11 settembre 2002
KRIZIA
(Mariuccia Mandelli). Nata a Bergamo il 31 gennaio 1935. Stlista. "Una donna che ispira simpatia e che nasconde anche un velo di timidezza. ”Sono una sognatrice che cerca sempre di realizzare i suoi sogni”, così si definisce [...] ”Durante la guerra vivevo in una città fuori dal mondo. Bergamo fu risparmiata dai bombardamenti. Giocavo in una roccaforte, fingevo di fare la castellana. Ricordo un grandissimo spazio che usavo per i miei giochi. Costruivo una finta via, negozi finti, un teatro, un albergo. Anni dopo, durante una festa di Natale, accanto al camino raccontai la mia infanzia a Dino Buzzati e lui mi chiese perché non la scrivevo. Avevo una bambola che adoperavo come un manichino. A otto anni copiavo così bene i vestiti che le mamme delle mie amiche venivano a vederli. E poi la mia passione era fare l’albergo. Costruivo un albergo nel solaio. Molti anni dopo ho costruito un albergo nei Caraibi e i miei sogni sono diventati realtà [...] I miei genitori persero tutto quando ci trasferimmo a Milano e io, invece di andare alla Ca’ Foscari dove volevo studiare lingue, feci un concorso statale per insegnare. Su tremila concorrenti c’erano cento ammessi. Io fui tra questi e andai a insegnare a Cassano d’Adda. Però ebbi presto l’occasione di aprire una sartoria con una mia amica che faceva maglieria. Volevo fare la stilista e cambiare il mondo della moda. La mia famiglia era disperata che lasciassi il posto fisso. Per fortuna ero molto amica di Lelio Luttazzi che si stava trasferendo a Roma e mi regalò sei mesi d’affitto del suo appartamento a Milano. Avevo sei mesi di tempo per arrivare. Mia sorella che si era trasferita a Roma vendette la sua lambretta e mi dette duecentomila lire. In piazza Baracca c’era un negozio, ”Quando Berta Filava”, a cui cominciai a vendere vestiti, e una fotografa redattrice di ”Grazia”, Elsa Haerter, si innamorò del mio lavoro e volle fotografare i vestiti. Andavo in giro per l’Italia a vendere, devo dire con successo, e così dopo sei mesi trovai un ufficio in piazza Duse, nella stessa casa dove abitava Arnoldo Mondadori e dove Grazia Neri aveva la sua agenzia [...] Il pret-à.porter di lusso non esisteva ancora. Andai a Firenze, al Pitti, stimolata da Rudy Crespi. Vinsi il primo premio della critica della stampa, lo stesso che aveva vinto Emilio Pucci l’anno prima. Così nacque interesse per me anche all’estero. Avevo cominciato nel 1954, eravamo nel 1965. Intanto avevo conosciuto mio marito, Aldo Pinto, che era scappato via dall’Egitto all’arrivo di Nasser. Incominciammo insieme a creare una maglieria. Lui si occupava soprattutto della parte commerciale. Parlava molto bene l’inglese, e questo facilitò enormemente il nostro rapporto con gli americani. Ricordo che quando il grande magazzino newyorkese Bendel mi invitò a sfilare, era da poco uscito il film Bonnie and Clyde e per un caso stranissimo e del tutto imprevisto i miei vestiti erano molto simili nello stile ai costumi di quel film che in quel momenti era mitico e oggetto di culto. Così Faye Dunaway, , la protagonista del film, fu fotografata sulla copertina di ”Life” con un abito Krizia [...] Per riuscire avevo dovuto nascondere la mia anima di sognatrice timida e diventare più aggressiva. Questo però mi portò a un brutto esaurimento dal quale sono uscita dopo sette anni di analisi. Ero troppo perfezionista ed è un difetto terribile. Lo psicoanalista mi chiedeva: ’Scusi, lei vuole essere Dio’”" (Alain Elkann, ”Amica” 3/12/1994). "Ho tentato di aiutare le donne ad aprirsi, ho cercato di renderle meno convenzionali, più libere, più consapevoli di se stesse. Una bella battaglia persa, se vedo come va in giro certa gente [...] Soprattutto i giovani: sono sbrindellati, e sporchi. Come se nessuno gli avesse insegnato i primi rudimenti della civiltà, roba che andrebbe imparata all´asilo. D´altra parte oggi ognuno fa come gli pare. Le donne si sposano con scollature abissali e con le spalle nude [...] Non amo vestire le attrici: hanno troppe pretese. Chiedono che gli abiti vengano adattati alla loro personalità. Allora che vadano da un costumista. Eppure ne ho vestite tante, da Catherine Zeta-Jones a Sharon Stone [...] Stilisti preferiti? Yamamoto, Jean Paul Gaultier nella sua follia, e Antonio Marras [...] Mi piace quell´attrice nervosa. Margherita Buy. una che veste come una persona intelligente [...] Mi chiedo: ha un senso quello che sto facendo? Hanno un senso i nostri armadi, che straripano di vestiti, di oggetti, di cose? Certo con il mio lavoro farei meglio a stare zitta [...] I miei abiti costano troppo? No. Non in proporzione a come sono fatti, alle stoffe raffinatissime, al tipo di lavorazione, una delle migliori del mondo" (Laura Laurenzi, ”la Repubblica” 13/7/2003).