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 2002  settembre 15 Domenica calendario

GIORDANO

GIORDANO Bruno Roma 13 agosto 1956. Ex calciatore. Lanciato dalla Lazio con la quale vinse nel 1978/79 la classifica cannonieri, la sua carriera fu interrotta da una squalifica per lo scandalo del calcioscommesse (1980). Graziato per la vittoria degli azzurri ai mondiali del 1982, dopo la retrocessione dei biancocelesti (1984/85) stava per passare alla Juventus, ma non trovò l’accordo economico e finì al Napoli, squadra con la quale vinse nel 1986/87 lo scudetto e la coppa Italia. Chiuse la carriera nell’Ascoli con una parentesi al Bologna. Tredici presenze e un gol in nazionale. Da allenatore ha guidato in serie A il Messina • «Campione irresistibile in campo, discusso fuori. Romano di Trastevere, che sia un talento naturale lo si capisce dall’esordio a diciott’anni in serie A con la Lazio, che lo ha scovato fin dalle partite per strada in vicolo del Cinque. Chinaglia è il mito che sta lasciando per il sogno americano del Cosmos, lui è il nuovo attaccante - dotato di un tocco di palla da brasiliano - che lenisce il dolore laziale. Coetaneo di Rossi, sotto porta è meno rapinoso del collega ma non meno istintivo, i gol li crea anziché attendere la confusione e la disattenzione come fa talvolta ”Pablito”. Rimane coinvolto nello scandalo del calcioscommesse (riceve due anni di squalifica) e nel mistero del campionato ”87-’88 perso inspiegabilmente dal Napoli a favore del Milan, al cui termine lui e tre compagni (Garella, Bagni, Ferrario) sono epurati. Aveva contribuito, eccome, alla conquista del primo storico scudetto partenopeo nell’attacco delle meraviglie al fianco di Maradona e Careca. Dieci anni alla Lazio (che riporta in A, scontata la pena, a suon di gol) e tre al Napoli, poi chiude in provincia, ad Ascoli, prima di tentare altre strade da allenatore nelle serie minori [...]» (Dizionario del Calcio Italiano, a cura di Marco Sappini, Baldini&Castoldi 2000). «La panchina non l’ha mai gradita. Anche oggi che per mestiere è costretto a guardare gli altri giocare, preferisce restare in piedi: con il sorriso di sempre, gli occhi azzurro-celesti come le maglie che più ha amato e i capelli sbarazzini. [...] faceva impazzire i difensori avversari e i propri tifosi. Il suo modo d’interpretare il calcio era terapeutico: metteva allegria, un po’ per i modi da guascone, ma soprattutto per le capacità tecniche. [...] ”A me sono sempre piaciute le cose difficili. Anche quando giocavo non mi accontentavo dei gol banali. [....]” [...] Lazio, calcioscommesse, la squalifica, il ritorno, lo scudetto a Napoli con Maradona e il sorpasso del Milan di Sacchi. Sono ferite aperte e Giordano ricorda benissimo. ” stata colpa di Ottavio Bianchi se il Napoli ha perso quello scudetto. Giocavamo sempre con tre punte, ma quando arrivò il Milan decise di rinunciare al tridente e schierare Bagni e Romano che avevano problemi fisici, tanto da giocare con un’infiltrazione. Maradona affrontò Bianchi, cercò di fargli cambiare idea inutilmente. Tra la squadra e quel tecnico c’era una frattura: la società lo sapeva e scelse di difendere Bianchi”. Giordano ha una vocegentile, s’incrina solo quando parla delle scommesse. ”[...] quella macchia non riuscirò mai a cancellarla. I giudici hanno creduto a due persone condannando degli innocenti. Chi ha pagato il prezzo più alto sono stati i calciatori. E forse faceva comodo a qualcuno. So solo che io avevo già firmato per il Milan e l’affare saltò, per i due anni di squalifica ho perso la Nazionale e il Mondiale di Spagna. E ancora oggi accanto al mio nome si associano le scommesse. E pensare che ho giocato la schedina al massimo tre volte”. Fine del capitolo calciatore. Dal 1993 il Bruno più amato dai laziali ha cercato gloria come tecnico. Tanta gavetta, una promozione in C2 (a Crotone [...]) emolte chiamate in corsa, ma sempre nelle serie inferiori. Ma quel Giordano lì non èmica un allenatore Gea? ”Un’altra balla detta sul mio conto [...] Ma le pare che se fossi della Gea avrei fatto tutta questa gavetta? Mi sta bene così. Preferisco fare le cose a piccoli passi. [...] Il mio carattere mi ha forse penalizzato. [...] Allenare la Lazio? Sarebbe il massimo. Sa chi porterei? Francesco Totti. Lo so, ha il grande difetto di essere romanista...” [...]» (Francesco Ceniti, ”La Gazzetta dello Sport” 2/3/2006).