varie, 27 agosto 2002
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Freud Lucian
• Berlino (Germania) 8 dicembre 1922, Londra (Gran Bretagna) 21 luglio 2011. Pittore • «Sostiene che la pittura a olio sia stata inventata per dipingere la carne umana. “Anche quando faccio un ritratto - spiega - non cerco l’espressività attraverso i lineamenti del volto, ma tramite il corpo”. Sarà per questo che la più recente fatica di quello che il critico australiano Robert Hughes, sostenitore della figurazione e della tradizione, ha definito “il più grande pittore vivente”, ha destato qualche perplessità nel committente: poco “regali” e troppo realistici i segni del tempo cercati nell’incarnato del viso di Elisabetta II. […] Il percorso inizia con Ragazza con rose (1948), appartenente al periodo in cui, dopo esordi surrealisti, recuperava la crudeltà del segno tipica della Nuova oggettività tedesca: così il giovane artista saldava i debiti con la cultura figurativa della sua terra d’origine, la Germania appunto, da cui la sua famiglia era fuggita in seguito alle persecuzioni razziali del regime nazista. A Londra, con i suoi genitori, arrivò da Vienna anche un nonno importante e ingombrante, Sigmund Freud, e più volte i critici hanno tentato di evidenziare radici psicanalitiche nell’ossessione del nipote pittore per i corpi nudi e nell’inquietante frequenza di ritratti senza veli dedicati alle figlie Esther, scrittrice, e Bella, affermata stilista cresciuta alla scuola di Vivienne Westwood. Più efficace e meno scandalistica l’interpretazione “freudiana” offerta dallo stesso artista, che più volte si è soffermato sul rapporto “vampiristico” o, comunque, di autentica possessione, che nasce tra lui pittore e i suoi modelli, cui tenta, nelle sfibranti sedute di posa, di carpire lo spirito attraverso la carne.Ma di quale carnalità si nutre la pittura di Freud? Sono corpi, a ben vedere, in disfacimento, anche quando trionfano e debordano, come nei ritratti dedicati al gigantesco ex ballerino Leigh Bowery, morto di Aids; sono carni che recano impresso il marchio della putrefazione, quello colto dal giovane Freud nel volto del nonno Sigmund sul letto di morte (“la sua guancia era bacata come una mela”). È una pittura spietata, che paragona il candore del seno della prima moglie al pelo bianco di un bull-terrier, immortalato in un ritratto del 1951, e che indugia sulle macchie della vecchiaia nel volto sofferente della madre in un’opera del 1977; e sette anni prima, per commemorare la scomparsa del padre, non aveva trovato di meglio che dedicargli uno dei rari paesaggi urbani, con protagonista un cumulo di immondizia putrescente. E forse, più di Sigmund Freud, il vero ispiratore di questa pittura è Thomas Stearns Eliot, il poeta tragico in cui si identificò l’altro gigante della Scuola di Londra, Francis Bacon, compagno di avventura, ma non di eccessi, di Freud, che agli scandalosi atteggiamenti del collega poteva rispondere soltanto con un giovanile gesto di ribellione, quando venne espulso dal college per essersi calato i pantaloni in mezzo alla strada» (“Corriere della Sera” 8/7/2002). «C’è chi ritiene che per Lucian Freud sia stata una sfortuna essere il nipote di Sigmund. Ed in effetti [...] pur essendo il Grande Vecchio della pittura inglese, il più costoso artista europeo vivente, continua a rimanere il “nipote di”, anche se lo zio l’ha conosciuto appena. Fra i due però esiste un patrimonio comune: l’introspezione psicoanalitica. [...] È un viaggio in un universo dai colori apparentemente smorzati, carichi di tristezze, in un mondo di brutali nudità, di occhiate dalla difficile interpretazione, di periferie sordide, di ritratti di piccoli malavitosi e di nobildonne, con l’idea che “per scuoterci la pittura non deve mai limitarsi a ricordarci la vita, ma deve acquisire una propria vita”. E hanno una propria vita i dipinti di Lucian Freud. “Sono loro che parlano per me”, ripete sistematicamente “l’eremita di Holland Park” (la definizione è della stampa londinese) davanti alle richieste di intervista, sempre più numerose anche perché i suoi quadri sono passati dai settecento milioni di lire degli anni Novanta agli oltre cinque milioni di euro raggiunti e superati in asta, ad esempio, dal discinto ritratto della top model Kate Moss, incinta e nuda, che non appare né bella né in forma per la gravidanza e la postura innaturale. E non è “bella” Elisabetta II nel piccolo ritratto che Freud ha realizzato in un anno e mezzo di lavoro, presentato nel 2001 alla Queen’s Gallery a Buckingham Palace. Fu giudicato un atto di lesa maestà. La corona sembra un cappellino, lo sguardo cupo e meditabondo trasmette le ansie e le incertezze di una regina che ha prima assistito allo sgretolamento del suo impero e che poi vede a rischio il futuro della monarchia. [...] The Brigadier in cui Andrew Parker Bowles, il primo marito di Camilla, è ritratto nella posa di grande uomo d’arme ma con un’espressione contrita che lascia intravedere tutto l’amarezza accumulata da quest´uomo. È quasi una seduta psicanalitica in forma di quadro, una vera indagine sull’unicità dell’individuo, ricerca presente in quasi tutta la pittura di quest’artista che è diventato una leggenda vivente, quasi superando l’amico Francis Bacon a cui però resta inferiore per la capacità introspettiva. Di Bacon è stato in qualche modo un allievo, un compagno di avventure e di sbronze, un sodale insieme al quale - e a Ben Nicholson - nel 1954 a Venezia partecipò alla Biennale di arti visive. [...] Freud [...] è stato sposato due volte, ha riconosciuto ufficialmente nove figli ma in realtà ne avrebbe non meno di ventotto. È un dato da personaggio biblico, mai smentito, di questo artista nato a Berlino nel 1922, figlio di Ernst Freud, architetto, ultimo dei sei figli di Sigmund e di Lucie Brasch, proveniente da una famiglia di ricchi mercanti. L’infanzia e la sua giovinezza furono impregnati dalla cultura ebraico-tedesca dell’età d´oro, prima della Shoa, quando alla Bauhaus insegnavano Albers o Schlemmer o Breuer. Il padre di Lucian capì fin dal 1933 cosa significava l’ascesa di Hitler e fuggì subito a Londra, seguito molto più tardi, solo nel 1938, da Sigmund. L’impatto con Londra per Lucian fu molto difficile. Fu un pessimo studente, un cattivo marinaio, uno sbandato, che viveva nel quartiere di Paddington. È del 1944 la sua prima personale, nel 1948 il primo matrimonio (con Kitty Garman, figlia dello scultore Jacob Epstein) e poi l’incontro e l’amicizia con Bacon e altri artisti. Sempre tenendosi ai margini del mondo dei lustrini. Non a caso nei quadri compare John Deakin, il ritratto di un ladruncolo di Paddington, dal viso contorto, o un paesaggio di Paddington, o Sue Tilly, anonima impiegata decisamente sgraziata che è la protagonista di Sera nello Studio insieme a un cane, anzi una cagna di razza whippet che ha vissuto con Freud e che spesso incontriamo nelle sue opere. Non era e non è stato, a lungo, un artista di grande successo. Certo era legato affettivamente ai grandi come Bacon, che influenzò e dai quali fu influenzato, ma restò sempre spiccatamente figurativo in un periodo in cui la pittura e la figurazione sembravano costantemente in declino e quindi, come denunciava anche Giovanni Testori, fu costantemente ignorato. Soltanto molto tardi arrivarono i riconoscimenti: la celebre definizione di Herbert Read che lo vide come “l´Ingres dell’esistenzialismo”, o la lettura dei legami con i grandi pittori del passato, a partire dai ritrattisti olandesi come Frans Hals e poi giù fino a Watteau, Corot e Cézanne. Come quei grandi del passato Lucian Freud produce quadri con una lentezza che diventa quasi esasperante ma sempre con una tecnica raffinatissima, da vero maestro e sempre con gli stessi soggetti: amici e familiari, amanti o semplici conoscenti, spesso colti in un momento di stanchezza su un divano o un letto sfatto, i corpi grassi, il sesso in vista. Di questa impietosa ritrattistica [...] fanno parte amici come Bacon, il modello Leigh Bowery (un drag queen presentato come artista alle Corderie nella mostra di Rosa Martinez), i figli, la madre, l’unica verso cui ha uno sguardo amoroso, lui stesso, poiché Freud ha prodotto un autoritratto ogni pochi anni rappresentandosi come un ragazzo macilento o come un satiro, cosa che avvenne nel quadro con cui festeggiò i 70 anni, un nudo a figura intera dove la spatola del pittore diventa quasi una lancia da combattente. Ed è un autoritratto alla Velázquez una delle ultime opere, Painter Surprised by Naked Admirer (Pittore colto di sorpresa da un’ammiratrice nuda), che lo vede tra lo specchio e il cavalletto, ritratto in cui si trova intralciato nei movimenti da una giovane splendida donna nuda. Afferra la sua gamba sinistra in maniera affettuosa ma avvinghiante. Non è intenzionata a lasciarlo. È una fantastica rappresentazione del bisogno pressante di dipingere, come sostiene [...] William Feaver, “la stretta di questo bisogno, senza rivendicare in alcun modo uno status o un significato allegorico”. [...]» (“la Repubblica” 9/6/2005).