Varie, 11 settembre 2002
Tags : Akram Khan
KHAN Akram Londra (Gran Bretagna) 29 luglio 1974. Coreografo • «Il protagonista di My Beautifull Laundrette di Hanif Kureishi entrava in rotta di collisione con la comunità pakistana a causa delle proprie scelte sessuali e di vita
KHAN Akram Londra (Gran Bretagna) 29 luglio 1974. Coreografo • «Il protagonista di My Beautifull Laundrette di Hanif Kureishi entrava in rotta di collisione con la comunità pakistana a causa delle proprie scelte sessuali e di vita. Lui [...] testardo come il figlio di minatori Billy Elliot, con la comunità d’origine, quella bengalese, si è scontrato quando a 21 anni, all’università, invece di scegliere un mestiere rispettabile (medico, ingegnere) ha deciso di seguire corsi di danza contemporanea. Un maschio musulmano che fa il ballerino? Già i suoi parenti non avevano digerito il fatto che da bambino recitasse nel Mahabharata, l’epopea degli odiatissimi indù, in una epica messa in scena da Peter Brook. E sopportavano che il ragazzo fosse diventato uno dei migliori interpreti di kathak, uno dei cinque stili classici indiani, soltanto perché quella danza, sviluppatasi nel Nord dell´India narra leggende sia indù sia mussulmane. Ma lui ha tenuto duro e ha avuto ragione. Oggi la comunità bengalese inglese è orgogliosa di questo rappresentante della terza generazione di British-Asian. Perché è considerato quanto di meglio offra la danza contemporanea inglese dai tempi di Michael Clark (tardi anni 80); stampa e programmatori lo hanno accolto come ”il fenomeno che aspettavamo da 20 anni”; è stato se non il primo, certamente quello che meglio è riuscito a mescolare tradizione e innovazione, a creare una nuova ”fusion”: kathak e danza contemporanea. […] ”Il kathak è uno stile antico di 500 anni, è la danza sacra a Krishna, il più umano degli dei, il dio che può sbagliare - spiega - anche per questo è la più vicina al contemporaneo”. una danza basata su giri multipli e velocissimi, su un gioco di braccia che fendono l’aria come colpi di rasoio, sorretta da sequenze ritmiche, cantate e suonate, che hanno dell’ipnotico scioglilingua, accompagnata dalle percussioni trascinanti della tabla. lui ha preso tutto questo e lo ha portato nel contemporaneo, senza fare del facile esotismo, ma innervando il contemporaneo di una nuova energia. Prima si è fatto conoscere con degli assoli nei festival e nelle rassegne che contano. Quindi, guadagnatasi la nomina a coreografo residente della Royal Festival Hall, ha fondato una propria compagnia di cinque danzatori e dato vita al primo spettacolo a serata intera, Kaash, per il quale ha convocato due artisti importanti della scena multiculturale inglese: lo scultore Anish Kapoor e il musicista Nitin Sawney» (Sergio Trombetta, ”La Stampa” 12/7/2002). «Quali sono le differenze fondamentali tra la danza contemporanea e la danza tradizionale indiana? ”Nel khatak, come nella danza classica occidentale, i confini sono chiari e precisi. Conosci la storia del Lago dei cigni già prima di entrare in teatro. Tutto è basato sulla mitologia indiana, storie e leggende che tutti conoscono dalla A alla Z. Nella danza contemporanea i confini sono più sfumati, a volte invisibili. In una performance di danza contemporanea può accadere di apprezzare senza comprendere, di restare ammaliati senza sapere perché. Non che non ci siano regole, solo sono meno percepibili”. Fondere i due tipi di danza è stata per lei un’esigenza interiore difficile da mettere in pratica? ” stato un processo organico. Perché, non dimentichiamolo, anche il corpo fa le sue scelte. Se mi muovo, non lo faccio in maniera strettamente contemporanea e neanche secondo i canoni della danza classica indiana. Ho lasciato che il corpo prendesse le sue decisioni e che le risposte venissero dal subconscio. Io mi sono solo arrogato la curiosità di esplorare questa confusione per comprendere cosa potesse generare”. […] La sua danza si esprime principalmente con le mani, tutta la tensione delle gambe, del torso, si scioglie poi nel plasticissimo movimento che va dalle braccia alle dita. ”Il khatak interessa principalmente la parte superiore del corpo. Le gambe sono sempre coperte di nero proprio per enfatizzare la gestualità in quella zona del corpo dove transita più energia, dalle spalle ai gomiti, e attraverso il polso fino al dito medio. Tutto è estremamente preciso, geometrico: il naso segue il medio e gli occhi s’incollano alle altre quattro dita. La danza indiana lavora sui movimenti delle dita per raccontare le storie mitologiche di Shiva”. Il livello di concentrazione in una coreografia come questa deve essere altissimo. ”Sì, e se per qualche ragione ti deconcentri il gioco diventa molto pericoloso. Tutto è estremamente fragile, perché in questo matematico concatenarsi di movimenti perdere anche solo una mezza battuta può essere disastroso”» (Giuseppe Videtti, ”la Repubblica” 11/8/2002).