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 2002  settembre 11 Mercoledì calendario

KINCAID Jamaica (Elaine Potter Richardson) St. Johns (Antigua) 25 maggio 1949. Scrittrice. A 16 anni lascia la famiglia e si trasferisce a New York per lavorare come ragazza alla pari

KINCAID Jamaica (Elaine Potter Richardson) St. Johns (Antigua) 25 maggio 1949. Scrittrice. A 16 anni lascia la famiglia e si trasferisce a New York per lavorare come ragazza alla pari. Negli Usa studia fotografia e collabora con diverse riviste firmandosi Jamaica Kincaid, per evitare che la famiglia, che disapprova, sappia del suo nuovo mestiere. Nel 1976 comincia a scrivere per il ”New Yorker” i racconti che, nell’83, confluiranno in At the Bottom of the River, il suo romanzo d’esordio. Nel ’95 lascia il giornalismo. Insegna scrittura creativa alla Harvard University. Tra i suoi libri: Autobiografia di mia madre, Mio fratello, Un posto piccolo, Mr Potter, tutti pubblicati in Italia dalla casa editrice Adelphi. «Pubblicato nel 1997 dall’editore Adelphi, Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid non rivelò ai lettori italiani soltanto un nuovo nome della vasta costellazione degli scrittori postcoloniali, ma una novità tout court , una sorprendente possibilità di raccontare luoghi, personaggi e storie coniugando la più brutale aderenza al minimo quotidiano con una selvaggia e cupa visionarietà. Nessun esotismo, nessun folklore, nessuna compiacente nostalgia per radici arcaiche e favolose, ma un paesaggio violento e prosciugato, dove l’origine non è che una perdita secca che nessuna buona volontà etnica può resuscitare o riportare all’orizzonte. All’orizzonte, piuttosto, ”un vento nero e desolato”, un mare della stessa durezza dei rapporti fra gli esseri umani, e una protagonista, una meticcia abbandonata alla nascita, che per costruire la sua identità non ha che il brandello di un’immagine materna, un vuoto da riempire per pura volontà di esistere, come le piante e gli animali esposti al sole imperturbabile e violento del cielo caraibico. Jamaica Kincaid [...] precisò la sua idea di origine come spoglio e inevitabile avvicinamento al tessuto traumatico della vita in un successivo e perfetto racconto, Mio fratello: la visita rabbiosa e disperata a un fratello moribondo per Aids, un ritorno agli inferi dei vivi in cui l’unica esperienza che si oppone alla rassegnazione è la morte. In entrambi i racconti il ritmo era quello percussivo e sintetico del reggae, e l’ampio spettro culturale del jazz o la coralità dei canti popolari erano tenuti lontani - troppo illusori, troppo consolatori - così come non era questione di storia o di epopea: la vicenda della deportazione dall’Africa, del colonialismo, dello sfruttamento e di una liberazione stanca e priva di speranze erano concentrate nell’energia algida e insieme maestosa della voce narrante, un io senza comunità, senza passato, senza genealogia che non coincidesse con il puro corpo materiale e dissennato della madre, la madre terra e la madre generatrice, incapaci di proteggere le proprie creature dalla ”stanza nera del mondo”. [...] Potter, veniamo a sapere, è il vero cognome dell’autrice, ma non è stato l’uomo del romanzo a fornirglielo: lei lo ha visto un paio di volte, di sfuggita, anzi ha capito che era suo padre perché la madre l’ha mandata a chiedergli i soldi per comprare i quaderni per la scuola. Ma il signor Potter di scuola non vuole saperne e soprattutto non vuole sapere niente, non aver niente a che fare con quella figlia che non pensa di aver messo al mondo, una delle estranee creature che ha generato da donne diverse nel tempo breve delle notti caraibiche. [...]» (Elisabetta Rasy, ”Corriere della Sera” 25/5/2005).. «Leggere i suoi libri è come entrare in un inatteso vis-à-vis con una donna dal carattere roccioso, una vita sorprendente fatta di miseria, coraggio e fortuna, una energia vulcanica, a volte un po’ spaventosa e profetica. Il suo quadro di riferimento è l’infanzia vissuta in una microscopica isola dei Caraibi, Antigua. Lei enuncia, ripensa, ripete, tira fuori un fiume interminabile di rabbia per i torti subiti, ci torna su, ti fa sentire sotto accusa, ti tira dentro, ti commuove, colpisce, si giudica, si apre come fosse davanti alla sua migliore amica, si arma come fosse di fronte al suo peggiore nemico, fa poesia e intanto racconta, in un avanti e indietro di episodi e riflessioni e puro sentimento e risentimento, con quel modo tipico della confidenza appassionata tra due persone. [...] una tipa così tosta, così americana antagonista - soprattutto verso l’America - [...] nera. nata da una famiglia poverissima ad Antigua, un lembo di terra dove Cristoforo Colombo approdò nel 1493. Secondo lei tutti i suoi guai, tutti i mali, sono iniziati con quella scoperta e dal colonialismo che ne seguì: lo scrive continuamente. Da Antigua gli inglesi se ne andarono solo nel 1967 e l’indipendenza arrivò nell’81: tardi, e quel che è seguito, a suo giudizio, è tessuto di corruzione, povertà e di un turismo che snatura Antigua e favorisce esclusivamente chi i soldi già li ha. Su questa faccenda ha scritto anche un’invettiva, un pamphlet, Un posto piccolo, edito da Adelphi come tutti i suoi libri usciti in italiano del resto (Autobiografia di mia madre, e Mio Fratello). Un testo che il ”New Yorker”, la prestigiosa rivista dove lavorava da anni, alla fine degli anni ’80 rifiutò per quanto era rabbioso. Jamaica Kincaid comunque non è il suo vero nome. Lei si chiamava Elain Potter Richardson, ma dopo un po’ che si era separata a 16 anni dall’isola natìa, dalla madre cariba, il patrigno e i tre fratellastri, per approdare a New York come au pair (ma lei preferisce precisare che faceva la ”servant”), decise di cambiare generalità. Fu una rottura difficile che divenne però fortunatissima. Mentre si industriava in mille lavori per campare, per una serie di coincidenze iniziò a collaborare con il mitico ”New Yorker” - la più autorevole e diffusa rivista dell’intellighentsia americana - per il quale tenne a lungo l’altrettanto mitica rubrica Talk of the Town. Del leggendario direttore della rivista William Shawn sposò più tardi il figlio, Allen, compositore di musica classica, con cui oggi vive nel Vermont, a Bennington, insieme ai loro due figli adolescenti. Una storia degna di una favola, ma nella poetica di Jamaica la felicità non arriva: i suoi sono lavori sofferti, duri, attraversati da ”un vento nero e desolato” che nasce nella ”stanza nera del mondo” ovvero nelle sue isole, bellissime e dannate come gli abitanti, l’infanzia e i suoi personaggi [...] ”Fui mandata in America poco dopo aver compiuto 16 anni perché lavorassi e mandassi i soldi alla mia famiglia. L’ho fatto, ho fatto la ”servant” a New York e dintorni, ho mandato i soldi a casa, ma a un certo punto ho smesso di mandare i soldi e di fare la serva. Ero molto infelice e non cercavo niente in particolare. Non sapevo che si potesse andare in cerca di qualcosa [...] Non avevo idea che sarei diventata una scrittrice. Quando ero più giovane non sapevo che si scrivesse ancora letteratura seria. Pensavo che la letteratura fosse qualcosa ormai fuori moda; qualcosa che la gente usava fare un tempo, ma che poi non faceva più. Ebbi una copia di Jane Eyre dalla mia insegnante di francese perché in classe ero terribile e pensava così di chiudermi la bocca e tenermi tranquilla. E dovetti copiare il primo libro del Paradise Lost di John Milton come punizione per qualcosa che avevo fatto e che venne giudicato male. Non ricordo di che si trattava, mi ricordo solo la punizione» (Susanna Nirenstein, ”la Repubblica” 6/9/2002).