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 2002  settembre 11 Mercoledì calendario

OTTIERI Ottiero Roma 29 marzo 1924, Milano 25 luglio 2002. Scrittore • «Ha esordito a trent’anni con il romanzo Memorie dell’ incoscienza

OTTIERI Ottiero Roma 29 marzo 1924, Milano 25 luglio 2002. Scrittore • «Ha esordito a trent’anni con il romanzo Memorie dell’ incoscienza. Nel 1955 venne assunto da Adriano Olivetti nell’azienda di Ivrea. [...] Era un artista, un uomo sagace e buono, legato e fedele al suo malanno, che lo deprimeva sprofondandolo in un baratro di ossessioni e lo spingeva all’alcol, ma che pure lo teneva in vita per uno scarto di allegria attraverso il quale clinica e malanni diventavano la scena in cui specchiare il proprio nativo talento di narratore. Anzitutto narratore, anche poeta da alcuni anni a questa parte, poeta di una poesia che proprio nelle cliniche, nelle strizzate d’occhio alle infermiere trovava il proprio spazio, con una libertà di riferimenti che risaliva a Parini. L’ occhio sulla società, sui vizi insolenti di essa, sul suo birignao, sul disegno dei riti sacrali che tiene insieme i ”divini mondani”: ha fatto narrazione continua di tutto questo, mai cedendo su un punto, quello per cui il racconto non può che essere rappresentazione dell’esistente, una forma di esperienza ritmata titolo su titolo, e non c’è pregiudizio formale che possa frenarlo. C’è chi vive nel mondo per raccontarlo, e lui era uno di questi. [...] A trent’anni, nel 1954, debuttò con Memorie dell’ incoscienza nei Gettoni di Elio Vittorini. Il libro raccontava vicende borghesi, inquadrate fra il 1943 e il 1945, nel mutamento che l’Italia subì all’epoca (realmente e non per storiografia truccata da ideologia), e nei contraccolpi che ne coinvolsero il conformismo. Era ”l’incoscienza” del tempo che narrava, se ne chiedeva il perché, se lo chiedeva con un assillo puntiglioso, con una lentezza d’elaborazione espressiva che stupì Vittorini. E Vittorini, nel risvolto del libro, seppe spiegarsi il caso con queste parole: ”è un assillo che può avere innumerevoli aspetti, innumerevoli sensi, e far perdere molto tempo a inquadrarlo nel proprio mondo poetico o, comunque, a consumarvelo, a toglierlo di mezzo”. Quell’assillo a conoscere, a capire, a rappresentare non ha mai abbandonato Ottiero. Ogni suo romanzo è stato ispirato dalla necessità di costruire una narrazione complessa del mondo italiano in divenire, salti di qualità e scontri, crisi di sviluppo legate al lavoro, al dispiegarsi dei consumi, al farsi intricata la vita per la ricchezza di protesi che via via le si offrivano. Gli stessi romanzi e i poemetti dettati sotto le luci gelide di una clinica per depressi non sono venuti meno a quell’assillo» (Enzo Siciliano, ”la Repubblica” 26/7/2002).