Varie, 9 settembre 2002
CAMPANELLA
CAMPANELLA Bruno Bari 6 gennaio 1943. Direttore d’orchestra • «La mitezza di carattere del Maestro, la sua a volte irritante umiltà, salvo che sul podio, ove la sua guida è d’incontestata autorità, gli hanno impedito una carriera fulminante e divistica. Da noi lo si considera un mediocre, oppure un buon ”accompagnatore”, col qual termine i palati fini intendono da noi il direttore d’opera di repertorio in grado di ”stare dietro” ai cantanti senza che l’ignoranza di costoro provochi incidenti, o che rispetti i loro capricci e sappia ”seguirli”. [...] La luce a volte infantile dei suoi occhi, il suo carattere, l’ipocondriaco che riconosce il proprio simile, il sorriso luminoso, mi hanno conquistato. Oltre alla bontà d’animo, forse principale ostacolo alla carriera. Ma lui è, fra l’altro, uno dei pochi direttori d’orchestra coi quali sia possibile parlare di musica e non di pettegolezzi sui colleghi o dai quali non si sia costretti ad ascoltare certe imbarazzanti barzellette pornologiche. Nacque a Bari. Oggi è, credo, fra i cinquanta e i sessant’anni. nel miglior periodo per un artista, quello ove l’esperienza e la dottrina si sono fortificate indistruttibilmente, ma è ancor possibile, lo studio essendo ininterrotto, apprendere, riflettere su se stessi, mutare e mutar d’interpretazione; infine ampliare il repertorio. Quest’ultimo punto è una delle cruces del mite e sorridente, giacché lo sciocco cristallizzarsi della sua figura fa sì che la sua agenda sia fittissima ma quasi sempre delle stesse cose, in particolare quelle appartenenti al cosiddetto ”Bel Canto”. pur vero che pochi direttori al mondo affrontano, exempli gratia , Rossini, Bellini e Donizetti con stile, eleganza e pathos paragonabili ai suoi. vero anche che i cretini, largamente rappresentati fra Soprintendenti e Direttori Artistici, sono convinti che il Wozzeck sia, per il direttore, molto più difficile della Sonnambula : laddove è vero esattamente il contrario. Credono che basti una bacchetta di serie B per la seconda, ignorandone le insidie atroci. Ed ecco Campanella a masticar ”Bel Canto”, magari affiancato a soggetti dal valore modestissimo. Ma lui dirige con la partitura sul leggio, con gli occhiali, un po’ curvo, con una bacchetta cortissima e un gesto così misurato e infallibile che al pubblico fa l’impressione di un pulcino. Il suo stile è così elegante che nello scoprire, lui sul podio, particolari inediti in partiture in apparenza notissime, scopri insieme che vi si arriva più per sottrazione che per addizione. Ma quando poi un intelligente gli mise in mano La carriera d’un libertino di Stravinski, una coerenza musicale e persino un’insospettabile melancolia scaturirono dalla sua bacchetta come forse mai nella Storia. Quando gli affidarono un’Opera sconosciuta e dal più straziante contenuto, la Jérusalem di Verdi, egli mostrò un possente e drammatico e sintetico piglio e il pathos ci portò alle lagrime. Se alla Scala, alla Filarmonica, gli affidassero un concerto sinfonico, forse il pubblico non lo capirebbe la prima volta, non essendo propriamente fatto di buongustai, ma il confronto fra lui e parecchi altri scritturati sarebbe schiacciante. Uno degli slogan più di moda oggi è quello del direttore d’orchestra ”colto”. Ebbene, trovatemi un caso analogo: conseguita a Bari la maturità classica, si trasferì a Firenze per diplomarsi in composizione e direzione d’orchestra. Non aveva una lira. Si mantenne agli studi prima dando lezioni private di latino e greco, poi facendo il professore di Storia della Musica» (Paolo Isotta, ”Corriere della Sera” 20/7/2002).