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 2002  agosto 30 Venerdì calendario

Ceresa Alice

• Basilea (Svizzera) 23 gennaio 1923, 21 dicembre 2001. «L’eterna sigaretta in mano, i capelli corti grigi, la faccia segnata e bellissima nel suo candore e nella sua propensione a sorridere di sé prima che degli altri [...] ”Sono nata a Basilea, vivo a Roma. Scrivo da sempre” dichiara nella sua laconica autobiografia [...] Ha scritto pochi libri: La figlia prodiga, pubblicato da Einaudi nel 1967, ha vinto il premio Viareggio opera prima. La morte del padre, pubblicato su ”Nuovi argomenti”, e Bambine, pubblicato da Einaudi nel 1990. Il suo scrivere era parco e segreto [...] Aveva qualcosa di una formicuzza laboriosa che mette da parte i grani per l’inverno ma conosceva anche l’arte sublime dell’ozio. Ci sono degli scrittori di grande qualità che temono il rapporto col pubblico, o per troppo amore o per completo disamore. Non si tirano indietro come lettori ed Alice era una di questi, ma come scrittori diffidano di quell’abbraccio col mercato che può essere mortale. ”La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale in tedesco” racconta parlando della sua infanzia a Basilea. ”Non ricordo traumi e difficoltà apparenti, direi anzi che la cosa mi sembrava normalissima. Le complicazioni cominciarono quando la famigliola si trasferì nelle sue terre d’origine. Anche le scuole subentrarono in italiano, l’intera comunità che si esprimeva come noi a casa e io mi trovai con una lingua in più che non solo non serviva a nulla ma aveva pure degli strascichi estremamente fastidiosi: per esempio pronunciavo automaticamente l’alfabeto in tedesco per il grande sollazzo della classe e la tavola pitagorica mi si affacciava paurosamente alla mente in quella lingua obsoleta davanti ad ogni minimo calcolo, provocandomi confusioni supplementari in una materia già di per sé raccapricciante [...] Tentai in tutti i modi di dimenticare quella seconda lingua che non mi poteva e non mi doveva corrispondere più. Cominciai perfino ad abolirla al punto da rifiutare qualsiasi lettura in tedesco: il che, per il topo di biblioteca che ero, rappresentava un sacrificio immane» (Dacia Maraini, ”Corriere della Sera” 27/12/2001).