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 2002  settembre 10 Martedì calendario

MANGIAROTTI

MANGIAROTTI Edoardo Renate (Milano) 7 aprile 1919. Schermidore • «[...] l’azzurro della scherma che ha vinto più d’ogni altro italiano ai Giochi olimpici, tredici medaglie tra il 1936 e il 1960 e in due occasioni, 1956 e 1960, anche alfiere azzurro [...] Innamorato dello sport e delle Olimpiadi, Mangiarotti da Berlino ”36 non ha saltato un’edizione, neppure Pechino [...] nonostante pochi mesi prima un ictus lo avesse colpito. ”Ero già in finale ai campionati italiani a Tripoli a 14 anni [...] e da lì è nato il mio spirito olimpico”. Edoardo Mangiarotti ha attraversato un secolo di sport ma la vicenda, o meglio la saga dei Mangiarotti, comincia con il padre Giuseppe e con una sfida, un duello alla spada. ”Era il 1906 e mio padre, che aveva vissuto a lungo a Losanna, incontrò Roderico Rizzotti, giornalista e campione di scherma. Tra i due nacque una discussione. Papà diceva che in pedana occorreva la forza, Rizzotti ribadiva che serviva l’abilità”. Per vincere, nonostante Rizzotti gli avesse concesso un vantaggio di 8 stoccate, Mangiarotti senior si affidò a Lanza di Brolo, un siciliano che insegnava a Buenos Aires e che in quel periodo era in vacanza a Milano. Il duello è vinto da Mangiarotti che, come folgorato da quello sport, lascia il suo lavoro (commerciante di automobili) per diventare schermidore tanto bravo da meritarsi la chiamata nella squadra azzurra della spada a Londra 1908, quarti in quel 24 luglio giorno dell’impresa di Dorando Pietri. A Renate, provincia di Milano, nel 1919 nasce Edoardo (nel 1915 era nato Dario, anche lui grande interprete della scherma, e nel 1921 Mario. Edoardo, che era destro, è stato impostato come mancino dal padre. ”In questo modo potevo creare maggiori problemi agli avversari”, spiega Edo che ha frequentato, a Milano, la scuola per radiotecnici. ”Un diploma che mi è servito per risolvere i problemi elettrici della scherma”, osserva. [...] Ricordi che partono da Hitler e arrivano al Tibet, ossia da Berlino 1936 a Pechino 2008. E sono 17 edizioni dove il commendator Mangiarotti è sempre stato presente. ”Nel ”36 avevo 17 anni. Ero emozionato per l’Olimpiade ma mi rendevo conto che qualcosa non andava. C’era tanta messa in scena e si capiva che le cose non si mettevano bene. Troppa apparenza politica, bandiere dappertutto [...] Ero allo stadio per la premiazione, proprio sotto la tribuna delle autorità. Ero, e lo sono stato sempre, amico di Owens. C’era la finale del lungo e assisteva Hitler. Che al salto di Jesse che superò Luz Long si alzò di scattò e disse, lo ricordo perfettamente, schwein, porco. E andò via”. Rabbia ai Giochi del ritorno, nel ”48 a Londra. ”Eravamo in vantaggio 8-7 sulla Francia nella finale del fioretto. Un giudice, un inglese che anni dopo ci ha chiesto scusa, ci ha fatto perdere. Un arbitraggio scandaloso, osceno, ha messo Renzo Nostini ko, 0-5 [...]”. Atleta ma anche giornalista, responsabile della scherma per la Gazzetta dello Sport. Nel 1952, i Giochi della rinascita, Mangiarotti vinse due ori e due argenti. ”E c’era anche mio fratello Dario che ha vinto l’argento: il trionfo di papà”. Doveva mandare il pezzo, Edo, ma si addormentò. ”Arrivai un po’ tardi in sala stampa e quando Gianni Brera, il direttore, ma anche Zanetti, mi vide, si arrabbiò con me. Brera mi disse di sbrigarmi e poi, dopo un po’, mi chiese: ”chi ha vinto?’ Io, gli dissi. E lui, con il suo fare, di rimando: ”ma vadavia ....’. [...]”» (Carlo Santi, ”Il Messaggero” 30/3/2009) • «Anche lui è d’accordo: occorre spostarsi al dopoguerra e approdare a Helsinki ”52 per trovare la pagina più bella di una carriera incredibile, che lo colloca al terzo posto al mondo tra i medagliati olimpici. ”Fu il momento più alto soprattutto perché alla finale approdò una famiglia: la mia, appunto. Sul podio, al mio fianco, finì Dario, mio fratello maggiore. Al quale devo anche il successo: sconfisse 3-2 il lussemburghese Buck, che, come me, nel gironcino conclusivo aveva una sconfitta. Io, in tribuna, trepidavo come se fossi in pedana. Anzi, di più. Fu un affare pure per Dario: se avesse perso, io avrei dovuto spareggiare per l’oro, ma lui, al massimo, sarebbe stato di bronzo”. […] era anche giornalista, e non solo atleta, all’Olimpiade. Collaborava da tempo con la ”Gazzetta dello Sport”. Anche in quell’occasione gli sarebbe toccato di scrivere un articolo. 26 luglio: oro nella spada a squadre. Oro suo, del fratello, di Pavesi, Delfino, Bertinetti e Battaglia. ”Sì, di me stesso avevo già scritto...”, ridacchia. Il Mangiarotti cronista attaccava così: ”E’ ancora in noi la grande gioia, l’eccitazione della commozione. Finalmente, la bandiera italiana è salita sul pennone più alto del podio...”. Un velo di retorica? ”Perdonatemela... […] Il guaio era che la scherma era ospitata fuori Helsinki, in una zona chiamata Westend. Lì erano previste anche le cerimonie delle medaglie. La mia non si svolse all’orario stabilito. Trepidavo, dovevo pure mandare il pezzo. Presi un taxi e rientrai in fretta e furia nell’ufficio dove lavoravano i ”colleghi’: erano Gianni Brera e Gualtiero Zanetti. Mi accolsero furiosi: ”Sei il solito ritardatario, scrivi’[…] Mio padre Giuseppe era un Trapattoni della scherma: molta concretezza e tanta tenacia; fu lui, inoltre, che sviluppò la dinamicità della spada, che prima era arma statica. Fino ai 10 anni fui fiorettista. Poi lui mi fece diventare mancino e mi trasformò in spadista. Continuai scoprendo che essere ambidestro era uno straordinario vantaggio: una volta mi ruppi un tendine della mano sinistra, ma potei ugualmente andare in pedana tirando con la destra. Fra lo stupore dei giudici e dell’avversario”. La sua storia è anche quella di uno schermidore coriaceo, di un eccelso agonista che da giovane riuscì perfino ad arrabbiarsi durante un’esibizione persa in un teatro milanese. ”Sono stato battuto da una sporca camorra e da giudici venduti”. L’avversario era il fratello Dario, il presidente di giuria il padre... Ma quando stava dall’altra parte della barricata, sapeva essere il contrario: ossia, conciliante. In una edizione dei campionati universitari, era giudice capo in un assalto di fioretto. Non esistevano ancora i meccanismi elettrici che stabiliscono la stoccata; nei casi dubbi, ci si consultava con quattro assistenti ai lati della pedana. Un italiano andò a segno. Lui chiese conferma: ”Touché?” domandò secondo la rituale formula in francese. Scossero il capo. E lui all’azzurro, in dialetto milanese: ”Se te voeuret fagh?” (che cosa vuoi farci?), sintesi di una pacatezza oggi sempre più rara» (Flavio Vanetti, ”Corriere della Sera” 21/7/2002).