varie, 11 settembre 2002
RUGARLI
RUGARLI Giampaolo Napoli 5 dicembre 1932. Scrittore. «Nei suoi romanzi - La Troga, per esempio, ma anche Andromeda e la notte, fino all’ultimo, La viaggiatrice del tram numero 4 - ha raccontato, sotto specie di pastiche e giocando con la lingua, l’Italia fatta di lordure e di meschinerie, l’Italia delle trame, della malapolitica, della corruzione e degli affari. Ma è scrittore a tempo pieno da quando aveva 55 anni: napoletano di origine e ben presto girovago (ora vive a Olevano Romano in una casa su un grande uliveto), nasce uomo di banca. Niente sportello, ma molta carriera in uno dei colossi del sistema, quella che un tempo si chiamava Cariplo (ora fa parte del gruppo Intesa). ”Fu per me una scuola di allucinazioni”, racconta con una parlata rotonda, tornita, come se volesse evitare che anche una minima parte delle sue parole finisse smarrita. ”Ma in fondo ho trasferito quelle allucinazioni sul piano letterario: è stata una specie di lunghissimo disguido che mi ha fatto imparare un sacco di cose sulla vita”. Ha 22 anni, nel 1955, quando entra per concorso nell’ufficio legale della Cariplo. Glielo impone suo padre, dirigente della Banca d’Italia. ”Io volevo iscrivermi a Lettere. Ma lui una volta mi disse che carmina non dant panem. Se insistevo, mi liquidava: ’Lettere è fatta per le donne, i preti e gli omosessuali’, che però non chiamava così”. Lavora come avvocato fino al 1967, poi intraprende la carriera direttiva e nel 1972, a trentanove anni, diventa direttore della sede di Roma: un percorso fulminante, ma straniante se lo si immagina supportato dalla scarsissima fascinazione che gli procurano crediti, mutui e investimenti. ”Credo che quest’uomo ampio, massiccio, coperto di golf, di cappotti e di sciarpe, pieno di gesti di gentilezza e di deferenza, dalla lingua ampia e ossequiosa, ricordasse un poco Carlo Emilio Gadda prigioniero negli edifici della Rai”, ha scritto di lui uno dei suoi primi estimatori, Pietro Citati. ”Entrambi svolgevano il loro lavoro con un eccesso di competenza. Le sedi della Cariplo dirette da Rugarli, gli uffici studi, la Tesoreria e l’Esattoria splendevano di puntiglio, di rigore e di efficienza. Tutti gli impiegati stavano al loro posto; e, in mezzo a loro, ubiquo e onnipresente, Giampaolo Rugarli”. La vita d’ufficio corre con burocratica andatura. Rugarli è un funzionario e quindi ha più libertà di movimento. Ma tutti gli altri dipendenti sono tenuti a rispettare un’ossessiva ritualità. ”Dovevano firmare due volte al giorno un grande registro, entro le otto e mezza ed entro le quattordici e quarantacinque. Erano consentiti solo tre minuti di tolleranza, dovuti alla mancata sintonia degli orologi, non perché si ammettesse un ritardo. Scaduti i tre minuti, non si firmava più all’ingresso, ma su un registro più grande e davanti a un funzionario che annotava l’infrazione. Dopo il quinto ritardo in un anno partivano le lettere di richiamo”. In uno dei primi suoi romanzi, scritto quando ancora lavora in banca, Rugarli immagina che alcuni dipendenti di un istituto di credito restino intrappolati nel tram che li porta in ufficio e che intorno a loro si scatenino eventi inspiegabili, crolli, frane, distruzioni. Ma il loro incubo è il ritardo in banca. Non l’ama, ma la Cariplo riserva anche sorprese. Un giorno deve placare la rabbia di una prostituta che vuole cambiare un assegno di cinque milioni - siamo negli anni Cinquanta. E’ il pagamento di una prestazione. Ma è falso. Molte sono le prostitute clienti di quella sede. E quando, con la legge Merlin, vengono chiuse le case di tolleranza, i depositi crollano. Molti anni dopo, direttore a Roma, viene ricevuto da papa Paolo VI al quale presenta alcune palazzine costruite a Castelgandolfo con un finanziamento della banca. Il papa è seduto lontano, in una grande sala, e lo scambia per il direttore generale, un suo vecchio amico. Gli parla con calore, gli ricorda di quando erano insieme a Milano. Rugarli, il capo chino, cerca di interromperlo: ”Santità...”, dice, ”guardi che...”. Ma ogni volta gli assistenti del pontefice lo fulminano. Il papa non può essere interrotto. Tanti altri i clienti romani. Gaetano Caltagirone, per esempio, costruttore di razza, amico e finanziatore dei potenti dc. Cosa farebbe, gli chiede Rugarli, se la incaricassero di restaurare il Colosseo? Un bel supermercato, risponde. E come dimenticare, poi, quel magistrato - di cui ancora si occupano le cronache giudiziarie - che chiede mutui offrendo garanzie mirabolanti, non proprio consone al tenore di vita di un giudice. A un certo punto della scalata, però, gli capita di sdrucciolare. Tornato a Milano - è la fine degli anni Settanta - a dirigere i servizi di esattoria, scopre che un suo superiore ha commesso un’imperdonabile irregolarità. ”Sollecitai i vertici della banca perché prendessero provvedimenti, ma nessuno si mosse. La legge mi imponeva di denunciare il fatto e quando mi accorsi che stavano per fregarmi, li bruciai sul tempo e andai alla Procura della Repubblica. Ma insieme all’esposto scrissi una lettera proprio al dirigente di cui sospettavo, dicendogli che era mio dovere rivolgermi al magistrato. Quella vicenda finì fra archiviazioni e prescrizioni, ma io fui trasferito in un sottoscala della banca. Intorno andavano e venivano muratori che imbiancavano le pareti e un giorno mi accorsi che avevano messo delle grate all’unica finestra. Durò sette, otto mesi, per fortuna. Ero, come si dice, a disposizione. Avevo anche una segretaria, persona squisita. Voleva che le affidassi qualcosa. Ma io non avevo nulla da fare. Leggevo tantissimo e così lei cominciò a lavorare a maglia”. La quarantena non è inutile. ”Imparai ad apprezzare la grande lezione morale impartita dalla banca: conformismo e viltà solo a un osservatore superficiale e poco sereno potevano sembrare vizi disgustosi, mentre in realtà erano precetti di vita”. Intanto quel dirigente è finito in galera insieme al presidente dell´istituto per lo scandalo Italcasse e Rugarli viene destinato a dirigere l’ufficio studi. ”Sapevano che amavo la letteratura e che scrivevo. Mi consideravano una penna d´oro, mi incaricavano di stendere relazioni importanti o di preparare discorsi. Prima di me c’era un altro dirigente addetto a queste mansioni. Una volta nella foga retorica scrisse che il direttore era talmente superiore da sembrare persino bello”. All’ufficio studi Rugarli cura due riviste, ”Ca’ de Sass” e ”Rivista milanese di economia” (edita da Laterza). Pubblica scritti giuridici ed economici contro la dilatazione del deficit pubblico. Un testo lo intitola Saggio sgradevole sul parassitismo. Ma avendo pagine a disposizione non riesce a contenere la passione che gli monta dentro. Invita a collaborare Claudio Magris e Paolo Spriano. Scrive di Mario Praz, Liala, Jonathan Swift, Lawrence Sterne, Eduardo De Filippo, Emily Brontë. ”Facevo assegnamento su una serie di circostanze. Prima di tutto che i dirigenti non mi avrebbero letto. In secondo luogo che se mi avessero letto si sarebbero fermati alle prime dieci righe. E infine che non avrebbero capito nulla”. Le previsioni sono esatte. Tranne che in un caso. Siamo a metà degli anni Ottanta. Milano e Palazzo Chigi sono in mano ai socialisti. E anche parte del vertice Cariplo. Rugarli ripubblica un saggio di Lodovico Corio, scrittore e studioso della seconda metà dell’800, sulla vita nei bassifondi milanesi: Abissi plebei. Le fotografie di Mario La Fortezza documentano invece la Milano contemporanea, le sue sofferenze e i suoi disagi. L’introduzione, scritta da Rugarli stesso, è intitolata ”Orrendo è bello”. ”Quel volume non passò inosservato. Quando erano già stampate migliaia di copie, il vicedirettore della banca, un socialista, mi impose di tagliare tutte le parti dell’introduzione che suonavano irriverenti verso la città e chi l’amministrava. Buttammo otto milioni per le correzioni. Mi fece cancellare anche un passaggio in cui sfottevo un sindacalista socialista”. Il lungo disguido bancario si interrompe definitivamente, pochi anni prima che cominciassero le inchieste di Mani pulite. Nel 1985 Rugarli lascia la Cariplo e comincia l’avventura di scrittore. In un cassetto ha accumulato almeno tre, quattro romanzi. Ma il passaggio dai mutui ipotecari alle lettere, vissuto come una liberazione, non procede al ritmo di fanfara. Da ”rissoso bancario” (la definizione è sua) si trasforma in ”bellicoso scrittore”. I suoi rapporti con gli editori sono burrascosi. Il suo primo libro Il superlativo assoluto, forse il più bello, racconta, parodiandolo, l’incontro con Sergio Morando, allora direttore editoriale della Mondadori. E la casa editrice di Segrate (che pure gli ha pubblicato vari romanzi, ma dalla quale si sente poi abbandonato) è raffigurata grottescamente in Andromeda e la notte, un racconto degli intrighi e delle pastette che accompagnano un premio letterario. ”Quando mi dimisi dalla banca, che non è un ambiente di passerotti”, ha ricordato qualche anno fa, ”credevo di trovare un’atmosfera migliore. Ma ora la banca mi sembra un sito angelico a confronto con quello dei libri”» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 30/8/2002).