Varie, 28 agosto 2002
CASTELLINA
CASTELLINA Luciana Roma 9 agosto 1929. Figlia unica di Gino Castellina, un milanese rappresentante di commercio, e di Lisetta Liebmann, ebrea triestina. Ha sposato Alfredo Reichlin, dal quale ha avuto due figli: Pietro e Lucrezia. Dopo il divorzio, è stata per anni la compagna di Lucio Magri. Ha fatto politica prima nella Fgci, poi nel Pci. Fu tra i fondatori del ”Manifesto” e tra gli animatori del Pdup. Pacifista a oltranza con la rivista ”Guerra e Pace”, poi di nuovo nel Pci di Alessandro Natta. A Rifondazione per dirigere il settimanale ”Liberazione”, infine di nuovo con gli ex compagni del Pci, divenuto Pds e infine Ds • «Il suo fascino è intatto, l’abbronzatura sempre leggendaria, l’abito naturalmente di lino, i sandali di cuoio cuciti a mano. Mezzo secolo di battaglie per la sinistra non hanno mai limitato o punito la sua eleganza. Anzi. Hanno aiutato una donna vera, intera, moglie-madre-compagna-signora a diventare un esempio per molte donne più giovani. […] La pelle color cioccolata che incantava i capi comunisti e turbava i giovani praticanti del ”Manifesto”, ”non ho mai messo nulla, mai una crema solare... ho la pelle rovinatissima e oggi mi tocca il filtro totale”. […] ”Tutti i miei compagni hanno ignorato il lavoro bestiale che c’è dietro una casa che funziona, un lavoro iniziato tanti giorni prima del loro arrivo. L’unica cosa che sapevano fare bene era cucinare. Io faccio la spesa, lavo i piatti, ma non so preparare un pasto. L’unico piatto su cui mi sento sicura, qui, è la pasta con i moscardini... Mi affido agli ospiti, che sono sempre tanti. Ai miei figli Pietro e Lucrezia Reichlin, ai figli del mio ultimo compagno, in arrivo da Londra e dall’America, a Valentino Parlato e a sua moglie, a Mario Scialoja, viene anche Lucio Magri, il mio amato ex. Sono riuscita, nella vita, a portarmi dietro tutti... da mia madre Lisetta, che ha festeggiato i 98 anni proprio qui, a Pasqua, ai nipotini piccolissimi. Penso che la tribù sia una forma superiore alla famiglia”.[…] Le prime vacanze, da bambina, al Lido di Venezia. ”Con i cugini Ascoli, veneziani, figli di una sorella di mamma. Ma nel 1943 la tradizione si interruppe... Ci trasferimmo a Riccione, dov’erano a villeggiare anche i figli del duce. E la sera del 24 luglio, proprio mentre era in corso a Roma la riunione del Gran Consiglio che portò alla caduta del regime, io giocavo tranquillamente a tennis con Annamaria Mussolini, mia compagna di scuola al liceo Tasso. Ricordo quella scena come se fosse ora: venne una delle guardie del corpo a interrompere la partita e si portò via la mia amica... avevo quasi quattordici anni e capii subito che stava succedendo qualcosa di grave. Il giorno dopo, fu un’esplosione di festa: alla pensione ci dettero da mangiare le tagliatelle in bianco, un’eccezione, in tempo di guerra. I dinghy inalberavano il gran pavese, il pomeriggio buttarono giù il Fascio di Riccione... Noi eravamo in gruppo, la notte ascoltavamo Radio Londra a casa di amici, il giorno vivevamo quasi come dei turisti normali. Una contraddizione che è stata raccontata perfettamente da uno dei ragazzi con cui passai quei giorni”. L’estate e la scoperta della politica hanno una data che è segnata nel cuore di una generazione: il 1947, festival internazionale della gioventù a Praga. ”La brigata italiana era immensa, io partii con Giovanni Berlinguer. Attraversai l’Europa distrutta in treno, ricordo Bratislava, Budapest... Sono stata l’unica volontaria italiana impegnata nella ferrovia della gioventù in Jugoslavia, avevo fatto amicizia con due ragazze ebree di Palestina, lo Stato d’Israele non c’era ancora...[…] In estate, il 19 agosto, è nata la mia prima figlia. Un’emozione immensa, era il 1954. I figli sono al centro della mia vita, forse lo capiscono adesso che hanno i loro. Lucrezia ha adottato una piccola cinese, meravigliosa, Schu. Pietro è il padre di un Alfredo Reichlin di sette anni, dotato, come dice suo nonno, ”di un’arroganza dalemiana” e, come dico io, di una puzza sotto il naso pari a quella del mio ex marito […] Stavo per compiere quarant’anni, eravamo stati cacciati dal Pci, io lavoravo alle Botteghe Oscure e fui mandata al confino al giornale ”Noi Donne” . Sergio Spina e Nuccio Fava partivano per il Giappone per realizzare dei documentari per la Rai, c’era un posto in più ma dovevamo restare un mese intero. Con la diaria di ”Noi Donne” potevo mangiare solo una ciotola di riso e bere un po’ di latte, ma mi organizzai presto... riuscii persino a farmi prestare una macchina dal sindaco di Tokio. C’era, all’epoca, un movimento armato nelle università che stava passando alla clandestinità. Li incontravo, per non destare sospetti, nelle hall dei grandi alberghi internazionali... Parlavamo di rivoluzione, loro teorizzavano l’uso della violenza per accorciare i tempi, come fecero anni dopo le Brigate Rosse, ma furono presto distrutti. Di questa strana atmosfera, resa surreale anche dalla mia costante fame, ho ricordi precisi e terribili. Avevo conosciuto a Tokio, attraverso la radio americana, alcuni soldati che combattevano in Vietnam, arrivavano e si fermavano in città per brevi pause. Mi raccontavano dei tantissimi morti, del dramma delle giovani vittime... Mentre le donne giapponesi usavano la loro arte per rendere presentabili e riconoscibili i cadaveri che sarebbero stati mostrati ai parenti... Fu un mese di terrore, di incubi, non vedevo l’ora di tornare a casa”» (Barbara Palombelli, ”Corriere della Sera” 8/7/2002).