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 2002  settembre 11 Mercoledì calendario

Coloane Francisco

• . Nato a Quemchi (Cile) il 19 luglio 1910, morto a Santiago (Cile) il 5 agosto 2002. Scrittore. «Sfoggiava una lunga capigliatura che cominciava a imbiancare e una folta barba da lupo di mare; camminava con quell’andatura barcollante tipica dei marinai che hanno appena messo piede a terra, e i suoi passi lo condussero fino alla Casa della Letteratura. Era il 1941. A quell’epoca, la maggioranza degli scrittori cileni e latino-americani oscillava tra due ossessioni: scrivere ”grandi romanzi” che affermassero le loro radici culturali inconfutabilmente europee, o riprodurre le più famose tragedie della letteratura russa, infarcendole di tematiche creole. L’atmosfera di quella casa era, senza dubbio, letargica, arrogante e noiosa. Prima di entrare era solito bussare e presentarsi cortesemente; ma quella volta, l’uomo dall’andatura da marinaio spinse la porta con una vigorosa spallata, si piantò in mezzo al salone e disse: ”Mi chiamo Francisco Coloane e vengo dalla fine del mondo!”. Con lui, qualcosa di nuovo irrompeva nella Casa della Letteratura: il rumore del mare in tempesta e le voci, che si esprimevano in tutte le lingue del pianeta, di migliaia di avventurieri sperduti nelle pianure della Patagonia e nella desolata solitudine della Terra del Fuoco. Coloane aveva allora trentun anni. Appoggiò due libri sul tavolo: un romanzo, L’ultimo mozzo della Baquedano, un commovente racconto sulla fedele nobiltà d’animo di certi uomini amanti di una natura minacciata, dove descriveva in maniera sobria ma generosa l’universo della gente di mare fino a quel momento conosciuto solo grazie alle opere di Conrad o di Melville. L’altro era una raccolta di racconti intitolata Capo Horn, dove tratteggiava personaggi, paesaggi e passioni segnati dalle tragedie dell’epoca. Lasciò questi due libri e se ne andò senza dire una parola, perché, per gli uomini provenienti dalle terre alla fine del mondo, il silenzio australe è la più alta dimostrazione d’ eloquenza. In ogni nazione - e il Cile non fa eccezione - la letteratura ha strane figure di amministratori, odiosi custodi che giocano a fare i censori, esperti e inquisitori che, in base a criteri arbitrari direttamente proporzionali alla loro mediocrità, decretano cosa sia o non sia letteratura. Quei sinistri figuri si saranno domandati: chi mai potrà essere questo individuo che osa entrare senza bussare, ci impone due libri di una insolente libertà e di dubbia moralità, saturi di nebbie e popolati di miscredenti, e turba la nostra tranquillità facendo tremare i lampadari di cristallo? La critica letteraria accolse con un silenzio altezzoso le prime opere di Coloane. Era un autore inclassificabile che non adottava nessuno degli stili allora in voga, poco preoccupato com’era di scrivere ”grandi romanzi”. E per di più, quel poco che si conosceva sulla sua persona, ricordava più un pirata che uno scrittore. Figlio di un capitano di navi baleniere, aveva imparato a tenere i piedi saldamente poggiati per terra, la sola maniera di resistere ai venti violenti di Quemchi, un porto dalle costruzioni di legno sull’isola di Chiloé, dove aveva trascorso la giovinezza. La sua infanzia era stata cullata dalle violente mareggiate e le sue prime parole avevano risentito del linguaggio rude e preciso della gente di mare, pescatori, cacciatori di balene e di foche, palombari e cercatori di tesori; questi ultimi non avrebbero mai scoperto tesori sepolti dai corsari olandesi in quelle regioni, ma non per questo avrebbero smesso di cercare, spinti da una sorta di utopia che, come tutte le utopie, non ha valore se non per l’impeto che risveglia nel cuore degli uomini. Coloane ha saputo rendere il calore delle storie narrate intorno al fuoco dagli indios Tehuelche, Yaghan, Ona e Alakaluf, che difese e continua a difendere, non in virtù di una pseudomorale da scrittore ”impegnato”, ma perché li considera suoi simili, compagni del suo stesso altrove, membri della grande confraternita australe. Si imbarcò su una nave baleniera, esperienza che lo convinse della necessità di mettere fine allo sterminio dei cetacei. Fu caposquadra nei grandi allevamenti di ovini, marinaio scelto, gabbiere sulla corvetta Baquedano, nave scuola della marina cilena, esploratore in Antartico; ha comandato spedizioni di ricerche petrolifere e scandagliato i canali dei mari australi, redatto carte nautiche, partecipato al salvataggio di numerose imbarcazioni in avaria. ”Il mare occupa nella mia vita e nei miei libri un posto vitale, almeno quanto gli uomini, i paesaggi e gli animali del grande Sud ai quali devo molto” ha confidato un giorno. La critica l’ha ignorato, ma i giovani lo hanno ben presto scelto come loro autore prediletto. Hanno capito soprattutto che i libri di Coloane, per la prima volta nella storia della nostra letteratura, offrono elementi preziosi per la definizione di una identità culturale latino-americana. Nella sua opera sono altresì presenti il meticciato e gli incroci di culture, senza spirito di rivincita né falsi pudori. In essa vibra un linguaggio originale, sgombro di ogni accademismo come di qualsiasi vanità o vezzo stilistico. Coloane scrive di ciò che conosce, crea le sue trame con il rigore e la ricerca di credibilità dei payador, quei menestrelli ambulanti sempre bene accolti nelle solitudini australi. Per usare le parole di Alvaro Mutis - anche lui lettore di Coloane - si può dire che la sua opera è pervasa ”dagli elementi del disastro”. ”Nei miei racconti e nei miei romanzi, ho voluto esprimere l’anima dell’uomo cileno, soprattutto quello di Chiloé o della regione magellanea, confinato tra i mari, i golfi, le cordigliere frastagliate e i ghiacciai millenari del Sud, circondato dall’oceano più burrascoso del pianeta. In questo scenario grandioso vive un uomo debole quanto una brezza, e nello stesso tempo forte come il vento dell’ Est...”. Nel 1956 Coloane pubblicava una raccolta di racconti intitolata Terra del Fuoco. Era già lo scrittore più popolare del Cile e ogni suo nuovo libro era atteso con una incredibile avidità in tutta l’America Latina. Può senza dubbio essere considerato il pioniere della narrativa d’avventura nel nostro continente. Questo, unito all’insopprimibile vocazione per il viaggio, che l’ha portato più volte a compiere il giro del mondo (e a cercare un porto chiamato Colhonae che si troverebbe non lontano da Macao...) ha fatto sì che migliaia di lettori vedessero in lui lo scrittore che più di ogni altro sia riuscito a spalancare le porte su un mondo sconosciuto. Coloane invita a rompere con la maledizione isolazionista che pesa sui cileni, e incita a varcare l’ orizzonte. Nel 1964 riceve il Premio Nazionale di Letteratura. Pochi autori latinoamericani hanno visto i loro libri beneficiare di tirature così alte. Capo Horn, L’ultimo mozzo della Baquedano, Il chiloese Otey, Terra del Fuoco, hanno superato il mezzo milione di esemplari nella sola America Latina. Da quando Coloane, con la sua forte voce del Sud, ha fatto irruzione nel panorama letterario, varie generazioni di lettori si sono succedute, ma restano sempre i giovani a costituirne la stragrande maggioranza» (Luis Sepulveda, ”la Repubblica” 8/8/2002).