Varie, 11 settembre 2002
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Baldacci Luigi
• Firenze 27 luglio 1930, 26 luglio 2002. Critico letterario • «Considerato uno dei massimi critici letterari della nostra epoca [...] Qualcuno dice, una morte bella. Era lì, Gigi, al tavolo di una cena appena conclusa, la sera prima del suo compleanno, con persone a lui carissime, la Paola e la Anna, loro tre in un interno di casa fiorentina che non sai se sia più Palazzeschi o più Landolfi, con una venatura di Piero Santi, e discorrevano della scelta del dessert. Un decaffeinato o il gelato? E Gigi ha detto che il decaffeinato no. Su questo è piombato a terra e subito non c’è stato più niente da fare. [...] Era uno di quei fiorentini ombrosi e realisti, parchi di parola, che sanno aprire bocca solo per usarla tagliente e viva in profondità. I lirici del Cinquecento, i libretti d’opera dell’Ottocento e anche la narrativa dello stesso secolo: nel Novecento, anzitutto Tozzi, poi Soffici, Papini, Bontempelli, Moravia. Ha scritto: ”Se mi ha infastidito la ciarlataneria di D’Annunzio o di Papini, la brutalità di un certo Soffici, il tono oratorio, da ispettore scolastico, di un certo Gentile, ho sempre caricato di maggiori responsabilità gli altri, che si ponevano come alternativa ai primi, ed erano spesso ben trista e pericolosa alternativa” [...] L’esercizio della critica, appunto ”militante”, in lui puntava a riconoscere i dati della storia, era storia in atto, era individuazione del continuo romanzo di sé che l’uomo vive e dentro cui può rischiare di non soddisfarsi o di perdersi, ma comunque, se coglie pure di sbieco il bersaglio, si salva. La verifica costante, per lui, aveva specchio in Leopardi, poiché la certezza di un male metafisico, ”il male nell’ordine”, gli era tutt’altro che lontana» (Enzo Siciliano, ”la Repubblica” 28/7/2002). «Si era formato alla scuola di Giuseppe De Robertis ed era stato allievo dei grandi maestri dell’ateneo fiorentino come Gianfranco Contini, Giorgio Pasquali, Roberto Longhi. Si era laureato in lettere nel 1953 discutendo una tesi sul petrarchismo italiano del ´500 dalla quale più tardi, nel 1957, sarebbe derivata la memorabile antologia dei Lirici del ´500 che ne avrebbe confermato l’eccezionale preparazione filologica e stilistica. [...] Ogni sua esplorazione portava a noi qualcosa di nuovo: ogni autore, ogni opera che lui affrontava apriva varchi inaspettati alla valutazione critica. Spesso i suoi giudizi, soprattutto sul Novecento, ribaltavano i luoghi comuni di una tradizione che sembrava immodificabile, proponendo risultati ideologici e formali di straordinaria novità che avrebbero modificato in modo persuasivo il giudizio critico che sembrava consolidato. Penso soprattutto al suo lavoro su Palazzeschi (di cui valorizzò definitivamente l’opera giovanile), ma anche a quelle su Papini, su Bontempelli, sul futurismo fiorentino, su Gadda, Loria, Savinio, Landolfi, Bassani, sui narratori degli anni ’30, senza per altro dimenticare le pagine dedicate ai poeti del Novecento, da Saba a Caproni, da Luzi a Parronchi. [...] Non è stato soltanto uno straordinario interprete del nostro Novecento. I suoi interessi spaziavano dal Cinquecento all’Ottocento con una serie di opere che oggi forse appaiono come un contributo persuasivo e fondamentale della comprensione dei decisivi snodi della storia letteraria italiana di tutti i tempi, con un’attenzione nuova a quelle ”idee generali” che pur sempre accompagnano il percorso degli uomini e ne segnano le opere e i risultati. Questo è stato veramente il suo merito: l’attenzione costante alla forma, allo stile, al segno della scrittura, ma anche alle idee che la sostengono e la proiettano in avanti, verso il futuro. Dagli anni ´60 in poi la sua attività si è rivolta anche e prevalentemente alla letteratura dell´800 e del primo ´900. Nel 1961 appare il volume sui Crepuscolari, nel 1963 la raccolta di studi che si intitola Letteratura e verità in cui rivela la sua qualità di lettore sensibile non solo agli aspetti letterari ma anche al loro contesto sociologico appunto a quelle idee che sostengono e vivificano l´impegno della scrittura. D’allora il suo lavoro sugli ultimi secoli della nostra letteratura si è fatto intenso ed approfondito: nel 1968 appare una raccolta importante quale fu Le idee correnti edita da Vallecchi e tutta dedicata ad un primo bilancio critico del Novecento italiano coinvolgendo il giudizio critico in una analisi capillare di gran parte della letteratura contemporanea affidata anche di recente ad un volume ricapitolativo quale oggi ci appare Novecento passato remoto edito da Rizzoli nel 1999. Certo Baldacci è stato uno dei veri protagonisti delle lettere novecentesche ma si dovranno ricordare anche i suoi studi leopardiani (si veda il recente Il male nell’ordine edito anche questo da Rizzoli e soprattutto la sua silloge dei poeti italiani dell’Ottocento edita da Ricciardi). Carattere difficile, temperamento riservato e scontroso Baldacci non era semplice entrare in contatto con lui, ma era uomo dotato di grande generosità e di un profondo senso dell’amicizia» (Giorgio Luti, ”La Stampa” 28/7/2002).