Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  settembre 02 Lunedì calendario

Salvatore Matteo

• Apricena (Foggia) 16 giugno 1925, Foggia 27 agosto 2005. Nato da Vincenza Pacilli e Lazzaro Salvatore, bracciante. La sorella Maria muore a 14 anni perché la famiglia (7 figli) fa la fame e Matteo, da 8 anni è garzone, mietitore, bracciante, facchino, cavapietre, vende parruzzelle (sfilatini di pane di granturco) e accompagna Vincenzo Pizzicoli, musicista cieco. Sposa Antonietta Mascialone (muore a 19 anni). Da Ida Signoriello avrà 4 figli. Nel dopoguerra perde il suo maestro e emigra a Roma, nelle baracche di Porta Cavalleggeri. muratore ma di sera suona da «Giggetto er pescatore» all’Acqua Acetosa. Giuseppe De Santis lo vuole in Uomini e lupi. Incide con Vis radio, Fonit Cetra e Rca 30 dischi e il capolavoro, Le quattro stagioni del Gargano. Cantagiro, Sanremo, tv, tourneé (con Villa, Modugno e Pravo), concerti al Folkstudio. La morte di Adriana Soriani (dopo un litigio) gli costa 4 anni di carcere a San Marino. L’ultimo tour nel 2001, La luna aggira il mondo e voi dormite! Nel ”95 Anne Alix gira Il cantastorie, prodotto da Joseph Gay Ramaka (Senegal). «[...] uno degli ultimi eroi della nostra cultura popolare [...] una carriera atipica, irregolare, scandita da continue rivelazioni e incomprensioni, successi, apprezzamenti, entrate e uscite di scena parimenti discrete, perennemente sull’orlo di quel baratro ingrato che è il dimenticatoio della nostra cultura popolare. Una figura leggendaria emersa a margine del cosiddetto folk revival italiano, ma assai poco riconducibile a qualsivoglia ”scuola”. Destinato ad essere celebrato in seguito come prototipo del moderno cantautore, Matteo Salvatore inventò di fatto il neo-folk e la ballata neo-realista. Nonostante il legame viscerale con il suo Gargano, una vera e propria tradizione fu costretto a inventarsela, perché ai tempi in cui partì armato di registratore (glielo affidò il regista Giuseppe De Santis perché esplorasse i tesori del folklore locale) tutti in Puglia sembravano aver voce solo per le canzoni napoletane. Per contro ”le sue parole - disse una volta Italo Calvino - noi dobbiamo ancora inventarle”. Era un linguaggio esclusivo, il suo, di quelli che non si affinano studiando (se non con un maestro ultracentenario cieco) o tendendo l’orecchio ad altri modelli, eppure perfettamente comprensibile a tutti nella sua detonante dimensione poetica e nella sua arguzia, perché privo di qualsiasi compiacimento intellettuale o sentimentale. Tutto quello che cantava, lasciato traspirare dagli arpeggi vaporosi della sua chitarra, lo aveva semplicemente e intensamente vissuto: la miseria nera patita nell’infanzia, la pasta nera voracemente apprezzata, la camicia nera sbeffeggiata a suo tempo, i mille torti e taglieggiamenti subiti poi dall’industria dello spettacolo e i mille espedienti inventati per sopravvivere. Con dolce amarezza e un fatalismo apparente quanto imprecante, che non escludeva la lotta per il cambiamento. Matteo Salvatore cantava tra l’altro proibito, Lu bene mio, Sempre poveri, Pasta nera, Faciteve li cazza vostra, Li chiacchiere di lu paese, Fra me e te, Cane e gatto... Melodie scolpite nella pietra e fatte volare da un lirismo profondo, una voce orientata verso il registro alto ma mai sguaiata, velata anzi da una garza di disperazione, una sfumatura dolce e dolente, di incurabile tatto e consapevolezza. Canti d’amore e di sdegno, di miseria e di rivolta, ballate aneddotiche innervate da un’ironia contundente. Si portava tutto dentro con aggraziata indignazione, l’orgoglio dei diseredati, le disillusioni del nostro Meridione, la fame ”che si poteva tagliare col coltello”, i pochi soldi guadagnati in fretta con la tv e ancor più frettolosamente sperperati, le foto ricordo, i premi e i tradimenti, le brucianti storture sociali di una Puglia che all’epoca era molto poco conosciuta, il destino di emigrazione e sfruttamento. Fu definito di volta in volta poeta-contadino, artigiano del folk, genio analfabeta, cantastorie informale. Per Ignazio Buttitta tutti si potevano copiare tranne lui, ”perché è una creazione continua”. Concetta Barra adorava ”quella voce, quel falsetto, quel supplizio de lu soprastante... Insomma - diceva - Matteo quanne piglia `a chitarra te fa vede’ u paravise”. Eugenio Bennato lo definì ”un crocevia fra la poesia e la terra”, autore di una musica ”che dai toni bassi sale molto in alto per guardare tutta la realtà del mondo”. Per Pino Daniele era semplicemente ”il più grosso fenomeno musicale italiano”, interlocutore ideale per quello che lui definisce ”dialogo mediterraneo”. Goffredo Fofi ha descritto le sue interpretazioni in termini di ”esperienza indimenticabile: il confronto diretto con un poeta antico e modernissimo, che ha saputo cantare i riti e le stagioni, l’amore per la vita e le sue gioie, la fatica e l’ingiustizia....”. Tra quelli che hanno avuto orecchie per le sue canzoni, parole importanti per la sua arte e sentimenti di profonda amicizia per la persona ci sono anche Vinicio Capossela, Teresa De Sio, Daniele Sepe, Francesco Guccini, Otello Profazio, Renzo Arbore e tanti altri. Tutti pazzi di lui e del suo irriducibile stile libero. [...]» (Marco Boccitto, ”il manifesto” 29/8/2005). «[...] il ”cantastorie del Gargano” [...] Imparò la musica da un suonatore cieco, che si guadagnava da vivere per strada, con stornelli e serenate. Fece il banditore con il corno, il bracciante, il garzone di cantina: le sue canzoni non hanno le rime e l’allegria del folk, raccontano la fatica dei contadini sferzati dal ”soprastante”, la miseria delle famiglie numerose affamate dalla guerra, le sconfitte di chi vive ai margini. Uno stile che affascinò molti vip negli anni 50, quando faceva il parcheggiatore per i ristoranti. Furono i suoi anni d’oro: incise dischi, fu attore in Uomini e lupi di Giuseppe De Santis, con Yves Montand. Italo Calvino di lui scriveva: ”Noi dobbiamo ancora inventare le parole che dice”» (Anna Langone, ”La Stampa” 24/11/2004). «Il primo bluesman italiano, un nero di casa nostra che se fosse nato nel Mississippi sarebbe una leggenda vivente. Con i suoi testi poetici e veri, con la sua voce inconsapevolmente venata di autentico blues, con gli arpeggi della sua chitarra e con la caparbietà che hanno solo gli artisti, ha raccolto l’eredità dei vecchi cantastorie facendola restare al passo coi tempi. Tra analfabetismo e arguzia, cultura popolare e straordinaria vocalità, genio e sregolatezza, passione e humour, ha trasmesso emozioni per anni e anni, dai primi canti (i bandi che cominciavano sempre con Popolo de lu paese..., come gli editti del podestà), a una delle sue raccolte, Padrone mio ti voglio arricchire, che se fosse stata cantata in inglese invece che in foggiano oggi sarebbe oggetto di culto nella Hall of Fame del blues. Ha raccolto in un libro, La luna aggira il mondo e voi dormite, la sua autobiografia, che racconta in modo anomalo e affascinante le tragicomiche avventure della sua vita e del nostro meridione, dai ricordi d’infanzia dell’Italia fascista alle prime esperienze musicali, fino al salto verso Roma e il successo [...]» (Fabrizio Zampa, ”Il Messaggero” 15/7/2002). «Il maestro Pizzicoli. Era cieco, suonatore di violino, mandolino e chitarra. Un giorno andai da lui, dato che avevo tempo da vendere e nessuno me lo comprava. Chiesi al maestro se volesse insegnarmi a suonare la chitarra. Io andavo quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio. Lui prendeva la mia mano e mi faceva mettere le dita sulla tastiera. Dopo alcuni giorni, imparai una nota. E così passarono i mesi. Io ero appassionatissimo, nonostante la miseria. Portavamo di notte le serenate, cantando, lui, canzoni napoletane. Poi insegnò a me le canzoni napoletane antiche, Ohi Marì, Torna a Surriento ecc. Passarono 3 anni, io suonavo alla perfezione. Il maestro Pizzicoli piangeva dall’emozione che io fossi arrivato a quel punto. Passarono un bel po’ d’anni, il maestro era malato e mi disse: ”Matteo, io sono arrivato a un’età che pochi hanno visto. Quando io morirò, mi devi mettere il violino nella bara”. [...] La morte del maestro mi addolorò tantissimo. Fra tristezza e miseria, non capivo più niente, ero imbambolato. Aveva 102 anni. Per un anno di seguito portai fiori di campagna sulla sua tomba. [...] Apricena 1939. Chiamarono la classe del 1925 a fare addestramento sul piazzale dell’edificio scolastico. Dovevamo prepararci per andare in guerra. C’avevano fornito un moschetto con la baionetta, per istruirci con il maresciallo della milizia del paese. [...] Al primo mese, questo maresciallo ci dava istruzioni in dialetto: ”Per fila mancina, per fila dritta, avant... dietrofront...”. Alla fine del mese, preceduti da due staffette, arrivarono i federali. Tra mosche e gagliardetti, non vedevo più una parete bianca. Tutto nero. Il maresciallo ci ordinò: ”Per fila destra!”. Era la prima volta che sentivamo questa parola. Quello per tutto il mese ci aveva sempre dato le istruzioni dicendo ”mancina e dritta, mancina e dritta”. Noi come cazzo dovevamo capire? La terza volta che disse ”destra”, i duecento studenti che sapevano leggere e scrivere girarono a destra e noi cinquecento analfabeti girammo a sinistra. Ci incominciammo a imbambalire, a sparpagliarci. I due federali strillavano a squarciagola: ”Maresciallo, che istruzioni hai dato a questi giovani?”. Il federale gesticolava. ”Come possiamo vincere la guerra, con questa gioventù che non capisce un’acca?”. E noi non sapevamo neanche che voleva significare l’acca. Il maresciallo rispose: ”Mo’ ci penso io, li ho istruiti per la guerra”. Presero otto di noi, neanche a farlo apposta tutti e otto analfabeti. [...] Lui, il maresciallo, stava in mezzo, noi intorno. Ci disse: ”Quando arriva il nemico come vi dovete comportare?”, e aggiunse ad alta voce: ”baionetta in canna!”. Noi togliemmo le baionette e ce le mettemmo sotto la gola, ”perché capivamo ”in ganna’, alla gola. [...] I due federali pensarono che l’avessimo fatto per sabotaggio. Noi continuavamo a dire: ”Lui l’ha ditto e mo’ che amma fa?’. Ci presero quelli della milizia e ci portarono direttamente al commissariato di S. Severo. [...] Ci dettero tante botte, con la frusta, con i calci, pugni, ci sputavano addosso. [...] Un giorno andai a mangiare in una trattoria a Trastevere. Lì c’era Claudio Villa. Mi chiese se volevo incidere dei dischi con la Vis Radio, la sua stessa etichetta discografica. Io gli dissi di sì. Era una casa discografica napoletana. Il proprietario si chiamava Scoppa. Io, già tutto timido, avevo paura che mi dicesse di no. Lui, per far contento Claudio Villa, disse: ”Va bene, facciamo 4 facciate”. Erano dischi a 78 giri, che se cadevano a terra si facevano in mille pezzi. Le prime incisioni furono La morte traditrice, Lu pugliese a Roma, Lu vecchie, Lu limone, Cuncettina, I maccheroni, I capelli neri, Zompa cardille. Finì il mondo! Tutto il Sud ascoltava le mie ballate. Dato che i più poveri non potevano comprare il disco, qualcuno che aveva il grammofono, o i bar dei paesi, mettevano l’altoparlante fuori e facevano suonare i miei dischi. [...]» (Matteo Salvatore con Angelo Cavallo, La luna aggira il mondo e voi dormite, Stampa Alternativa, Roma, 2002, pp. 35 / 39-49/ 64). «’Sembrerà strano, ma ero un viaggiatore ed era una notte d’inverno quando, a Torino, incontrai per la prima volta Italo Calvino. Diventò un mio estimatore. Mi chiamava ”la vera unica fonte’ [...] Quando ero a Roma [...] passavo le giornate davanti ai cancelli della Rai per farmi ascoltare. Ma non c’era niente da fare. Puntualmente chiamavano i carabinieri per cacciarmi [...] Io vengo da una famiglia di braccianti. Mio padre doveva sfamarci in 10 e non era facile. Non c’erano soldi per andare a scuola, ma ben presto scoprii di avere una voce potente e nessuna vergogna a esibirmi. Il podestà mi chiamava ogni volta che bisognava informare il paese di una nuova legge. Poi mi accodai a un cieco delle mie parti che andava in giro a esibirsi col violino e imparai a suonare le canzoni napoletane sulla chitarra”. Ma poi l’amico violinista spirò e il novello chitarrista ebbe un attimo di smarrimento. ”Sì, durò pochissimo però. Giunsi alla conclusione che se dovevo fare la fame qui era meglio tentare la fortuna come cantante a Roma”. Lì infatti incontrò Murolo, Concetta Barra e Maria Carta: ”Venivano a vedermi spesso quando cantavo nelle osterie”. I componimenti vennero dopo. ”Avevo 27 anni e una mattina mentre ancora dormivo, nella mia baracca alla periferia di Roma, bussò qualcuno alla porta. Mi voleva il regista Giuseppe De Santis per una canzone in un film. Ricordo che era uno degli inverni più nevosi in Italia. Fu un momento fondamentale della mia vita. Vidi per la prima volta centomila lire tutte insieme, e poi De Santis scoprì la mia vocazione di cantastorie. Mi regalò un registratore e mi mandò in giro alla ricerca di filastrocche e canti popolari. Ma non riuscii a farci niente. Mi venivano in mente solo le immagini e le storie del mio paese. Allora mi chiesi: perché non parlare di questo?’. Nacquero così le autobiografie come Petto tonno (Donna dal seno grande), che racconta delle vicissitudini sentimentali della bella e formosa del paese; Don Nicola, che tratta della malvagità dei ricchi avari; Lu polverone, che riguarda le differenze sociali. La materia di cui sono fatte le canzoni di Salvatore è molto simile a quella con cui sono state intessute le sceneggiature di alcuni film di Zavattini, De Sica e Rossellini. Anche la sobrietà dell’esposizione accomuna quello che nel cinema andava sotto il nome di neorealismo, con le ballate del poeta pugliese. Ma, negli anni ”50 la potenza evocativa del cinema non era come quella della canzone popolare. ”Io volevo esibirmi in tv ma c’era un solo canale e lo comandava un solo partito”. [...]» (Roberto D’Alessandro, ”il manifesto” 31/10/1995).