varie, 11 settembre 2002
SPALLONE
SPALLONE Mario Lecce nei Marsi (l’Aquila) 22 ottobre 1917. «La sua notorietà è dovuta al suo ruolo storico di medico di Togliatti. Più in generale, fu il medico ”ufficiale” dei comunisti italiani e non solo (si rivolgevano a lui anche dirigenti e dipendenti delle ambasciate dell’Europa orientale). Il suo rapporto professionale e personale con il gruppo dirigente del Pci era tale da permettergli di installare un ambulatorio al piano terra delle Botteghe Oscure, per le iniezioni e le ricette d’urgenza; di ricevere e smistare molte domande di militanti che volevano farsi operare in Urss; di trasformare una delle sue cliniche romane, Villa Gina, in vera e propria ”clinica del Pci”. Nel 1987 non fu eletto senatore nel collegio di Avezzano, ma sei anni più tardi, e per due volte, venne eletto sindaco della città» (’Corriere della Sera” 31/8/2002). «Tipo irruento […] Da medico personale di Togliatti e di tutta la nomenklatura rossa quando c’era il Partito, a sindaco per 15 anni di Lecce dei Marsi, suo paese natìo, e poi di Avezzano per 8, a padrone di sei cliniche, ad amministratore miliardario di un impero formato feudale. […] Un clan poderoso, quello degli Spallone, che solo tra i parenti diretti conta 19 medici, ma inesistente se non ci fosse stato lui. Un uomo robusto in tutto: nella sua fede stalinista e in quella per Padre Pio; un viaggio in Russia, uno in una delle sue tante cliniche private; un amico a destra, molti amici a sinistra. Qual è il problema? Da Mario lui, altrimenti, non sarebbero discesi ”gli” Spallone: più che una dinastia, una congrega necessaria e abile a gestire affari di famiglia. Un patriarca? Forse. O anche. Un luminare della scienza? Beh, probabilmente no, non proprio, di certo medico di fiducia della direzione dell’allora Pci come del personale delle ambasciate dell’Est. Un uomo politico? Se sì, di discutibile successo. Di certo uomo affettuoso che alla madre dedicò la sfortunata villa Gina, altrimenti soprannominata ”villa degli orrori”, e alla moglie villa Luana. Gesti toccanti e tuttavia non fuori del comune se paragonati, ad esempio, ad altri suoi gesti di assoluta devozione. Quella al Partito, ad esempio. Come quando decise di far trasmettere dalla ”sua” Telemarsica i notizari in russo della tv di Stato sovietica: a quei tempi era sindaco di Avezzano, e tutti furono d’accordo nel riconoscergli un bel coraggio. Ma furono tutto sommato in pochi a stupirsi, visto che pochi anni prima - a Lecce dei Marsi - aveva fatto installare un impianto hi-fi con otto altoparlanti nel cimitero dove, nella cappella di famiglia, era sepolta la madre: sonate di Bach e canti gregoriani in stereofonia. Un uomo ”di una semplicità che sfiora la rozzezza, di una cordialità invadente” recitano le sue note biografiche. Un uomo capace di costruire una fortuna nel cuore inospitale della capitale, di conquistare la fiducia del suscettibile e sospettoso partitone al quale non bastava un passato da partigiano (come lui aveva) per mollare le chiavi del regno. Ma così fu. Il viaggio di Mario Spallone, primo di cinque fratelli, da Avezzano a Roma segna l’inizio della sua ascesa. Forse la sua aria dirompente, forse la sua sfacciata riservatezza, o la famiglia numerosa, o la moglie bella e garbata, o la casa sempre aperta e accogliente. Forse il suo temperamento di uomo che per primo credeva d’essere il migliore, forse tutto questo contribuì alla sua rapida e folgorante ascesa. Un posto al sole. Tanto solido da farlo passare pressochè indenne attraverso diverse disavventure giudiziarie: il sospetto di essere un informatore del Sifar gettato lì da Giovanni Allavena, l’allora capo del Servizio; il sospetto d’aver favorito il trasferimento, a pagamento, di detenuti da Rebibbia nella sua clinica; d’aver procurato un certificato medico a Flavio Carboni per consentirgli di non testimoniare; d’avere una qualche responsabilità nell’evasione da Villa Gina di Maurizio Abbatino, capo della banda della Magliana. Cose così. Per dirla con le sue parole: ”solo fandonie”. Ma dell’abisso in cui gli eredi hanno precipitato la sua creatura - trasformandola in una clinica di omicidi - difficilmente potrà dire lo stesso» (Maria Stella Conte, ”la Repubblica” 26/11/2002).