10 settembre 2002
LUCCHINELLI Marco
LUCCHINELLI Marco. Nato a Ceparana il 26 giugno 1954. Motociclista. Nel 1981 fu campione del mondo delle 500. «[...] ”Ho vinto un solo Mondiale [...] Eppure la gente mi riconosce ancora, mi saluta, mi festeggia, insomma mi vuole bene, mi apprezza. Anche se ho vinto un solo titolo, quello là...”. [...] spezzino di nascita, imolese di adozione, si emoziona ancora quando ricorda il suo Mondiale. Quello delle 500 nel 1981, il primo di un italiano nella classe regina dopo l’uscita di scena di Agostini, il primo di una Suzuki, dopo il triennio della dittatura di Kenny Roberts e della Yamaha, grazie a una moto, la RG Gamma, autentica machine de guerre [...] ”Sì, una moto bellissima, perfetta. Figlia di quella che avevo utilizzato l’anno prima e che già mi aveva fatto innamorare. La Gamma è la moto con cui mi sono divertito di più. E poi mi trovavo molto bene con la squadra, con il metodo di lavoro. Con Roberto Gallina, Robertino Polese, Gianni Casabianca e tutti gli altri”. Lucchinelli si riferisce alla squadra di Roberto Gallina, un manipolo di uomini agli ordini dell’ex pilota spezzino, scopritore e valorizzatore di tanti talenti, in primis di Lucchinelli. ”La squadra, gli uomini con cui lavora un pilota, sono fondamentali per il successo. Si dice giustamente che Rossi sia stato bravo a portarsi alla Yamaha Burgess e i suoi. Anch’io quando, vinto il titolo, nell’82 passai alla Honda, volevo portare la mia squadra sotto l’ombra dell’Ala dorata. Venne con me solo Polese. Gallina preferì, giustamente, continuare il suo rapporto con la Suzuki e i fatti gli diedero ragione. Ma io non mi trovai più a mio agio. Poi ci fu quella caduta a Salisburgo, mentre sulla Honda lottavo con Franco Uncini per la vittoria. Mi feci male, persi tempo, opportunità, anche un po’ di fiducia... Insomma, la storia cambiò perché basta un nulla a cambiare una stagione, una carriera. Se quando cadde in Qatar Valentino si fosse infortunato in modo da non poter gareggiare per un paio di turni, magari avrebbe perso il Mondiale e addio alla storica impresa di vincere subito con la Yamaha”. Il nome di Rossi ricorre spesso nelle parole di Lucchinelli che per altro nutre nei suoi confronti stima e affetto, reso più forte dal rapporto fraterno con Graziano (papà di Valentino), suo compagno alla Suzuki nel 1980. ”Anch’io ero un personaggio alla Vale, anzi, ero particolarmente vivace, anticonformista. Anch’io ero protagonista di gare combattutissime, di sorpassi impossibili, di spallate all’ultimo giro. La vera differenza sta nel supporto mediatico. Oggi c’è la televisione che mostra tutto, ma proprio tutto, da tante angolazioni diverse. Quando vinsi il titolo, in tv si videro cinque Gran Premi. La battaglia con Roberts a Francorchamps risolta all’ultima curva, venne ripresa da 4 telecamere su un circuito di 7 chilometri... Per non parlare del GP che decise tutto, ad Anderstorp, Svezia. Soltanto flash radiofonici. Però, che campionato quello dell’81!”. Ha ragione Lucchinelli. Chi ha avuto la fortuna di seguire sul campo quel Mondiale ricorda le gare di straordinario equilibrio, la lotta per il titolo che sin quasi a metà programma coinvolgeva oltre a Lucchinelli, Mamola, Roberts, Sheene, Crosby, Van Dulmen, con un susseguirsi di colpi di scena sino all’ultimo atto, in Svezia,dove i due contendenti rimasti in lizza, Lucchinelli e Mamola, disputarono una gara con i nervi a fior di pelle, rischiando di cadere a ogni curva e finendo soltanto 9° e 13°. ”Ma tutto il campionato fu emozionante - ricorda Lucky -. Io provavo sensazioni intense: mi sentivo forte, sicuro con quella moto e con quella squadra. Ma sapevo anche che non potevo mancare quell’opportunità”. [...]» (Carlo Canzano, ”La Gazzetta dello Sport” 28/1072005). «Capì che la sua vita era uscita dai binari quando, chiamato a consegnare un premio ai Caschi d’oro di Motosprint, nel giorno d’apertura del Motorshow di Bologna, venne fermato sulla porta di casa dai poliziotti del commissariato di Imola. Aveva le chiavi dell´auto in mano, il 6 dicembre del 1991. L’ex campione del mondo delle 500, il pilota allegro che dieci anni prima aveva riportato in Italia il motociclismo dopo il lungo silenzio seguito a Giacomo Agostini, adesso era in rapporti confidenziali con un grosso spacciatore di droga calabrese, uno che faceva entrare in Italia cinque chili di coca al mese. E accoglieva nella dépendance che la Ducati gli aveva dato in comodato - era pur sempre il manager del team di superbike - tre corrieri peruviani. Che, in cambio di due etti di coca, avrebbero sciolto nel suo salotto i tre chili fusi in precedenza nelle valigie di cuoio. Il 6 dicembre del 1991 arrivò l’arresto, nella villa di Casalfiumanese, a Imola. Si sarebbe scoperto, poi, che l’accusa più grave non stava in piedi: non partecipava al traffico internazionale di stupefacenti. Era solo un tossico che sniffava quattro grammi di coca al giorno, che da quando aveva finito le corse il venerdì, il sabato e la domenica stava male: ”La 500 fa scorrere adrenalina come poco altro al mondo”. Ma ”Lucky” era un predestinato all’eccesso. La sua prima corsa la fece chiedendo una Laverda 750 a un amico spezzino, era nato a Portovenere, e il camioncino a un secondo amico: ”Vado a fare un giro sul Bracco”. Raggiunse, invece, l’autodromo di Vallelunga, dietro Roma. Avrebbe potuto vincere più di un mondiale visto il talento, ma la voglia di soldi, donne e buona vita l’avrebbe frenato. Non c’era sabato notte che precedesse la gara, ad Assen, ad Anderstorp, a Rijeka, che non chiudesse in festa e in amore, alzandosi tardi il giorno dopo per il warm up. Segnava telefoni di modelle sui tetti infangati delle Range Rover, gli altri foglietti, con altri numeri, li infilava nelle ginocchiere della tuta. Amava i cavalli, suonare, avrebbe cantato a Sanremo Stella fortuna. Poi due mesi e sei giorni nella cella tre metri per quattro del carcere di Dozza, a Bologna. E la condanna in primo grado, 5 anni e 4 mesi. ”Ringrazio la polizia, oggi non sono più un tossico”» (Corrado Zunino, ”la Repubblica” 17/7/2002).