Varie, 10 settembre 2002
PLESSI
PLESSI Fabrizio Reggio Emilia 3 aprile 1940. Artista • «Sin dall’adolescenza ha vissuto a Venezia, dove ha insegnato all’Accademia di Belle Arti. Ha insegnato a lungo anche in Germania, alla Kunsthochschule für Medien di Colonia (la più importante scuola europea di tecnologie mediatiche), una materia affascinante: Umanizzazione delle Tecnologie, che è anche un’espressione-chiave per comprendere il suo lavoro, dove si mescolano nuove tecnologie e materiali tradizionali, simboli ancestrali e sofisticati sistemi elettronici. Una fusione di grande potenza evocativa, che vede insieme la leggerezza del pensiero e del flusso di immagini elettroniche e la pesantezza della materia, l’aspetto scultoreo e monumentale delle installazioni. Tra i primi artisti europei a usare il video come mezzo espressivo - già alla fine degli anni Sessanta - rifiuta risolutamente la definizione di ”videoartista”: ”Sono un artista che usa il video, e non un videoartista. Io ho sempre considerato l’elettronica, e più precisamente la televisione, nient’altro che un materiale, più o meno come il legno, il ferro o il marmo. Del resto, usando apparecchi televisivi oggi, in un’epoca di tecnologie ben più avanzate, in un certo senso faccio dell’archeologia: sono stato definito un ’aborigeno digitale’...”. [...] ”Nel mio lavoro si può in fondo trovare una trasposizione della teoria degli elementi. Il televisore è la terra, l’interno, l’involucro che veicola la trasmissione delle immagini e dei suoni, che è l’acqua. Questa trasmissione avviene tramite l’elettricità, che è il fuoco, e attraverso l’etere, che è l’aria... [...] Venezia è stata molto importante: per tanti anni ho avvertito intorno a me la presenza inquietante, mobile e seducente dell’acqua... Lo schermo acceso è un elemento molto ’acquatico’, instabile, fluido, e questa fluidità ha sempre giocato un ruolo chiave nel mio lavoro, in cui tutto in fondo è un fiume elettronico, un fiume che si muove, atemporale, perché si muove sempre”. [...] Molti artisti ritengono sufficiente usare le tecnologie senza preoccuparsi dell’elaborazione di un pensiero, di una poetica. Anche il trionfo del video alle ultime Biennali ha portato una sequela di immagini assolutamente banali. Il mezzo di per sé non è nulla: non coincide affatto con il messaggio, come diceva McLuhan, anche se lo influenza. Il mezzo è piatta nullità, se non è in simbiosi con una poetica [...] Il romanticismo tedesco è una mia passione... Certo, credo ancora nella visione poetica dell’artista, nella bellezza, nell’arte come grande gesto eroico[...] Gli artisti veramente importanti che lavorano con il video sono pochissimi: Nam June Paik, che in fondo è stato il fratello maggiore di tutti noi; poi Bill Viola, con cui avverto una notevole affinità, anche se lui è più legato al mondo del cinema. Poi pochissimi altri, come Gary Hill... Un paradosso, in un mondo in cui la videotecnologia è imperante”» (Silvia Pegoraro, ”Il Messaggero” 13/7/2002). «E’ molto più amato ed apprezzato all’estero che in patria [...] ”In Italia, nel mondo delle arti visive, non c’è mai stata una cultura della tecnologia, non si è mai sviluppata. E´ stata dimenticata da un mondo che ha avuto da una parte l’Arte Povera e dall’altra la Transavanguardia. L’universo legato alla tecnologia invece non ha mai trovato un difensore, sono mancati i critici. C’è sempre stata tolleranza, l’uso del mezzo magari è stato accettato. Nelle grandi mostre c’è sempre stata una sezione video o tecnologica. Ma era sopportata più che accettata culturalmente e criticamente. Lo so bene perché è dagli anni Sessanta che lavoro su questa strada, che ho trovato un linguaggio cui sono rimasto fedele [...] Il mio lavoro era e resta vicino alla cultura italiana, ma ho scelto una via in diagonale, isolata se si vuole. Più che la narrazione cerco di visualizzare delle emozioni, cerco di evocare un mondo poetico. Cerco di alzare la temperatura di questa tecnologia che in genere è frigida, che è solo un elettrodomestico. Mi sento come mi definì una rivista tedesca: un aborigeno digitale. Credo nella bellezza, nell’estetica, nell´architettura, nella cultura del nostro paese. Eppure proprio in Italia sono stato volutamente trascurato [...] La mia è una critica alla critica d’arte, che ormai sembra aver perso ogni logica. Penso di essere in grado di spiegare i miei lavori. Ho fatto un certo tipo di lavoro per trent’anni ma nessuno si è accorto di come mi stavo muovendo. Non voglio essere presuntuoso, non faccio il critico di me stesso ma dalla critica italiana non ho mai ricevuto alcunché pur avendo partecipato a otto edizioni delle Biennale di Venezia, pur essendo presente in tutti i più grandi musei del mondo. [...] Esiste un grande manierismo internazionale non solo degli artisti ma anche dei critici. Le grandi mostre internazionali presentano sempre gli stessi artisti. C´è una certa società che vive di conformismo e che è sempre pronta a salire sul carro del vincitore [...] Oggi è molto difficile dipingere un quadro. Non c’è un Bacon in grado di ribaltare la situazione. Le rassegne sono dominate dai video, dalla fotografia. Siamo in un momento difficile, viviamo in una specie di limbo dei mezzi espressivi. Ma non dimentichiamo che anche la matita ha una sua tecnologia, più semplice di un computer. Il futuro dell’arte quindi è in questa libertà di scelte. Non bisogna guardare ai mezzi usati. Semplicemente bisogna saperli dominare e quindi superarli”» (Paolo Vagheggi, ”la Repubblica” 15/7/2002).