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 2002  settembre 10 Martedì calendario

Pozzi Giovanni

• Locarno (Svizzera) 20 giugno 1923, Lugano (Svizzera) 20 luglio 2002. Frate francescano, filologo, saggista, critico letterario, allievo ed erede di Gianfranco Contini, dal 1960 è stato professore di letteratura italiana all’università di Friburgo in Svizzera. Tra i molti temi approfonditi nella sua lunga carriera di italianista, la poesia e la retorica medievale, umanistica e barocca, l’oratoria sacra e il linguaggio dei mistici, l’iconologia, le forme e gli archetipi della «poesia visiva» dall’età alessandrina alle avanguardie del Novecento. A lui si devono importanti edizioni critiche e commenti a testi anche poco conosciuti della letteratura italiana. Dirigeva con Dante Isella la collana di classici italiani edita dalla «Fondazione Bembo» e pubblicata da Guanda. «Tipico esemplare della gente lombarda, approdò studente a Friburgo, nel 1947-48, quando già era stato ordinato sacerdote. Terminati gli studi teologici compiuti parte in Ticino e parte in Italia, vestiva il saio di frate cappuccino, apparendo agli occhi di tutti come un combattivo campione di carità cristiana, “degno confratello (è stato scritto), nel fisico e nel portamento”, di padre Cristoforo, con la sua dolcezza mansueta e la fierezza del suo sdegno. La formazione, solida e coerente, dove lo studio del greco e del latino si accompagnava alla filosofia sistematica e alla retorica, lo aveva indirizzato all’approfondimento dello stile dell’oratoria sacra del Seicento, esaminato nelle Prediche quaresimali di padre Emanuele Orchi da Como. E’ questo il tema della sua tesi di laurea discussa con Gianfranco Contini, il quale, nel 1955, stendendo per Letteratura un suo informatissimo e profetico Parere su un decennio non mancò di segnalare la tesi di quel suo allievo. Ma l’influsso continiano per lui più che per altri sta, oltre che nella lezione filologica, nel presupposto fondamentale che il passato è sempre una costruzione del presente (donde l’inconsueta capacità di chi sapeva unire in sé, con pari rigore e tensione intellettuale, gli interessi e le competenze del filologo romanzo con il talento del critico militante). Pochi anni più tardi, nel 1960, l’edizione delle Dicerie sacre di Giovan Battista Marino, curata da lui, veniva ospitata nella Nuova raccolta di classici italiani, che Contini dirigeva per Einaudi. Qui le splendide pagine introduttive sono, anche a livello di scrittura, il miglior documento del fertile rapporto con il maestro. Intanto, nel semestre invernale del 1948-49 era arrivato a Friburgo, sulla cattedra vacante di letteratura italiana, Giuseppe Billanovich, impegnato, dopo gli studi sul Folengo, a ritrovare la continuità della cultura classica, attraverso i Padri della Chiesa, fino alla fondazione di un Umanesimo cristiano. La lezione di Billanovich, in coppia con Contini, rimase memorabile per lui, coinvolto in due ricerche capitali: la raccolta dei Poeti del Duecento e l’esplorazione della biblioteca del Petrarca e del suo circolo, che doveva presto attrarlo verso testi e problemi del Quattro-Cinquecento neolatini. Si iscrivono in questo ordine di lavori l’edizione dell’Hypnerotomachia Poliphili, romanzo allegorico ed erudito scritto in un volgare violentemente latineggiante, stampata nel 1964, con un secondo volume di commento, che faceva seguito a due altri del 1959 dedicati ai casi della vita e al catalogo delle opere del frate domenicano Francesco Colonna, di cui si sostiene la paternità dell’opera; e le Castigationes Plinianae di Ermolao Barbaro, uno dei maggiori antiquari veneti del Cinquecento (altri quattro volumi, apparsi tra il 1973 e il 1979). A queste imprese fuori dell’ordinario seppe aggregare la passione e l’operosità dei suoi allievi migliori, così come gli avvenne, nel 1976, per l’edizione e il commento dell’Adone, capolavoro del Marino e del Seicento europeo. Sia il Polifilo che il Marino richiedono al loro cultore una competenza figurativa (che in lui si alimentava anche di una antica passione per l’arte). Al versante della parola e insieme a quello della figura guardano alcuni dei suoi libri successivi, La rosa in mano al professore (storia del tema della rosa e dell’ottava da Lorenzo il Magnifico fino al Marino) e Rose e gigli per Maria (che ha per sottotitolo Un’antifona dipinta ). Ma a conquistargli un pubblico internazionale di qualificati lettori sono valsi, per ricchezza di sapere e per originalità, soprattutto, La parola dipinta del 1981, edito da Adelphi come pure le due ponderose raccolte di saggi, Sull’orlo del visibile parlare e Alternatim (1993 e 1996). L’opera indefessa annovera anche una ricchissima produzione più strettamente connessa con la sua religiosità e con la sua piccola patria, come, solo per qualche esempio, il bellissimo Come pregava la gente, gli studi degli ex voto del Canton Ticino, Grammatica e retorica dei Santi, la miscellanea da lui gestita sul Santuario della Madonna del Sasso di Locarno, o il volume Ad uso di, singolare ricerca sulle firme di possesso dei libri delle Biblioteche conventuali ticinesi, da cui emerge la diffusione nel Settecento delle idee giansenistiche. Opera prodigiosa, la sua, che evoca i nomi di atleti della cultura quali furono il Muratori o il Moscati» (Dante Isella, “Corriere della Sera” 21/7/2002) • «Gli occhi azzurri e la barba bianca. Era elegantissimo nei golfoni lisi e le brache di velluto. […] Era sapiente, curioso di tutto, interessato a Maurizio Cucchi come a Teresa di Lisieux, al cavalier Marino come alla storia dei Grigioni e al governo Berlusconi. Studiava con lo stesso amore le cose grandi e le piccole, la Madonna del parto di Piero della Francesca e gli ex voto del Ticino, le grandi mistiche e le preghiere in dialetto, i grandi mutamenti culturali e il loro “fall out” nei libri conservati nella Biblioteca dei Frati di Lugano. Ha contato molto nella vita di molti. Nella sua cultura fondeva con la più grande naturalezza le due culture storicamente nemiche: quella ufficiale, laica, e quella rimossa, cattolica; univa il talento per l’arte - da giovane dipingeva - alla passione per la lingua. Nei dipinti e nei testi, leggeva cose che ai colleghi restavano sconosciute. Un esempio. Nel 1985 la galleria Lorenzelli di Bergamo “convitò nove esperti a degustare la grazia di una composizione così singolare da non ritrovare riscontri del genere.” Una natura morta con rose e gigli disposti stranamente che non si capiva cosa significasse. I nove esperti si misurarono con coraggio, intuirono l’allegoria religiosa e fecero le ipotesi più strane. Poi venne lui, vide soltanto i gigli e le rose che attorniano un vaso, e gli risuonò all’orecchio il versetto che si recita a mattutino per la festa dell’assunta: “E come un giorno di primavera la circondavano fiori di rose e gigli delle convalli”. Chi? Maria, naturalmente, il vaso che ha contenuto Gesù per nove mesi. Scrisse un piccolo saggio magistrale - Rose e gigli per Maria - che poi Adelphi ristampò con altri in uno dei suoi felici volumi collettanei» (Silvia Giacomoni, “la Repubblica” 21/7/2002).