Varie, 11 settembre 2002
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Pomodoro Gio
• Orciano (Pesaro) 17 novembre 1930, Milano 21 dicembre 2002. Scultore. Studia a Pesaro presso l’istituto per geometri. Durante il servizio militare a Firenze, frequenta l’ambiente artistico ed espone le prime opere informali. Quando si trasferisce a Milano, trova una metropoli in fermento. Qui espone con il fratello Arnaldo alla Galleria del Naviglio. Collabora a riviste (’Il gesto”) e gruppi (’Arte nucleare e Continuità”) che poi lascia cadere, nel 1964, per proseguire da solo la propria ricerca. Nel ’62 ha una sala personale alla Biennale di Venezia. Espone a Ginevra, nel ’63 a Bruxelles. Poi a Copenaghen e Kassel. La Tate di Londra e la Galleria d’arte moderna di Roma acquistano sue sculture. Soggiorna negli Usa con un contratto esclusivo della Martha Jackson Gallery. Inizia a lavorare ai cicli dei Soli e degli Archi. Realizza grandi opere pubbliche ad Ales, Ravenna e Francoforte. Cura l’allestimento scenico di varie opere. Con gli anni ’80 è chiamato a intervenire in progetti monumentali alla Malpensa e a Monza. Nell’84, un’altra sala personale a Venezia. Ampie retrospettive a Pisa, Lugano e Messina. Negli anni ’90, hanno luogo nuovi importanti interventi pubblici: il complesso del parco di Taino, la grande Spirale per Galileo Galilei a Padova, il Sole Aerospazio a Torino, la Scala Solare a Tel Aviv. Espone alla Guggenheim di New York e Tokio. Sue sculture sono presenti nelle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo (’Corriere della Sera” 22/12/2002). «Era nato in una provincia marchigiana ma era approdato a Milano, dove era sbocciata la sua maturità, e dove subito s’era schierato con quanti, schivando le materie informali, avevano cercato nel segno, icastico e rabdomantico, una più nascosta, notturna verità. L’esordio nell’oreficeria non ne aveva costretto l’orizzonte di ricerca: così, a fianco di Emilio Scanavino e del fratello Arnaldo, trovava nella grande dimensione la sua verità: e vennero i fogli fluttuanti in bronzo lucente, che sembrano risucchiare lo spazio al loro interno, e più tardi le forme curvilinee, flessuose e danzanti, nelle quali declinò una tradizione astratta della scultura, memore forse di certe sintassi d’astrazione organica anni Trenta» (Fabrizio D’Amico, ”la Repubblica” 21/12/2002). Mani grandi, tozze (come si addice ad un operaio del ferro e della pietra), faccia quadrata; espressione limpida come possono averla solo i personaggi angelici di Frank Capra, era timidissimo e, contrariamente a molti colleghi che col tempo s’erano fatti una corazza, non riusciva a trattenere la commozione quando parlava della sua terra, le Marche. [...] A New York, gli avevano assegnato l’’International sculture Center’s Board”. Prima di lui lo avevano avuto la Bourgeois, Oldenburg, Nam June Paik, Rauschenberg. Degli artisti europei, solo Chillida» (Sebastiano Grasso, ”Corriere della Sera” 22/12/2002). «Quando, con il fratello Arnaldo, prese dimora a Milano, aprendovi uno studio, divenne subito noto e apprezzato per la produzione di gioielli e oggetti decorativi; dietro la quale stava però un’esperienza di largo respiro, che l’avrebbe rapidamente portato a esercitare l’attività di scultore come fondamentale. Ed è appunto straordinario che la capacità di modellare piccole opere insieme asciutte e forbite si accompagnasse a un senso ampio dello spazio e dell’ambiente, quindi a interventi di tipo monumentale. Nato nelle Marche nel ’30, ben presto aveva iniziato un’attività artistica come autodidatta, avendo tuttavia Arnaldo come modello immediato, ma distinguendosi perché non mostrava interesse per la scenografia, essendo piuttosto coinvolto in problemi del rapporto arte-natura. Avrebbe poi sviluppato una sua idea sempre più personale dell’attività cui si sarebbe dedicato, ma fino agli anni Sessanta divideva iniziative col fratello: in quel periodo con lui fondava il gruppo Continuità, assieme a Dorazio e Perilli. Nel corso degli anni Cinquanta aveva tuttavia già condotto altre esperienze, aveva frequentato gruppi fiorentini e mostrato una particolare attenzione all’opera di Mario Nigro. Assieme a costoro aveva preso a sviluppare un preciso interesse per l’arte astratta e aveva cominciato a realizzare opere in bronzo. Tra gli anni ’50 e ’60 è già noto in vari Paesi, esponendo a Parigi e a New York, e ottenendo nel ’ 62 una personale alla Biennale di Venezia, dove gli veniva assegnato un Premio internazionale della scultura. I suoi lavori sono realizzati nei materiali più diversi, dal bronzo al marmo (specie quello di Carrara), al granito e così via: sculture astratte, come si diceva, ma percorse da intensi significati simbolici quando non metaforici, e sempre più a colloquio con l’ambiente. Per cogliere il significato che egli voleva imprimere a queste sequenze (temi di ispirazione naturalistica, ma intesi in senso iperbolico), basta considerare i titoli che le definivano e distinguevano una dall’altra: Superfici in tensione(indicativo del suo concetto di forma artistica che continua ad evolversi), le Folle, i Radiali, i Contatti, gli Archi, e così via. Nel ’77 realizza ad Ales, in Sardegna, una piazza la cui fisionomia è determinata dall’inserimento di strutture scultoree; la piazza è dedicata a Gramsci. Da allora in poi egli progetta varie situazioni ambientali, specie appunto spazi urbani che acquistano, con l’inserimento di simboliche sculture, particolari fisionomie: così nell’83 la Goethe Platz di Francoforte, così interventi in spazi territoriali extra cittadini, come nell’Isola d’Elba. Una delle più recenti realizzazioni di questo tipo è la Grande Ghibellina della collezione Nelson Rockefeller di New York. L’applicazione a queste opere grandiose non ha impedito all’artista di continuare ad esprimersi anche in piccoli oggetti, soprattutto nella medaglistica: nel ’92, nel corso delle celebrazioni di Galileo, vicino a un’opera imponente realizza anche una bellissima medaglia sul tema del Sidereus Nuncius, che interpreta la sua concezione del coincidere dell’arte con la scienza. Artista moderno, dunque, ma insieme legato alla storia e convinto dell’unità del sapere; anche nella produzione pittorica, che è costituita in genere da idee creative ricavate o trasmesse poi alla scultura, ha continuato a testimoniare questa sua larga visione del conoscere; senza togliere all’immagine una comunicativa coinvolgente» (Rossana Bossaglia, ”Corriere della Sera” 22/12/2002). «Per misurare l’eccezionale estensione dell’idea di scultura di Giò Pomodoro nel panorama italiano e mondiale della seconda metà del secolo scorso, è sufficiente confrontare le forme preziosamente ”barbariche” e surreali in ferro e argento con le quali si rivelò venticinquenne con il fratello Arnaldo nella Milano e nella Venezia informali ed esistenziali, esponendo i suoi gioielli e fusioni al Naviglio e al Cavallino (e Giò Ponti già parla di ”mondo spaziale”), con fulmineo invito alla Biennale del 1956 immediatamente eterodosso - gli argenti su osso di seppia sono dedicati dal futuro mitografo di Vladimiro, di Gramsci e di Marat al ”maledetto” Pound - con le sue dichiarazioni in occasione del Piano d’uso collettivo di Ales dedicato a Gramsci nel 1977: ”Per strappare la scultura dalla sua condizione di ’sequestro’ e restituirla ai suoi luoghi deputati, alla produzione e all’uso collettivo, alla sua ’dimensione esterna’, occorrono molta pazienza, ostinazione e pessimismo, né può in alcun modo essere un’avventura personale”. Il Piano di Ales, con tutta la sua simbologia mitica e classica di agorà, sul cui basalto si susseguono la lastra triangolare che orienta sullo Zenit, il Sole spezzato con le lettere capitali ”A Gramsci” sul basamento, il focolore collettivo centrale a gradoni, ha dimensioni umane, 28 X 29 metri, ed è stato materialmente costruito dalla collettività della piccola patria di Gramsci. Nello stesso 1977 il vulcanico scultore nel pieno della sua creatività portava a termine un´opera altrettanto mitica e simbolica, ma tipicamente monumentale e privata, La Porta e il Sole per Maranello. Queste alternative caratterizzano tutto il lavoro di una delle figure più geniali ma anche più complesse della nostra scultura; che riesce ad esprimere con totale padronanza del bronzo e della pietra metamorfosi naturalistiche nella sua prima fase informale. Come in Situazione vegetale del 1957, un Morlotti gettato nel bronzo. Crea dinamismi espressionisti come se fosse un Boccioni astratto nelle Tensioni fra gli anni cinquanta e sessanta, fino alla Bandiera per Vladimiro del 1963, alla Folla e alla Grande Ghibellina entrambe del 1965. Un altro dei suoi temi più amati è Il Sole, esloporato in infinite variazioni negli ultimi vent´anni di attività. Mentre il fratello si faceva conoscere per le sue ”sfere”, Giò proseguiva la sua personale ricerca. Nel panorama internazionale è a un livello paragonabile a quello di Henry Moore, con le sue levigate superfici cariche di erotismo e sensualità. Si può dire che è l’Henry Moore italiano, con un di più di formalismo. Ne è prova da questo punto di vista la chiamata a Francoforte per il Teatro del Sole-21 giugno, Solstizio d’estate, nella Goethe Platz, di bronzo e granito, un monolite di altissima caratura simbolica: in quest’opera del 1979, finita nel 1983, si assomma tutta la fortissima carica simbolica e cosmica che rimane l’accento più tipico dell’ultima fase dell’opera di Giò Pomodoro. Il definitivo grande impegno dello scultore, che è stato anche sempre un disegnatore e un acquarellista al massimo livello, è la grande serie di carte di grandi dimensioni sul doppio tema del Sole e della Spirale, intesi come espressione di ritmi cosmici universali, documentata dal grande volume di Giovanni Maria Accame, Giò Pomodoro. Opere disegnate 1953-2000. Tra le sue opere pubbliche vanno ricordate ancora, la grande scultura in bronzo Sole Aerospazio, collocata in Piazza Adriano a Torino nel 1989 (un modello in marmo della stessa scultura venne donato dallo stesso Pomodoro alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino) e la stele monumentale Spirale per Galileo Galilei, in bronzo e granito che si trova nel centro storico di Padova. Nel 2000 ha invece progettato il recupero della prua dell’Elettra di Guglielomo Marconi, a Trieste» (Marco Rosci, ”La Stampa” 22/12/2002). «Quando morì mio padre avevo 24 anni: diventai capofamiglia, avevo un fratello e una sorella. Trovai lavoro da geometra al Genio Civile di Pesaro. Lasciai gli studi da architetto, ma iniziai a frequentare gli istituti d’arte. In quegli anni c’era un Festival d’arte drammatica: feci lo scenografo. Trovai il coraggio di partecipare con teatrini per il balletto di Stravinskij L’uccello di fuoco e per La Santa Giovanna dei Macelli di Brecht. Ottenni un premio [...] Dal 1953 cominciai con piccoli rilievi in argento e gioielli. Nel 1957 lasciai il lavoro perché capii che avevo bisogno di concentrazione. La prima esposizione l’ho fatta alla Galleria del Naviglio con materiali poveri come ferro e piombo. Ebbi una presentazione di Giò Ponti e Raffaele Carrieri: mi definì ”fabbro di metafore”. Poi fui invitato alla Biennale di Venezia nel 1956 [...] Alla Biennale di Venezia incontrai molti collezionisti americani. Tra questi il direttore della World House Art Gallery, con cui ho fatto un contratto di due anni; e con la Galerie d’Art Contemporain di Parigi feci un altro contratto [...] Fu nel 1961 che ebbi l’idea per affrontare la scultura ”a tutto tondo”. Mi venne guardando la grande pietra del calendario azteco e intuii che potevo trasformare i solidi della geometria. La sfera è la più famosa, perché è il mondo. E’ la forma che ha avuto più successo e nel 1963 l’ho esposta alla Biennale di San Paolo, dove ottenni il Premio Internazionale di Scultura [...] Molte, tutte diverse. Ogni volta che affrontavo la sfera, intervenivo in tanti modi: Sfera, Sfera grande, Sfera rotonda, Sfera con sfera. Tutte in giro nel mondo: la prima installazione di grande rilievo fu nel 1968 davanti alla Farnesina e la volle Amintore Fanfani. L’altra molto importante è la Mount Sinai Hospital a New York, regalata da Nathan Cummings. Un’altra al Vaticano nel cortile della Pigna. La volle il direttore dei Musei Vaticani e l’ha inaugurata il cardinale Casaroli. Una anche alle Nazioni Unite [...] Vorrei che potesse viaggiare nello spazio con molti scienziati e tecnici per studiare, investigare, capire e catturare tutti gli altri corpi che girano e che si muovono. Tutta la mia ricerca è la curiosità di scoprire misteri, e non solo all’interno di una forma [...] I materiali che si usano danneggiano i polmoni, ma sono arrivato all’età di 76 anni e ho ancora molti progetti. Penso di trasferire la mia fondazione a Milano per esporre le mie opere e perché diventi un luogo dove i giovani che desiderano lavorare alla scultura possano fare ricerca. Oggi fare scultura è costoso e occorrono supporto e coinvolgimento perché gli artisti non disperdano le energie [...] Ho tentato di ”affrontare” il marmo, ma ho realizzato solo un altare in una chiesetta di Montefeltro. Ho scelto un masso cubico che ho diviso in quattro parti e l’ho riunito inserendo una croce. Ho realizzato anche la croce in bronzo per la chiesa di San Pio, a San Giovanni Rotondo, progettata da Renzo Piano. Insieme con la croce sto realizzando l’altare centrale e la cuspide [...] Sono laico, ma di educazione cattolica. C’è un altro progetto che mi sta molto a cuore, la Grande Porta per il duomo di Cefalù, in una struttura normanna, molto austera. La porta che ho progettato, con l’appoggio di Federico Zeri, incontra molte critiche. Mi auguro che il ministro dei Beni Culturali si decida a esprimere un parere favorevole» (Alain Elkann, ”La Stampa” 8/9/2002).