11 settembre 2002
PIETROSTEFANI Giorgio
PIETROSTEFANI Giorgio. Nato a l’Aquila il 10 novembre 1943. Ex leader di Lotta Continua. Latitante dal 24 gennaio 2000, quando, alla vigilia della sentenza numero 9, quella della condanna definitiva per l’omicidio del commissario Calabresi, passò il confine francese. «Coloro che negli Anni 70 progettavano di prendere il potere indulgevano a volte, chi per svago e chi no, a discutere la lista dei ministri del loro governo. Edgardo Sogno, ad esempio, vagheggiava di assegnare gli Interni a un ex comunista, Eugenio Reale. Anche nei progetti (scherzosi) di Lotta continua gli Interni sarebbero andati a un ex iscritto al Pci, espulso nel 1967 per deviazionismo. Per la sua durezza, Giorgio Pietrostefani era chiamato dai compagni Pietro, o anche Pietrostalin. Capace di dire a una delle future leader del femminismo italiano, entrata senza preavviso nella stanza delle riunioni: ”Adesso esci, bussi, chiedi permesso ed entri”. O di intimare a una scrittrice di successo di non presentarsi più in collants, ”che così distrai gli operai”. Finito il progetto della rivoluzione, l’attitudine al comando si è poi rivelata in altre forme: al momento del primo arresto per l’omicidio Calabresi, 14 anni fa, stava per essere nominato amministratore delegato di un’azienda dell’Iri. C’è però in lui anche qualcosa di giocoso e di disincantato. Le latitanze giovanili nelle case degli amici, l’ammirazione per gli irregolari, l’istinto della fuga che l’ha portato per dieci anni in Africa, poi a occuparsi di tossicodipendenti, ora a scrivere un libro sui pirati. [...] Non ha più l’aria del fuggiasco, del braccato, del nascosto. Porta pantaloni bianchi, camicia azzurra, giacca blu. Occhiali di tartaruga. Fa il papà di una ragazzina di quasi 12 anni e di una donna di 31, che lo viene a trovare spesso. Scrive e studia alla biblioteca del Beaubourg. E’ un uomo profondo e tormentato, convinto che ”la verità storica non esiste”. Si è avvicinato alla fede, si definisce ”quasi credente”, dice che ”in Italia la sinistra, oltre che da Cofferati, è rappresentata solo dal Papa. Sono gli unici a occuparsi dei deboli”. Ha appena pubblicato da Jaca Book, nella collana Saggi sul capitalismo, La guerra corsara forma estrema del libero commercio, un libro che è anche la continuazione di un dialogo ideale con uno dei tre ”santoni” che in gioventù lo iniziarono al marxismo, Toni Negri (gli altri erano Mario Tronti e Alberto Asor Rosa). ”Con Negri ci siamo sempre scritti, anche se politicamente eravamo lontani. Quand’era ancora a Parigi e insegnava all’università andavo a trovarlo. Ho letto Impero, il suo ultimo libro, e vi ho ritrovato alcune delle mie convinzioni: la fine della democrazia, l’uso autoritario delle nuove tecnologie. [...] ”Per noi la Cia era il demonio, era il Male. Oggi è un posto di lavoro come un altro, un lavoro socialmente utile; qualche tempo fa ero a cena con un gruppo di giovani, uno di loro lavorava per la Cia, era una persona normale, non un nemico. Oggi un film come La battaglia di Algeri, con le donne che portano le bombe al mercato dentro le ceste, sarebbe censurato per apologia di reato”» (’La Stampa”, 7/8/2002).