Varie, 11 settembre 2002
Tags : Stephen Carter L
CARTER Stephen L. Washington (Stati Uniti) 26 ottobre 1954. Scrittore • «È alto, bello, elegante di un’impeccabile eleganza alla Brooks Brothers
CARTER Stephen L. Washington (Stati Uniti) 26 ottobre 1954. Scrittore • «È alto, bello, elegante di un’impeccabile eleganza alla Brooks Brothers. E consapevole di tutto questo. Oltre che del fatto di essere oggetto di molta curiosità. Perché è l’autore del caso editoriale del 2002. L’imperatore di Ocean Park, suo primo romanzo, un colossale, avvincente mystery di quasi ottocento pagine, è stato acquistato nel 2001 da una delle più prestigiose case editrici degli Stati Uniti, la Knopf, per la stratosferica cifra di quattro milioni e duecentomila dollari (va be’, la somma prevede anche un secondo libro, in preparazione; più un milione di dollari per i diritti cinematografici: s’attende l’inevitabile film con Denzel Washington). Appena pubblicato in America, con cinquecentomila copie, il romanzo ha scalato le classifiche e si è meritato lodi sperticate da parte di uno che di “mysteries” se ne intende come John Grisham. Ha avuto recensioni ottime - salvo una livida stroncatura da parte di “Newsweek”. E ora comincia la sua carriera internazionale, con la traduzione italiana di Stefano Bortolussi per la Mondadori (pagg. 776, euro 19,50). L’imperatore di Ocean Park è il primo romanzo ma non il primo libro di Stephen L. Carter. Anzi. Perché Carter è professore di legge a Yale. E nel corso di una brillante carriera (ha avuto la cattedra nel 1985, a trent’anni) ha sfornato uno dietro l’altro una serie di libri importanti e controversi: tra cui The culture of Disbelief, che attacca l’indifferenza nei confronti dell’etica religiosa, e Reflections of an Affermative Action Baby, un libro che ha suscitato parecchie polemiche, molto critico nel confronto del sistema delle quote che dovrebbe proteggere le minoranze. Già, perché stiamo trascurando di dire che è un afroamericano. Che il suo mondo è quello dell’alta borghesia di colore, la stessa da cui provengo personaggi diversissimi come Colin Powel, Condoleeza Rice, Anita Hill. Che il suo Imperatore di Ocean Park si svolge in questo mondo, e in una università della Ivy League che assomiglia molto alla sua Yale. E che quindi non è strano immaginare che ci sia un bel po’ di autobiografia, in questo “super romanzo”, dove c´è un padre grande giudice in disgrazia che muore di una morte sospetta, un figlio professore di legge perennemente roso dai dubbi e che, contro voglia, è costretto a indagare su una serie di eventi sospetti, il mondo universitario pieno di rivalità e di intrighi, un intreccio inquietante di potere e politica (la bella e infedele moglie del professore è candidata a un posto di giudice, ma non sa che cosa la aspetta...). Naturalmente le cose non stanno così. Cominciamo dalla moglie: un personaggio tanto irritante da far dire a un critico che se Carter, come ha preannunciato, riprenderà alcuni dei personaggi di Ocean Park nel prossimo romanzo in preparazione, è lei questa volta la persona da far fuori. La vera signora Carter invece è altra cosa: “Enola è meravigliosa, il regalo migliore che la vita mi potesse dare, assieme ai miei due figli”. Il padre allora? Non c’è niente in Carter Senior che possa ricordare la figura violenta, prepotente del giudice Garland? No. La famiglia Carter ha lo stesse tradizioni, ma le ha sempre vissute in perfetta armonia. “Mio padre, Lisle, avvocato, ha lavorato per le amministrazioni di Kennedy e di Johnson ed è stato vicepresidente della Cornell University, oltre che presidente dell’University of the District of Columbia. La mia nonna paterna, Eunice, credo, dico credo, è stata la prima donna laureata in legge nello stato di New York, e ha collaborato con Thomas Dewey nel processo contro Lucky Luciano. Non diversi dai Garland del libro, dunque, per formazione e status. Ma la mia è sempre stata una famiglia tranquilla”. E di lui, cosa c’è nel romanzo? “Talcott Garland non è il mio alter ego. Lui vede la vita in termini razziali, conosce rabbie e furori, umiliazioni e rancori. Io credo di essere più generoso e aperto, non conosco quella “nuvola rossa” della rabbia di fronte alle forme sottili della discriminazione razziale e sociale che Talcott sente e cerca di sopprimere. In comune abbiamo forse una cosa: anch’io non sono un fan delle scenate, tendo all’autocontrollo. Io sono un nero delle West Indies, e per tradizione (c’entrerà l´imprinting britannico?) da quelle parti siamo abituati a dominarci. Forse troppo”. È con l´autocontrollo e con l’ironia che ha risposto a una bella gaffe razziale di Harvard. “Dopo aver studiato a Stanford, ho fatto domanda a una serie di università con una facoltà di legge, tra cui Harvard. Non mi hanno accettato. Mi è spiaciuto, ma mi sono messo il cuore in pace. Solo qualche giorno dopo che era arrivata la loro risposta mi hanno richiamato per dirmi che si erano sbagliati, che mi volevano, perché rileggendo il mio curriculum... si erano resi conti che ero nero, e quindi ero il benvenuto. Grazie tanto, ho preferito andare a Yale”. Anche da questa esperienza è nato il libro. “Dalla necessità di fare chiarezza su una serie di stereotipi secondo cui i bianchi vedono i neri”. Ma la forma del mystery? “Che L’imperatore di Ocean Park sia un mystery, come viene definito, è vero solo in parte. Non me ne intendo di generi. Per me il libro è nato da una serie di personaggi che mi portavo dietro da lungo tempo, ed è soprattutto una saga familiare, un commento politico, un commento sociale. È la storia di un mondo, di una famiglia, di una “classe invisibile”: il mondo dei professionisti di colore che fanno il loro lavoro senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno li racconti”. I modelli che cita, in effetti, hanno poco a che fare con il mondo del mystery. “John Updike, Toni Morrison, Doctorow, Baldwin: mi piacciono gli autori che curano la lingua, che creano un linguaggio”. Il libro l’ha scritto di notte, per non sottrarre tempo al suo lavoro universitario. E il successo l’ha lasciato sbalordito, oltre che molto ricco. “Mi sarebbe bastato che venisse pubblicato in poche copie, quanto bastava per dirmi ’sono uno scrittore’. E invece ...”. Invece la sua agente Lynn Nesbit - che nel frattempo chiudeva anche un contratto per quaranta milioni di dollari per due libri di Michael Crichton - nel giro di un pochi giorni, “da un martedì all’inizio della settimana successiva, è riuscita a scatenare una gara per L’imperatore di Ocean Park. Ero sbalordito dal fatto che gli editori se lo litigassero. Perché se lo litigavano? Il mio ego vuol credere che se litigavano perché è un buon libro». Ma sa benissimo che una buona parte della curiosità meritatamente suscitata del libro sta proprio nello spaccato sociale che descrive. “Anche se racconto di una parte molto piccola, la più fortunata, della ’nazione più scura’, come la chiamo nel libro. Comunque mi auguro che il libro faccia parlare anche della situazione generale, che è ormai un pensiero rimosso. L’undici per cento della popolazione degli Stati Uniti è afroamericana. Vuol dire venticinque, trenta milioni di persone. E sono stati fatti, è vero, grandi progressi, si potrebbe dire una rivoluzione. Ma in questo momento non c’è dibattito sulla questione razziale. Eppure due terzi dei bambini di colore nascono da genitori soli, con tutto ciò che questa realtà si porta dietro. E nessuno sa come affrontare il problema, né i democratici né i repubblicani. Nessuno, neanche nella borghesia nera, sa come riparare i danni fatti dalla segregazione razziale, dalla diseducazione, dalla separazione. E si preferisce parlare d’altro”. […] “La mia vera identità è la mia fede religiosa cristiana: Ma mi sento certo più legato alla mia razza che alla mia classe. Sa, io ero uno di quei bambini che si vedono nella foto dell’epoca sfilare dietro a Martin Luther King. E ricordo il giorno che King è morto, e mia madre è salita sconvolta nella mia stanza, al terzo piano della bella casa in cui abitavamo a Washington, e piangeva a dirotto, e io sono scoppiato a piangere. Ma poi, di quel giorno, ricordo soprattutto che il quartiere in cui abitavamo, che era bianco, ed elegante, è stato messo sotto la protezione della Guardia nazionale, per paura di violenze da parte dei neri. È stata un´esperienza terribile e indimenticabile: io ero lì, bambino di colore, difeso contro la mia stessa gente”» (Irene Bignardi, “la Repubblica” 29/8/2002).