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 2002  agosto 28 Mercoledì calendario

Derrida Jacques

• El Biar (Algeria) 15 luglio 1930, Parigi (Francia) 8 ottobre 2004. Filosofo. «Nel 1966 un giovane filosofo francese di origine ebrea e algerina tenne una conferenza alla Johns Hopkins University, e scatenò un terremoto intellettuale proponendo un nuovo modo di leggere e interpretare testi che divenne noto come decostruzionismo. Da un giorno all’altro divenne l’enfant terrible della filosofia continentale, e il decostruzionismo suscitò applausi e fischi nei dipartimenti umanistici. Nel 1967 esplose anche sul mercato editoriale, con una trilogia di opere magmatiche e difficili che contribuirono ad aumentare il numero sia dei suoi estimatori che dei suoi detrattori: La scrittura e la differenza, La voce e il fenomeno e La grammatologia. Da quel momento i suoi titoli si sono succeduti a girandola, e hanno ormai raggiunto la settantina. […] ”Quand’ero studente, negli anni ”50, in Francia c’erano due approcci tradizionali alla fenomenologia. Uno, dominato da Sartre e Merleau-Ponty, si concentrava sulle percezioni. L’altro, quello marxista, cercava di legare la fenomenologia alla politica. Io ero invece interessato alla scrittura”» (Piergiorgio Odifreddi, ”la Repubblica” 3/7/2002). «L’eccezionalità filosofica è fuori discussione: il suo pensiero della ”decostruzione”, come lo si chiama di solito, ha fornito tante e tali prove di qualità, a partire dagli anni Sessanta, da farne senza dubbio uno dei maggiori pensatori contemporanei. [...] Derrida non assomigliava per nulla allo stereotipo del filosofo che pontifica guardando un po’ dall’alto: al contrario, ogni volta, era uno in mezzo ad altri, uno con il quale ci si sentiva a casa, senza bisogno di dover dire la frase intelligente. Solo che lui era Derrida. Era ormai universalmente conosciuto. [...] ha fatto fatica a imporsi. Aveva esordito, alla fine degli anni Sessanta, con tre grandi libri filosofici (La voce e il fenomeno, Della grammatologia, La scrittura e la differenza, i primi due tradotti da Jaca Book e il terzo da Einaudi), provocando la comunità dei filosofi con una critica radicale della metafisica della presenza che coinvolgeva nomi grossi come Husserl e Heidegger, nonché il nume tutelare della filosofia francese, cioè Cartesio. Era sembrato uno dei distruttori dell’idea di soggetto a favore di una sofisticata filosofia della differenza, all´apparenza lontana dalle pratiche e dai vissuti, e quindi astrattamente apolitica. [...] accadeva così, per un impasto di ragioni, che Derrida venisse considerato un pensatore divagante, difficile da leggere, un po’ letterario. [...] un filosofo che si allontanava per la sua scrittura dai modelli anglosassoni (curioso che poi abbia avuto un così grande successo negli Stati Uniti!), che si occupava di troppe e disparate cose, e che sembrava giocare gratuitamente con le parole come quel termine différance scritto con la ”a” (differanza?), è stata difficile da scollare, sempre che questo chiarimento sia poi davvero avvenuto. Derrida ha continuato a scrivere ”alla Derrida”. Solo che in seguito, negli anni Ottanta, nei Novanta [...] ha affrontato argomenti come l’amicizia (Politiche dell’amicizia, 1994) o il dono (Donare il tempo, 1991), o ancora l’ospitalità, la legge, fino ai [...] testi che girano intorno alla democrazia. Oggetti, per dir così, di impatto decisamente etico e politico, sui quali Derrida ha affondato le sue sonde decostruttive, cioè, in breve, de-metafisicizzanti e produttrici di conflitti, contraddizioni, aporie, e dunque problemi da far nostri. Questa cosiddetta ”svolta” del suo pensiero, accompagnata da un impegno pratico e sempre meno accademico in senso stretto, ha dissipato molti equivoci su di lui e tagliato parecchie lingue. Ora Derrida - il fumoso e illeggibile Derrida - dava parole e strumenti ai movimenti femminili o ai soggetti dell’immigrazione [...] C’è una straordinaria continuità tra le sue prime analisi, per esempio quelle dedicate in La scrittura e la differenza alla follia (sono cento pagine formidabili, un libro-recensione della Storia della follia di Michel Foucault), e il modo con cui Derrida ha trattato, negli anni Novanta, la questione del dono e dell’ospitalità, mostrandone la dinamica ”folle”, il folle gioco in cui non possiamo non entrare quando ci mettiamo di fronte alla novità dell’evento, anche di un evento qualsiasi. Di quell’evento che sopraggiunge sempre al di là e al di fuori della previsione, anzi, nonostante le nostre capacità di anticiparlo. [...] Derrida ha scritto troppo? Certo è impressionante un autore che pubblica magari tre libri in un anno. Ogni sua conferenza, per l’intensità e l’articolazione, era in qualche modo un libro in nuce. [...]» (Pier Aldo Rovatti, ”la Repubblica” 10/10/2004).