Varie, 11 settembre 2002
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DeCarlo Giancarlo
• Genova 12 dicembre 1919, Milano 4 giugno 2005. Architetto. Padre di Carlo • « uno dei progettisti italiani più noti nel mondo. Forse più all’estero che in Italia. Pochissimi gli articoli sui giornali italiani che lo riguardino, altrettante le interviste (ma due anni fa ne ha pubblicata da Eleuthera una molto bella, insieme a Franco Buncuga). ”Oggi negli organici di molti studi di architettura una casella è riservata a un uomo di pubbliche relazioni. Io non ho mai avuto più di dieci, massimo dodici collaboratori e nessuno si è occupato di vendere la mia immagine”.Il suo studio è in un palazzo bianco di modesta fattura nella zona della Fiera. Un piccolo androne, le scale strette. Niente soffitti ribassati, luci alogene o tubolari. Niente di più lontano da un loft di Soho, semmai l’appartamento di un impiegato dello Stato, diviso in blocchi, con gli scaffali sberciati e le poltrone lise. […] Irrorati dal pensiero anarchico, i primi progetti, in particolare le case popolari dell’’Ina. Che si accompagnavano, nel 1952, all’avvio del sodalizio con Carlo Bo - lui anarchico e non credente, Bo cattolico ”aristocratico e popolare insieme, uomo dall’umanità sottile e caritatevole” -, un sodalizio durato mezzo secolo: da una parte il rettore dell’Università e, nel fondo dell’animo, illuminato signore del ducato d’Urbino, dall’altro l’architetto ribelle che rinnova i fasti laterizi della città dei Montefeltro, risana e ristruttura il centro storico e sulle colline costruisce le nuove residenze universitarie. Ma andiamo con ordine. […] Figlio di un ingegnere, si trasferisce con i nonni in Tunisia, perché il padre, separatosi dalla moglie, non poteva prendersi cura di lui. ”La Tunisia era un paese bellissimo: mi sono rimasti nella memoria quegli spazi che si compenetrano, l’aperto che si intreccia con il chiuso, l’edificato con il vuoto”.Tornato in Italia, viene destinato dal padre a studiare ingegneria, prima all’Accademia navale, poi al Politecnico di Milano. ”Ma io mi sentivo trascinato verso un’attività creativa, legata alla condizione umana, più adatta a migliorare le cose del mondo. E così ho cominciato a frequentare le lezioni di architettura”.Si laurea in ingegneria e il giorno dopo aver discusso la tesi si iscrive ad architettura. Ma intanto è scoppiata la guerra. ”Fui reclutato in marina e spedito in Grecia. Amavo la Grecia, lì c’erano le radici della mia cultura. E poi ammiravo la resistenza che i greci avevano opposto ai nazisti: li avevano fermati alle Termopili, un nome che folgorava quelli della mia generazione”.Prima di partire, l’antifascista incontra una delle persone decisive per la sua formazione, Giuseppe Pagano. Pagano è un architetto, dirige Casabella, esponente della corrente di ”Mistica fascista”, che in segno di rivolta contro il regime decide di partire volontario per la Grecia, perché quello che accade lì gli pare ”una schifezza”.’Pagano era pieno di passione e di furore”, racconta lui, ”non abiurava la sua fede, ma sognando un fascismo più puro, inesistente, cercava di espiare. Aveva preso posizioni contro lo stile imperiale del fascismo e aveva esaltato l’architettura rurale sostenendo che lì risiedesse la nostra tradizione, quella che rispondeva ad una sincerità costruttiva”.Rientrato in Italia, ritrova Pagano, che il fascismo ha infine abbandonato, nella Resistenza milanese. Insieme organizzano i Sap, squadre di azione partigiana. Con loro combatte Delfino Insolera, ”un ingegnere, una mente strabiliante, passava dai geroglifici alla musica dodecafonica. Io tenevo lezioni su Le Corbusier e l’architettura moderna che bandiva il linguaggio universale e invece calava gli edifici nel loro contesto. Insolera discuteva di Picasso, Stravinskij e Klee”. durante queste vicende, nel fuoco della tragedia (Pagano viene catturato dalla banda Koch e spedito a Mauthausen, dove muore) che De Carlo si accosta all’anarchia. Diffida dei comunisti, ascolta l’eco della rivolta catalana da loro stroncata. Dopo la guerra partecipa ai convegni anarchici e frequenta Carlo Doglio (oltre ad Albe Steiner, Elio e Ginetta Vittorini, Vittorio e Luisa Sereni, Franco Fortini e gli architetti Ernesto Rogers, Franco Albini, Ignazio Gardella). ”Mi affezionai all’idea di un’architettura non autoritaria che non imponga di essere o accettata o rifiutata. Le parti di un progetto vanno osservate da diversi punti di vista, senza fissare preventivamente una gerarchia, altrimenti questa non è altro che un’affermazione di potere. Dal pensiero anarchico ho imparato che il risultato non è tanto importante quanto il percorso che si compie per raggiungerlo, ponendosi di fronte agli ostacoli che subentrano con spirito aperto, inclusivo”. Il primo lavoro che viene affidato a De Carlo, vincitore di un concorso, sono gli edifici popolari dell’Ina-Casa a Sesto San Giovanni. Qui il pensiero anarchico si coniuga con il ricordo di Pagano teorico dell’intervento pubblico nell’edilizia che, direttore di Casabella, pubblica a puntate il saggio di Irenio Diotallevi e Franco Marescotti intitolato La casa popolare. Quell’intervento, che verrà molto lodato, non lo soddisfa. In un articolo pubblicato su Casabella nel 1954 racconta di aver trascorso alcune ore di una domenica primaverile in un caffè di fronte a quegli edifici per osservare come venivano vissuti. I suoi calcoli, confessa, erano sbagliati. Aveva previsto dei ballatoi molto stretti perché il passaggio degli inquilini non disturbasse gli alloggi. Ma la gente, invece, si assiepava proprio lì ”con sedie a sdraio e sgabelli, per partecipare da attori e da spettatori al teatro di loro stessi e della strada”.E stava strettissima, minacciata dai bambini che facevano gincana con le biciclette. ”Ho capito quanto poco sicuro era stato il mio cardine, malgrado l’apparenza razionale. Volevo fornire a ogni appartamento una condizione di isolamento. E invece più di tutto contava vedersi, parlare, stare insieme”. Correggendo questo ”sbaglio” nascono i successivi interventi di edilizia pubblica, a Baveno, in provincia di Novara, a Terni, per gli operai dell’acciaieria che chiesero, e ottennero, di poter coltivare ognuno un proprio orto su dei grandi terrazzi, e a Mazzorbo, un’isoletta della laguna veneziana. ”Non posso dire di aver realizzato architettura anarchica, ma libertaria sì, senza ideologie fisse”. Il bisogno primario, trasferito in architettura, è quello della comunicazione, degli spazi collettivi, ”quei luoghi pubblici che quando sono organizzati per incontrarsi vengono rispettati come se fossero privati. Ora invece tutto ciò che è pubblico viene trascurato, abbandonato, altrimenti gli viene attribuito un prezzo e deve essere comprato: il mondo dei consumi è il grande nemico dell’architettura”. Dovunque lavori, organizza assemblee. ”Un architetto deve interpretare i bisogni di chi nei suoi edifici dovrà abitare. Per carità: interpretare i desideri, non assecondarli”.Nel 1952 gli presentano Carlo Bo. ”Aveva bisogno di rimettere in sesto l’edificio storico dell’università. La prima volta che andai a trovarlo mi venne a prendere a Pesaro con la macchina. A un certo punto ci fermammo e lui, indicandomi il profilo lontano di Urbino, mi disse: ”Questa è la vera Italia’”.Iniziò così, con la costruzione delle case per i dipendenti dell’università, seguite dai collegi per gli studenti e dalle ristrutturazioni del teatro e degli antichi edifici dell’ateneo, la sistemazione di Urbino, completata con la redazione di due piani regolatori, nel ”64 e nel ”94 e con l’apertura di nuovi cantieri (uno dei quali violentemente contestato da Vittorio Sgarbi). Mezzo secolo di progetti, in cui il contemporaneo inseguiva l’antico, mezzo secolo di affinità fra l’anarchico e il cattolico» (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 10/8/2002).