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 2002  settembre 11 Mercoledì calendario

SOAVI

SOAVI Giorgio Broni (Pavia) 26 novembre 1923, Milano 1 dicembre 2008. «Professione: cantante di night club. Almeno agli inizi. Se poi la sua carriera si è orientata verso la cultura - ha scritto romanzi, poesie, ritratti di pittori, saggi critici, ha organizzato mostre, è stato una sorta di super-art director alla Olivetti - un po’ di quelle antiche radici canore gli rimangono dentro. ”Avevo una bella voce”, sostiene. ”Certo, ormai è difficile accorgersene”. L’antefatto canoro risale, infatti, a vari anni fa. Cinquantasette, per la precisione. Tutto cominciò con una storia di diserzione. Soavi entra ventenne fra le truppe della Repubblica di Salò. Ma non resiste fino all’epilogo dell’avventura. Come racconterà nel romanzo Un banco di nebbia (Mondadori, 1955), a un certo punto diserta. Munito di una licenza illimitata che s’è scritto da solo, fa perdere le sue tracce. Dai dintorni di Gorizia, dove si trovava in armi, su un camion raggiunge Milano. E lì s’installa all’Hotel Ambasciatori, grazie al prestito temerario d’un amico. Manca qualche mese alla Liberazione. Il futuro scrittore veste in borghese, ma in un fagotto ha conservato la divisa: la indossa talvolta, sul mezzogiorno, per nutrirsi alla mensa dei tedeschi. A fine aprile del ”45, si trova a Genova, fermo su quell’angolo di strada nazionale dal quale, gli hanno detto, passano i camion americani diretti verso Sud. S’arrampica sul cassone d’un autocarro. ”Sapevo abbastanza bene l’inglese”, racconta. ”Avevo passato l’adolescenza a studiarlo, infatuato com’ero della letteratura e del cinema americani. Conoscevo a memoria l’antologia di scrittori yankee curata da Vittorini. Ero pazzo di quella roba lì. Non mi metteva in difficoltà parlare con i Gis. Nessuno slang sembrava intimorirmi”. Sbarcato a Roma, prende una camionetta per via Treviso (dalle parti del Policlinico), dove al numero 15 abita sua madre che ha tutte le ragioni di crederlo morto, e che nel constatare che non è così sviene ai suoi piedi. La signora è emaciata. Da qualche tempo sopravvive alla fame svendendo vecchi giornali a peso carta. Ma l’impresa di mamma Soavi non offre lavoro per due. Si avvicina la scelta canora? Ci siamo quasi. Elena, una cugina piuttosto carina, ne conosce i gusti letterari e non le sfuggono le sue nascenti velleità di scrittore. Ma il momento è disadatto a coltivarle. Sa anche, però, che Giorgio se la cava a cantare. Durante le vacanze estive, che passavano insieme in Versilia, il ragazzo aveva vinto un premio intitolato l’Ora del Dilettante, esibendosi nella canzone Tocco il cielo col dito alla Capannina Franceschi di Forte dei Marmi. L’intero repertorio di Alberto Rabagliati e di Natalino Otto non aveva segreti per lui. In breve, l’idea risolutrice di Elena in quella tarda primavera romana si chiama Gran Caffè Berardo. l’antico ritrovo della Galleria Colonna che per esigenze d’occupazione s’è trasformato in un night. La cugina belloccia viene concupita - invano, assicura Soavi - dal direttore del locale. Nonostante le sue ritrosie (o forse proprio in virtù di esse), non le manca il prestigio per raccomandare un parente. Un po’ di voce c’è, la conoscenza dell’inglese aiuta: un rudimentale provino risulta favorevole. Il futuro scrittore non ottiene un contratto, ma entra in servizio come cantante in prova. Orario, dalle 18,30 alle ventitré. La prova dura un mese: se entro quel termine il responso espresso dai soldati sulle sue capacità è positivo, si vedrà. ”Nel night di Berardo”, ricorda Soavi, ”l’orchestra suonava in pratica dalla mattina alla sera. La platea era gremita di americani. Con questa clientela ci s’intendeva a segni, perché l’inglese non lo conosceva nessuno. Imperava al microfono una specie di cantante-soubrette. Vistosa, luccicante. Si chiamava Isa di Marzio. Ogni paio d’ore c’era un intermezzo danzante - il Floor show - nel quale lei si esibiva ballando in tutù. Le sue conversazioni con i militari che le chiedevano d’intonare questo o quel ritornello erano faticose. Aveva nella borsetta un piccolo taccuino che consultava di continuo. Una volta che lo dimenticò su un tavolo, riuscii a dargli un’occhiata. Conteneva un informe frasario inglese, parole scritte come si pronunziano: Gud nait, au ar iu? Uot is iur nem?. Al confronto, io potevo considerarmi di madre lingua inglese. Trent’anni più tardi, in una trasmissione nostalgico-rievocativa degli ultimi tempi dell’Eiar o dei primordi della Rai, Renzo Arbore ha presentato come un gentile reperto proprio Isa Di Marzio: la quale, in una stagione successiva a quella mitica di Berardo, aveva anche goduto di una discreta notorietà in tivù». Il cantante Soavi ha aggiornato il suo repertorio. Vi dominano successi americani e mondiali come White Christmas o Old myver. Vi si trova il Sinatra degli esordi, romantico e vagamente baritonale, da I’ll be seeing yoy a The blue of evening, da Put your dreams away a The One I love. I soldati ballavano i lenti, avvinghiati a ragazze e «segnorine» provenienti dal Sud. A volte acconsentivano a sposarle. Alle feste di nozze italo-americane si richiedeva la partecipazione di un cantante, e la scelta obbligata cadeva su Soavi. ”Nel maggio del ”45, in una giornata arrivavo a guadagnare varie centinaia di lire, più i pasti e le sigarette”, assicura il protagonista. ”Mia madre cambiò faccia, le si riempirono le gote, acquistò colore. Per un anno siamo andati avanti così, in famiglia. Poi mi venne voglia di cambiare. Non di cambiare lavoro, ma città”. A Roma era in funzione un piccolo mercato delle serate di musica leggera. Ogni domenica mattina in Galleria Colonna, proprio fuori da Berardo, si formava un capannello di musicisti più o meno ambulanti, cantanti e direttori di orchestrine. Un giorno cercano qualcuno capace di cantare decentemente in inglese. La richiesta veniva dall’Embassy Club di Milano. Soavi si fa assumere e monta su un vagone di terza classe per quella città. ”Ma qui devo vorrei fare un passo indietro”, invoca lo scrittore. ”Prima di disertare dalle armi, mi ero finto spesso malato (lo facevamo in molti). Un medico compiacente mi aveva diagnosticato un’appendice acuta e insieme ad altri ragazzi ero stato ricoverato all’ospedale militare di Pontremoli. Una notte, uno dei falsi infermi scomparve. Ogni ricerca nelle corsie e nei dintorni fu inutile. Conoscevo bene il fuggiasco, mi consideravo ormai un suo amico. Era bravo nel fare le macchiette. Si chiamava Walter Chiari. Appena arrivato da Roma a Milano, mentre vado in cerca del night per prendervi servizio, vedo in corso Vittorio Emanuele dei grandi manifesti con la faccia del mio amico Walter Chiari accanto a quella della soubrette Marisa Maresca - allora famosissima - con la quale faceva compagnia. La Maresca era nota come ”la bomba del sesso’. La rivista si chiamava Simpatia e portava la firma di Marcello Marchesi. Furono mesi di gran divertimento. Ogni sera libera dagli impegni di lavoro, ero a teatro con il mio amico Walter”. All’Embassy Club Soavi non faceva che ripetere il suo repertorio. Cominciava a sentirsene sazio. Una successiva trasferta di lavoro a Cremona, come cantante inquadrato nell’orchestrina del maestro Barimar che si esibiva alla Fiera dell’agricoltura, gli offrì l’emozione di rivedere i luoghi della sua infanzia, vissuta appunto a Cremona. Ma non poteva bastargli. Fare il cantante per sempre? Soavi covava il latente desiderio di scrivere. O almeno provarci. Emigra così a Firenze, dove lo prendono a fare il correttore di bozze nel quindicinale ”Il Mondo” (da non confondersi con il settimanale di Pannunzio, che nascerà a Roma più tardi, nel ’49). La rivista, diretta da Alessandro Bonsanti, ospita grandi firme, da Montale a Gadda e a Landolfi. Segretario di redazione è Giorgio Zampa. ”Forse non ero stato un grande cantante da night”, dice Soavi, ”ma in quanto correttore di bozze offrii davvero il peggio di me. Mi sfuggivano refusi clamorosi. Gli autori degli articoli mi temevano come un’epidemia”. Era un modo, comunque, per avvicinarsi alla letteratura. Così archiviata, la bohème canora diventò, nel ricordo, una parentesi fra la guerra sconvolgente e una faticosa normalità. Aveva rappresentato il rifugio per un disertore: qualifica, quest’ultima, che a Soavi sarebbe rimasta incollata a lungo. L’amico Indro Montanelli, ogni qualvolta litigava con lui - il che accadeva molto spesso - gli rivolgeva un rimprovero estensibile a un’intera categoria: ”In che mondo viviamo! Non ci si può fidare nemmeno dei disertori”» (Nello Ajello, ”la Repubblica” 25/8/2002).