Varie, 11 settembre 2002
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Hampton Lionel
• Louisville (Stati Uniti) 12 aprile 1908, New York (Stati Uniti) 31 agosto 2002. Batterista, vibrafonista, pianista, cantante. Discografia immensa: tra le tappe più significative, le incisioni con Armstrong del 1930 (Memories of you, primo assolo di vibrafono), quelle con il quartetto di Goodman (Dinah, 1936), il periodo Rca 1938-39 (Ring them bells, When lights are low, Hot mallets). L’apice tra il ’42 e il ’46 (Flying home, Air mail special). Alcuni titoli su cd: The complete recordings vol. 3 e 4 (Rca); L. Hampton and his Orchestra 1942-44 (JCC); Tatum group masterpieces N. 3 e 4. «Era l’ultima grande leggenda del jazz. Una figura che portava con sé un pezzo di storia della musica. Era cresciuto insieme ai nonni a Chicago, una delle capitali del jazz. Aveva cominciato come batterista, ma usava le bacchette anche per picchiare sui tasti di un vibrafono. Lo faceva solo per dare più colore alle sue percussioni finché Louis Armstrong, negli anni ’30, lo aveva convinto che quello era il suo strumento. Erano anni di transizione per il jazz: non godeva di buona stampa, troppo nero, troppo rozzo, per la buona borghesia delle grandi città americane. Anche la crisi economica del 1929, aveva dato uno scossone alla musica degli afroamericani. La gente voleva dimenticare, ballare, divertirsi, così il jazz aveva dovuto adeguarsi, imparentarsi con la canzone. Era partita dalla nera Kansas City la rivoluzione dello swing, ma erano state le orchestre bianche, quelle di Benny Goodman, di Tommy Dorsey, di Glenn Miller a goderne i primi frutti. I musicisti neri erano ai margini del mercato finché Goodman, un giovane clarinettista bianco, che con un concerto alla Carnegie Hall aveva dato il via alla swing-craze, lo aveva voluto nel suo quartetto che aveva al pianoforte Teddy Wilson e alla batteria Gene Krupa: due neri - Wilson e Hampton - e due bianchi: Goodman e Krupa. Praticamente uno scandalo per i benpensanti americani. Anche di Goodman Hampton parlava volentieri, soprattutto negli ultimi anni: ”Gli debbo tutto. Popolarità e soldi, ma non era facile per me e Teddy suonare in quel modo: mi bolliva il sangue, avrei voluto pestare sui tasti tutto il mio entusiasmo, ma Benny mi frenava, voleva lo swing, ma che fosse garbato [...] Ma avevo altre carte da giocare. Incidevo coi musicisti di Duke Ellington, con Cootie Williams alla tromba, con Johnny Hodges al contralto, con il trio di Nat King Cole, e con loro avevo cominciato anche a suonare il piano in quel modo che sbalordiva tutti: due dita o poco più ed una velocità tempestosa. In realtà non facevo altro che spostare sulla tastiera la tecnica del vibrafono: anni splendidi, una gioia continua. Ma poi la musica è cambiata: Dizzy Gillespie e Charlie Parker hanno sconvolto il jazz. In un primo momento non li capivo; poi ho provato anch’io, con la big band, ma non era il mio genere e mi sono buttato sullo spettacolo: finivo sempre lanciando la giacca sul pubblico, suscitando un putiferio di entusiasmo”» (Vittorio Franchini, ”Corriere della Sera”, 1/9/2002). «Era un artista capace di folgorare: molti lo ricordano come leader di big band, ma forse le pagine più belle da solista le ha scritte nei piccoli gruppi, per esempio quelli degli anni ’30 con Benny Goodman. Ma l’idea di un assolo come folgorazione sta in una leggendaria versione live di Stardust, eseguita da una formazione ”tutte stelle”. Quando il vibrafono comincia a volare su quella melodia miracolosa è come se si ascoltasse la voce-esperanto del jazz. Eppure Hamp aveva cominciato come batterista, strumento dove aveva una tecnica classica ma spettacolare: fino a che il fisico glielo ha consentito, ogni suo concerto aveva uno spazio riservato alle sue acrobatiche performance dietro ai tamburi. Suonava anche il piano, con uno strano stile martellante, essenziale, ma carico di swing e ha anche inciso come cantante. Fu il suo idolo, Louis Armstrong, dopo averlo ingaggiato come batterista, a suggerirgli di provare con uno xilofono. Lionel lo elettrificò e con l’incisione di Memories of you nel 1930 fa entrare per la prima volta il vibrafono nella storia del jazz. L’ingaggio nel 1936 con Benny Goodman gli ha aperto le porte della celebrità: già da tempo però, dopo una lunga serie di incandescenti serate al Savoy Ballroom alla testa di un’orchestra formata dai migliori solisti di Duke Ellington, Count Basie, Cab Calloway, aveva cominciato a muoversi da leader. Nella sua big band sono passati personaggi come Quincy Jones, Clifford Brown, Charles Mingus, Arnette Cobb, Illinois Jacquet, Dexter Gordon. Per anni i suoi concerti sono stati una sorta di rito vodoo a base di riff incandescenti e sferraglianti quattro quarti. Quando Hamp saliva sul timpano della batteria e faceva il salto mortale per il pubblico dei teatri dei quattro continenti era come un segnale: solo con il rock’n’roll la musica dal vivo conoscerà una simile reazione. Prima che il pubblico cominciasse a ballare con il furore del rhythm and blues e poi a volteggiare sulla rivoluzione del rock’n’roll, è stato proprio Hampton ad aprire la strada, travolgendo tutto e tutti con Flying home, Air Mail Special, Jumpin’ at the Woodside. Non c’erano regole per quest’uomo che ha subìto le ingiurie dell’America segregazionista ma ha aiutato le campagne elettorali dei presidenti Repubblicani: il suo modo di stare sul palco era una rivoluzione, forse inconsapevole, ma una rivoluzione. Quando lui saltava sui tamburi e il pubblico smontava le sedie dei teatri queste cose non si erano mai viste: bisognerà aspettare l’ondeggiare pelvico di Elvis Presley per rivedere cose del genere. Il palcoscenico era la sua vita, il luogo magico da cui traeva un’energia misteriosa. Ne sa qualcosa una all star di jazzisti italiani in programma dopo di lui in un concerto al Circo Massimo di Roma organizzato diversi anni fa: Hamp non ne voleva sapere di chiudere, gli staccarono corrente e amplificatori e lui andò avanti imperterrito per un’altra ora. La sua ultima apparizione a Roma fu una pena, semiparalizzato, quasi incapace di parlare, muoveva a fatica le mani. Nonostante la sua dichiarata fede repubblicana, Clinton lo aveva ricevuto alla Casa Bianca per insignirlo di una delle più alte cariche onorifiche degli Stati Uniti. Hamp era un uomo dolce e generoso: aveva creato una fondazione per aiutare a sanare il degrado di Harlem, a costruire una casa per i diseredati del ghetto-culla della musica americana. Chissà cosa avrà sentito dentro quando, a un passo della fine, il fuoco gli ha portato via l’immagine di quei ricordi dove vivevano alcune delle pagine più belle della storia del jazz» (Paolo Biamonte, ”la Repubblica” 31/8/2002). «Al Museo dei diritti civili di Memphis, una foto e una targa documentano il suo ruolo nella dura conquista della libertà, passo dopo passo, accanto a Lincoln, alla marcia di Alabama, al reverendo Luther King, alla firma di Johnson o ai proclami di Mohammed Ali e Malcolm X. Quel suo ruolo storico, la sua geniale eleganza stilistica, la simpatia umana, ma anche l’impegno politico come repubblicano convinto, ne fecero un ospite fisso alla Casa Bianca fin dai tempi di Truman; suonò poi per Eisenhower, Johnson, Nixon, e ancora per Jimmy Carter. [...] Le origini di Lionel si perdono in un’epoca durissima per i neri, e leggende sono nate sulla data e sul luogo di nascita, non essendo lui mai stato in possesso di un certificato di nascita. Il suo agente, che ha dato la notizia della morte avvenuta in ospedale, giura che non fosse nato in Alabama ma a Louisville nel Kentucky, il 20 aprile dell’8. Alcuni scommettono che avrebbe avuto 100 anni. Non lascia figli ma una ricchezza immensa. E’ stato molto generoso, in vita, con i più deboli e con coloro che soffrono; c’è un ospedale negli States che porta il suo nome» (Marinella Venegoni, ”La Stampa” 1/9/2002).