deve trasferirsi a Tunisi. Lei dice va bene. Pensa: ”Avrà una casetta per sé. Meglio della vita in albergo, andare e venire senza fermarsi mai”. così che alla fine la mamma ha scoperto la verità. Sua figlia aveva finalmente una casa per sé. Al numero 39 di Rue Tozeur, a El Menzah. Raymonda chiamò Suha: ”Ma questa è la casa di Arafat”. Suha: ”Non preoccuparti. meglio: per motivi di sicurezza. E poi lui non c’è mai”. Però, qualche settimana dopo Suha è nell’ufficio di Arafat. Stanno preparando insieme un viaggio ufficiale. Lei mette a posto le cose sul tavolo, e sta scrivendo un appunto. Lui la guarda negli occhi. Dice solo: ”Suha, voglio sposarti. Le mie intenzioni nei tuoi riguardi sono oneste e pure. Ti voglio sposare”. A Suha gira la testa. ”Devo ammettere che ero rimasta un po’ sconcertata”. Sente che fra di loro s’è creata una complicità particolare, qualcosa di molto più forte dell’amicizia. questo l’amore? Sogna: ”Essere chiesta in sposa da Yasser Arafat...”. l’uomo che per lei rappresenta tutto: la speranza della sua gente, il futuro, un simbolo, un’idea. Ma anche un nome, solo quello, una parte della sua memoria: fuori, gli scalpiccii, le raffiche di mitra, una persiana che sbatteva e loro stesi a terra che pregavano per quel nome. Una volta gliel’aveva chiesto: ”Te la ricordi quella volta? Ma come ti eri salvato?”. E lui: ”Non ero mai uscito dal nascondiglio. Era sicuro. E allora avevo fatto semplicemente quello”. Suha ha pensato a tutto questo, prima di rispondergli: ”Sì, d’accordo. Sì, credo d’amarti anch’io”. Le gira ancora la testa. Le torna alla mente suo padre, quel viaggio a Jaffa, gli spicchi d’arancio che aveva offerto a tutti per far capire com’era fatta la sua felicità. Adesso si chiede: com’è la mia? Lui dice: ”Suha, bisogna però che tu lo sappia prima che la cosa vada troppo avanti: il nostro matrimonio dovrà rimanere segreto. una condizione indispensabile, e per te qualche volta potrà essere difficile accettarlo. Però so che sei forte e coraggiosa. Dovrà essere un matrimonio segreto”. Lei lo ascolta in silenzio. Pensa: ”Un matrimonio segreto. Non lo potrà sapere nessuno”. Gli chiede: ”E i miei?”. Arafat: ”Non preoccuparti ogni cosa a suo tempo. Per il momento dobbiamo mantenere fra noi questo grande segreto. La situazione è delicata: con l’Intifada e la repressione israeliana, il nostro popolo non capirebbe che io pensi al matrimonio”. Lei capisce che in fondo dovrà restare tutto come prima. Doveva continuare a recitare la parte dell’assistente» (’La Stampa”, 5/7/2002). «Per alleviare la nostalgia della patria lontana [...] ha scelto un angolino di Parigi che costa - se le stime della rete televisiva statunitense Cbs sono corrette - 16 mila dollari al giorno [...]. L’inchiesta della Cbs ha messo in luce altri due dettagli che dovrebbero far sobbalzare i palestinesi nei Territori, malgrado la loro stima per Suha abbia già subito un duro colpo quando la donna, all’inizio dell’Intifida, ha abbandonato la patria. [...] Yasser Arafat ogni mese stacca per la moglie un assegno da 100 mila dollari. L’emittente spiega che le guardie del corpo francesi sono state rimosse e che la donna è obbligata a ricorrere a custodi palestinesi. [...] A Gaza, da dove la First Lady manca ormai da tempo, la vita lussuosa di Suha non desta più nemmeno indignazione. Alcuni, con amara ironia, ricordano ancora come nei primi anni dell’Autorità nazionale palestinese la First Lady criticasse senza mezzi termini quei ministri che con la loro corruzione e il loro nepotismo davano una immagine negativa dei vertici politici palestinesi. In realtà Suha non ha mai spiegato al suo popolo perché lo abbia lasciato nel frangente più drammatico. All’inizio si era parlato di una grave malattia della figlia Zahwa, poi la versione è cambiata. ”Se Abu Ammar me lo chiedesse tornerei subito”, ha assicurato lei. Ma a Gaza le malelingue commentano: ”Centomila dollari al mese per tenerla a distanza di sicurezza non è poi un prezzo troppo alto”» (Yariv Gonen, ”La Stampa” 10/11/2003).