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 2002  agosto 28 Mercoledì calendario

DURANTE

DURANTE Viviana Roma 8 maggio 1967. Ballerina • «[...] sorridente, minuta [...] ricorda in modo impressionate la giovane Audrey Hepburn. E della Hepburn incarna lo stile: limpido, asciutto, minimalista. Decisamente insolito per una grande ballerina classica. Romana di nascita, londinese d’adozione, étoile di calibro internazionale [...] Quanti anni aveva qando si è trasferita a Londra? ”Dieci. Non è stato facile: sola in una città sconosciuta, senza conoscere una parola d’inglese. Sentivo intensamente la mancanza della mia famiglia. Ogni anno chiedevo di tornare. Ma poi, di fronte all’idea di dover rinunciare al mio sogno - ballare - mi dicevo: provo ancora un anno. E un anno dopo l’altro, eccomi qua. finita che mi sento più inglese che italiana!”. Che ricordi ha dei suoi primi anni a Roma? ”Non molto, ricordo soprattuto la famiglia, la mia casa. Ricordo Villa Pamphili, il garage con la sbarra e gli specchi, dove ho preso le mie prime lezioni di danza. E l’81, l’autobus che con mia madre prendevo per andare alla scuola di ballo dell’Opera. Chissà se esiste ancora [...] Mi piacciono le cose che non si sa da dove vengono. A teatro mi piacciono i personaggi di Pinter: i ’vuoti’ che si aprono fra l’uno e l’altro, fra la frase di uno e quella dell’altro, che sembra provenire da un altro luogo. Non amo le cose troppo ’piene’ di significato”» (Donatella Bertozzi, ”Il Messaggero” 24/7/2005) • «A Londra ci è andata quando aveva dieci anni. Sola. Al convitto della School of Royal Ballet. Ed è uscita dalla porta della scuola per aprire direttamente quella del Royal Ballet dove ha raggiunto presto i massimi livelli, sviluppando una limpidissima tecnica che ben si accompagna al suo talento altamente temperamentoso, danzando nei grandi ruoli classici, nei balletti di Kenneth McMillan e Frederick Ashton. Poi ha mollato. Dal 1997 è ballerina guest star nei più grandi teatri. [...] ”Non volovo più fare parte di una compagnia. Il Royal Ballet è un posto bellissimo, stupendo per tutto quello che mi ha dato. Però avevo bisogno di fare esperienza di altre culture, altri teatri, altri coreografi. In realtà stare sempre nella stessa compagnia dopo un po’ diventa un lavoro burocratico, routinier, si vedono sempre le stesse persone, ci si lascia andare. E a me non va. Perché il balletto non è un lavoro, è un’arte, una scelta di vita, una passione» (Sergio Trombetta, ”La Stampa” 31/7/2001).