Varie, 5 settembre 2002
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Comencini Luigi
• Salò (Brescia) 8 giugno 1916, Roma 6 aprile 2007. Regista • «Studia architettura ma contemporaneamente si occupa di critica cinematografica e collabora attivamente al progetto di salvaguardia dei vecchi film fondando [...] la Cineteca Italiana di Milano. Nel 1946 comincia la sua carriera di regista con il documentario Bambini in città, seguito dal lungometraggio Proibito rubare (1948) [...] Seguono tre pellicole meno significative prima di arrivare alla perfetta misura di Pane, amore e fantasia (1953) e Pane, amore e gelosia (1954), clamorosi successi con Vittorio De Sica maresciallo della Benemerita e Gina Lollobrigida scamiciata paesana, eroi di un’Italia di provincia, povera ma generosa, che induce gli addetti ai lavori a tributare al già schivo e autoironico regista l’appellativo di “fondatore del neorealismo rosa” [...] torna a un più equilibrato amalgama di comicità e passione italiaca con Tutti a casa (1960), film simbolo e senza retorica che insieme al successivo, La ragazza di Bube (1963), dal romanzo di Carlo Cassola, costituisce l’occasione per rivisitare il tormentato momento di storia patria seguito all’armistizio dell’8 settembre del 1943. Riappare il suo discorso sull’infanzia e l’adolescenza, in Incompreso (1966) cui seguono Le avventure di Pinocchio (1972), ridotte per il cinema dall’originale televisivo; sono opere che perfezionano la sua postazione privilegiata a misura di bambino: nessun altro autore, se non Truffaut, sa rendere partecipe lo spettatore dei misteri di un’età sfuggente e indecifrabile, senza sdolcinamenti o mascherati pedagogismi [...]» (Cinema, a cura di Gianni Canova, Garzanti 2002) • «[...] architetto dei sentimenti, maestro senza discepoli del cinema italiano, regista di film bellissimi, marito dal 49 sempre della stessa moglie, padre di due registe (Cristina, Francesca), di una costumista e scenografa (Paola), di una produttrice di news per il Tg5 (Eleonora), uomo incantevole. Da molto tempo la malattia lo tiene lontano dal set e dal mondo; è strano pensare che il suo primo rapporto con il cinema è stato quello di compratore. Figlio di famiglia borghese, nato a Salò, aveva studiato in Francia segnalandosi come brillante promessa delle matematiche e della scienza, si era laureato in architettura al Politecnico di Milano. L’amore per il cinema gli era nato durante il periodo universitario, quando aveva appassionatamente imparato a conoscerne i capolavori e scoperto che si potevano comprare coi soldi: aveva cominciato perciò a comprarli, a proiettarli in privato per un piccolo pubblico di amici (Renato Castellani, Giulio Macchi, Luciano Emmer, Alberto Lattuada, Ferdinando Ballo). Una copia del Monello di Chaplin la comperò per cinquecento lire, Il vampiro di Dreyer andò ad acquistarlo a Parigi per seicento franchi. Dette tutto alla Cineteca Italiana, ad esempio Femmine folli di Stroheim, Agonia sui ghiacci di Griffith, molte comiche di Charlot e anche Rapsodia satanica, un film di folle estetismo interpretato da Lyda Borelli e tutto colorato a mano, fotogramma per fotogramma, con gli acquerelli. Dal cinema lo distrasse un poco la passione politica dell’immediato dopoguerra. Diventò redattore dell’“Avanti!” di Milano: erano in quattro compreso il direttore, facevano tutto, non dormivano mai. Comencini distribuiva persino il giornale, ma poteva pure capitargli di scrivere articoli firmati Pietro Nenni. La linea telefonica Roma-Milano infatti s’interrompeva spesso durante la dettatura dell’articolo, nessuno aveva il coraggio di dirlo, pareva più semplice incaricare Comencini di mimare lo stile giornalistico e politico del segretario del partito socialista, il quale del resto non se ne accorse mai. Al cinema lo riportarono i bambini. Nel 1946 il suo documentario Bambini in città (in cui la Milano di rovine e macerie si trasformava per i ragazzi in un tragico ma libero e misterioso campo di giochi) venne subito premiato a Venezia e a Cannes. I bambini erano protagonisti del primo film Proibito rubare, 1948, malriuscito tentativo di un prete veneto di organizzare una Città dei ragazzi all’americana per i ribaldi sciuscià napoletani, scritto dall’esordiente Suso Cecchi d’Amico; dedicati ai bambini erano Heidi e poi Incompreso, tratti da classici per l’infanzia; un bambino era al centro de La finestra sul Luna Park, l’unico film che Comencini considerasse davvero suo. Più tardi il meraviglioso Pinocchio e il bellissimo Voltati, Eugenio confermarono una vocazione che il regista spiegava così: “Mi interessano i bambini. Sono adulti senza leggi, senza morale, senza autocontrollo, senza condizionamenti psicologici e sociali: quindi, l’uomo nella sua essenza più autentica e originaria”. Asciutto, colto, ben vestito, ipocondriaco, ombroso, di abitudini semplici, un po’ svizzero, Comencini ha diretto alcuni dei successi cinematografici più clamorosi, da quel Pane, amore e fantasia che gli costò il soprannome di “killer del neorealismo” al grande Tutti a casa con Alberto Sordi, alla Ragazza di Bube dal romanzo di Carlo Cassola, a La storia dal romanzo di Elsa Morante. Diceva: “Il cinema è una professione, non un’arte. Il film è uno spettacolo, solo raramente raggiunge la poesia. L’ispirazione c’entra poco, il film va girato con accanimento e con la convinzione di realizzare una cosa molto importante”. La moralità del fare l’ha portato a dirigere 44 film, non sempre straordinari, a volte meravigliosi per la loro capacità di dare agli spettatori un vero piacere, non soltanto di divertirli o interessarli senza porcherie: impossibile dimenticare il classico L’imperatore di Capri con Totò, il brillante Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano, il delizioso La donna della domenica dal romanzo di Fruttero&Lucentini. Una domenica mattina (Comencini era già malato), con Oreste del Buono andammo a trovarlo nella casa romana di via Savoia per interrogarlo sul suo cinema. Il regista parlava male, con fatica, comprenderlo non era facilissimo. Se ne rese conto. Prese il mio notes, la biro, e come poteva, come per spiegare tutto, scrisse: “Odio i film che non hanno successo. Mi fanno pena, come le case disabitate”» (Lietta Tornabuoni, “La Stampa” 6/6/2006).