Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  agosto 27 Martedì calendario

MESSIER Jean-Marie Grenoble (Francia) 13 dicembre 1956. Manager • «Uno dei più dotati manager della sua generazione, tradito dalla propria megalomania

MESSIER Jean-Marie Grenoble (Francia) 13 dicembre 1956. Manager • «Uno dei più dotati manager della sua generazione, tradito dalla propria megalomania. A quarant’anni non ancora compiuti, nel 1996, aveva preso le redini della Compagnie Générale des Eaux nel 1996. In quattro anni, la società cambia radicalmente aspetto: abbandona a una filiale la distribuzione dell’acqua e si trasforma in un colosso multimediale, secondo soltanto ad Aol-Time-Warner. Messier crede alla rivoluzione di internet e costruisce un gruppo in cui coesistono contenitori e contenuti: reti tv, telefoni, studi cinematrografici e il più grande gruppo discografico del mondo. Le sue foto campeggiano sui giornali di mezzo mondo, tutto sembra andare per il verso giusto e poco prima dell’11 settembre 2001 Messier si trasferisce a New York, in un appartamento che Vivendi gli ha comprato, pagandolo 17,5 milioni di dollari. La sua gloria dura pochissimo: il 2 luglio 2002 è costretto a dimettersi. La liquidazione prevista è sontuosa, ma numerose beghe giudiziarie e un’inchiesta della Sec gli impediscono di intascarla e danno il via a un procedimento penale che rischia di costargli caro. La crisi di Vivendi Universal è finita sotto gli occhi di tutti nei primi mesi del 2002: le enormi somme sborsate per le acquisizioni e la crisi delle Borse pesano sui conti dell’azienda. I bilanci sono in rosso e la liquidità scarseggia. Eppure, Messier minimizza: in marzo assicura che il gruppo va benone e che non ci sono problemi. Non la pensano così gli imprenditori più in vista della piazza parigina, che temono un terremoto: dopo settimane di trattative e di minacce costringono Messier a dimettersi e lo rimpiazzano con Jean-René Fourtou, il quale in due anni ha praticamente smantellato Vivendi Universal. Gli inquirenti sospettano che Messier e i suoi collaboratori abbiano presentato falsi bilanci per alcune aziende. Inoltre, avrebbero acquistato massicciamente titoli Universal sul mercato subito dopo l’11 settembre 2001 per sostenere artificialmente i prezzi. Messier nega tutto e [...] ha chiesto lui stesso di essere messo sotto inchiesta per difendersi dalle accuse» (Giampiero Martinotti, ”la Repubblica” 22/6/2004). «Si credeva il Napoleone della finanza mondiale e ha tentato in tutti i modi di evitare un’umiliante Waterloo, ma la vera sorpresa è che consiglieri di amministrazione e azionisti lo abbiano lasciato al suo posto così a lungo: in pochi mesi è riuscito a distruggere l’azienda che aveva creato. Il più mediatico imprenditore francese, l’uomo che si faceva fotografare con i calzini bucati e sognava di costruire il più grande gruppo multimedia mai immaginato si è rivelato un bluff colossale. I risultati del suo lavoro sono letteralmente catastrofici: Vivendi Universal ha registrato nel 2001 una perdita di 13,6 miliardi di euro (la più alta mai registrata da un gruppo francese) e un indebitamento di 34 miliardi di euro. Ma nello stesso anni il suo stipendio è salito del 66 per cento a 5,12 milioni di euro, un particolare che ha esasperato i piccoli risparmiatori. [...] Anomalo personaggio, megalomane e narcisista, dotato di un’intelligenza fuor del comune e capace di far stupidaggini da ragazzino. Si è sempre creduto il migliore e si è messo continuamente in scena: settimanali rosa, trasmissioni televisive, interviste a raffica. Tutto era buono per farsi pubblicità e presentarsi come il creatore dell’unico gruppo in grado di rivaleggiare con Aol-Time Warner. Tuttavia, ha sbagliato i suoi calcoli. Giovane e ambizioso, consigliere dell’ex ministro delle Finanze e primo ministro Edouard Balladur, era stato per qualche tempo alla banca Lazard prima di assumere la guida della Compagnie Générale des Eaux, società centenaria che si occupava di acqua, servizi agli enti locali, telefonia mobile. Una sorta di Bella Addormentata, che ha trasformato nel giro di pochi anni in colosso multimediatico: cinema, musica, editoria, tv, telefoni, internet. Un conglomerato costruito sulla stessa filosofia di Aol-Time Warner, cioè quella di avere a disposizione contenuto e contenitore. Una chimera spazzata via dal crollo della new economy. Avvinghiato alla sua creatura ha perso il contatto con la realtà, si è smarrito in un vanaglorioso autocompiacimento. Alla fine, anche i suoi amici si sono dovuti arrendere all’evidenza e lo hanno mollato» (g. mart., ”la Repubblica” 2/7/2002). «Non è la caduta della famiglia Florio, degli armatori Costa, e neppure quella di Raul Gardini, e tuttavia nella storia del capitalismo, dei suoi cicli e delle sue innovazioni, delle sue rane che si credono buoi, nessun altro incarna e riassume l’euforia della new economy e dei suoi giocolieri scomposti meglio di Jean-Marie, il manager che lanciando Opa ostili pretendeva di acquisire anche il buon gusto e l’eleganza, ma si faceva sorprendere dal fotografo di ”Paris Match” con un buco nel calzino. La sua biografia è il documento di una generazione ”drogata”, è la fragilità del sogno dell’era virtuale, l’illusione planetaria delle stock option , del ”siamo tutti azionisti”, tutti investitori, tutti capitalisti. Insomma è il Grande Gatsby puntocom, ma senza la pietà del suo autore, senza lo champagne degli anni Venti, senza il genio malinconico di Scott Fitzgerald, senza la bella faccia di Robert Redford. Ed è, per giunta, un Grande Gatsby francese, con quella pretesa dunque di dimostrare al mondo e soprattutto agli americani che i veri ”americani” sono loro: i francesi. Servito con zelo dall’intero Paese per almeno dieci anni, anche da Chirac e da Jospin, in una sola settimana Jean-Marie Messier, detto J2M e poi J6M, dove due ”M” sono le iniziali di Marie e di Messier e le altre quattro di Moi Même Maître du Monde , è diventato ”la jella nazionale”, il ”tacchino”, ”la vergogna di Francia”. E ogni giorno la ferita si infetta un po’ di più, la resa dei conti diventa spietata, ogni giorno i giornali svelano una volgarità nuova. Così, per esempio, non è più vero che ha avuto un flirt con la bellissima Sophie Marceau: ”Era lei che lo illudeva”, e infatti le ha finanziato il primo film da regista (Parlami d’amore) e dopo l’11 settembre è andato a prenderla a New York e l’ha riportata a casa con il suo Boeing privato ”perché era tanto provata”. Amore? No, elle le flatte . Ed è vero che solo pochi derisero quella sfilata di elefanti che organizzò sotto la Tour Eiffel per presentare il portale Vizzavi: ”Ma forse perché si era assicurato la benevolenza dei giornalisti regalando costosissimi telefonini wap”. Dunque oggi si ride amaramente di quel che ieri si prendeva sul serio, a cominciare dall’autobiografia che si chiude così: ”Forse mi giudicherete un ottimista. Je suis”. Né c’è ormai rispetto per tutti quegli aneddoti agiografici che invasero la Francia: ”A cinque anni sapeva leggere e ogni giorno seguiva con passione l’andamento della Borsa”. Gli hanno persino negato la liquidazione di venti milioni di dollari, e gli hanno rinfacciato lo stipendio di 5,2 milioni di euro. Aveva infatti detto: ”Voglio che i miei guadagni siano giudicati in rapporto a quelli ottenuti, nello stesso periodo, dai miei azionisti”. [...] E’ stato costretto a lasciare la presidenza di Vivendi, e ha pianto in faccia alle telecamere, con lento zoom sugli occhi rossi, e ha pure dichiarato di vergognarsi davanti ai suoi cinque figli, perché papà, a 45 anni, non è più il signore assoluto del capitalismo dell’immaginario, ha perso quel che aveva creato, gli hanno tolto il suo Vivendi, che è (ancora) uno dei più grandi colossi mondiali del capitalismo etereo e virtuale. Era un manager senza blasone con il complesso dell’obesità, un ex ispettore delle finanze che nell’aprile del 2001 compra il trentottesimo e il trentanovesimo piano di un palazzo a Park Avenue a New York, 540 metri quadri, 17,5 milioni di dollari. Poi, da quando era stato invitato dai Clinton, aveva cominciato a péter les plombs, a straparlare, a dire che la Francia era ”un piccolo paese esotico”, e se i suoi concittadini non lo amavano ”tanto peggio per loro”. Si era messo insomma a provocare, ad annunciare che ”è finita l’eccezione culturale francese” nel globo globalizzato, e neppure gli importava che il presidente Chirac avesse denunciato la sua ”aberrazione mentale” e che Jospin confessasse di non riconoscerlo più. Di sicuro c’è anche un retrogusto antiamericano nella parabola di Messier, e un altro antifrancese. Negli Usa infatti lo prendevano in giro e ”Vanity Fair” scrisse che ”il signor francese parla troppo del suo yacht” e denunciò nel produttore hollywoodiano che Messier voleva incarnare ”lo stereotipo volgare a cui solo i francesi possono credere”. Ma intanto in Francia si andavano convincendo che egli davvero era diventato americano e, nel Paese più antiamericano d’Europa, non gli perdonarono neppure la dichiarazione dell’11 settembre: ”Offro il mio sangue ai pompieri di New York”. Nel 1994, dopo un tirocinio politico nell’ombra come consulente dell’allora ministro del Tesoro Balladur, e dopo tre anni alla banca d’affari Lazard, Messier fu chiamato alla presidenza della Società delle acque, la Générale des Eaux , solidissima istituzione fondata con un decreto da Napoleone III. Ebbene, in pochi anni, passa dagli oculati investimenti di tradizione ottocentesca degli acquedotti all’ebbrezza degli studios della Universal a Hollywood, quelli di Spielberg e di Jurassic Park , del Paziente inglese, di Balla coi lupi, del Gladiatore ma anche quelli di Marlene Dietrich a Berlino. E molto presto J6M, alle dighe e all’irrigazione preferisce il celebre marchio della UMG, quello di Elton John, Stevie Wonder, Eminem, Bocelli e Zucchero. Insomma dal capitalismo dell’acqua, che vuol dire terre, rubinetti ed elettricità, arriva all’euforia psichica della più importante società di telefonia privata di Francia, compra dieci case editrici, quattro giornali tra cui l’’Express” e, ancora, il gruppo di Canal plus , la più grande società di fondi di investimento online, portali multimediali, l’economia drogata di Internet, il boom, la bulimia in finanza e la dieta a casa: perde venti chili e diventa l’uomo più pagato e più adulato di Francia. La stampa europea, specie quella economica, adora la smania di attività, di posti, di onori e va matta per i grandi finanzieri che organizzano concerti e vanno a cena con Julia Roberts. Tanto più che Messier discuteva con Bono del debito del Terzo Mondo, era amico ed editore del leader antiglobal José Bové, affittava il Carrée du Louvre per l’assemblea degli azionisti, e mentre all’Eliseo solennemente gli consegnavano la Legion d’onore intonava un ritornello di Stevie Wonder: I just called to say I love you . J6M canta benissimo, scrissero i giornali ricordando che da bambino a Grenoble aveva frequentato la cattolicissima scuola di Notre Dame diventando la star dei Piccoli Cantori, al punto che lo inviarono in trasferta a Roma ad esibirsi nella Basilica di San Pietro: le 600 voci più bianche del mondo. Divenne l’astro dei giornali che lo descrivevano coraggioso e poetico, sfacciato e aperto, eloquente ma semplice, ed esaltavano la magia del suo spirito ellittico. Adesso invece si prendono in giro l’un l’altro e mentre il ”Figaro” rinfaccia a ”Libération” le cronache ”infatuate”, Le Point ricorda che il direttore del ”Figaro” è stato uno degli amici più fedeli e tenaci del ”signor megalomania”, e lo stesso Messier racconta che il direttore di ”Le Monde” lo odia perché «non ho voluto vendergli l’’Express”. Certo, Messier è il contrario dei grandi capitalisti antichi, quelli delle dinastie, della discrezione e probabilmente non è neppure un capitalista. E’ infatti il manager che si stropiccia gli occhi davanti alla ricchezza, è il provinciale di Grenoble, la città di Stendhal, ma odiata da Stendhal, ”quartier generale della meschinità”, ”società divisa in segmenti come un bambù”, dove ogni generazione ha il compito di innalzarsi e di distinguersi un poco, città di signorotti e di dinastie borghesi: ”Tutto quanto è vile e comune nel genere borghese mi ricorda Grenoble; tutto quanto mi ricorda Grenoble mi fa orrore, no, orrore è troppo nobile, mi nausea”. E invece Messier ama Grenoble e le promozioni sociali, racconta del nonno che faceva l’amministratore prudente e abile, dell’altro nonno che era fiero d’essere l’autista del prefetto, e poi del padre, un esperto contabile, un oscuro e saggio amministratore: ”Nella mia famiglia abbiamo preso l’ascensore sociale in due generazioni”. Amante della montagna, come tutti a Grenoble, ha sposato una campionessa di sci, Antonietta, dolce e colta insegnante di liceo, discreta come una vera capitalista, leggera e trasparente come quell’amante del Grande Gatsby che ”non poteva non avere coscienza della grande menzogna, tuttavia le si adattava, vi trovava riposo”» (Francesco Merlo, ”Corriere della Sera” 8/7/2002).