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 2002  settembre 18 Mercoledì calendario

BONITTA

BONITTA Marco Ravenna 5 settembre 1963. Allenatore di pallavolo. Dal 2008/2009 sulla panchina del Martina Franca (A1 maschile). Ex allenatore della nazionale femminile (fino al settembre 2006), campione del mondo nel 2002 e vicecampione d’Europa 2005. Dal 2007 al 2008 c.t. della nazionale femminile polacca • «Per Marco il duro vale la legge del gruppo. L’uomo predestinato a vincere, allenatore per scelta nato in una terra, la Romagna, dove la pallavolo è pane quotidiano, antipatico qualche volta per le sue scelte, sembra non amare le belle della sua squadra, Maurizia Cacciatori e Francesca Piccinini, ma adora oltre ogni cosa le vittorie. Marco è Bonitta, il cittì del volley azzurro femminile, il primo italiano a conquistare il titolo mondiale, nel 2002 in Germania, un tipo che giovanissimo capì che essere atleta non faceva al caso suo. Lasciò presto il campo, preferì sedersi in panchina lasciando i Salesiani, la squadra dove giocava in prima divisione. Dicono avesse buoni fondamentali ma non il fisico. ”Diventa allenatore” gli disse un giorno Roberto Costa, il figlio di Angelo, il padre di tutti i giocatori di Ravenna, primo cittì della nazionale. Precoce a vincere, Marco Bonitta, diventato il responsabile della nazionale nel 2001, ha conquistato il primo titolo italiano prima dei 25 anni, nell’89 guidando l’under 14 maschile della Cassa di Risparmio di Ravenna, poco prima dell’arrivo del Messaggero. In quei tempi Marco ha lavorato con Alexander Skiba, il polacco che ha cresciuto la generazione dei fenomeni, ossia Gardini, Tofoli, Cantagalli, Zorzi e Galli, gli uomini d’oro dell’era Velasco. Il gruppo prima di tutto, la forza dell’unione e mai il singolo in primo piano sono le cose che contano, quelle da non trascurare mai. Lui, il ravennate che vive di solo volley, non fa sconti a nessuno. Guai a fare il furbo in allenamento, a non eseguire ogni sua richiesta: diventa furibondo. Arrivato in nazionale chiamato dal presidente federale Carlo Magri, Marco Bonitta alla vigilia del Mondiale del 2002, in aprile, ha messo a segno il suo primo ”colpo”: fuori Maurizia Cacciatori. La Principessa, ragazza-copertina del volley, è stata esclusa dalla nazionale. ”Punto sulla Lo Bianco - spiegò allora il cittì - e riserva sarà la Sangiuliano”. Maurizia non la prese bene e se le sue dichiarazioni furono di circostanza (’resterò sempre a disposizione e della nazionale sarò la prima tifosa”, bene non la prese). [...] La ”pace” tra i due, tra Marco e Maurizia, è arrivata un anno dopo, per gli Europei (sfortunati: sesto posto) del 2003. ”Abbiamo parlato per cinque ore, all’inizio senza neppure guardarci negli occhi”, raccontò allora Maurizia. Dopo, la Cacciatori non è tornata in azzurro, ma la sua carriera era in fase calante, tormentata dal matrimonio annunicato e mai celebrato con Pozzecco. [...] dopo quattro anni, durante il raduno di Livorno Bonitta ha escluso Francesca Piccinini. Un’altra decisione dolorosa, dettata anche stavolta da ragioni tecniche. La schiaccitrice azzurra, senatrice del gruppo, nazionale da dieci stagioni, rimasta già in tribuna nell’ultimo test con la Russia, non ha dato all’allenatore quelle risposte che avrebbe dovuto dare. [...]» (Carlo Santi, ”Il Messaggero” 23/9/2005). « stato spacciato per un presuntuoso (’Dicano pure, è un problema altrui: io so dove voglio arrivare e con chi”), o per un integralista del volley. […] Il presunto talebano della rete è così diventato l’uomo che sa navigare tra le critiche, che sa salvare capra (le scelte) e cavoli (la necessità di accettare le opinioni altrui, oppure di fare finta di farlo). Intelligenza e psicologia spiccia: ”Non è vero che guidare le ragazze è più difficile. Ma la condizione è che ci sia la giusta serenità nel gruppo. Diversamente, è un guaio: se l’uomo è più individualista e menefreghista, la donna si aggrappa all’allenatore, sa ascoltare […] Se un allenamento non mi soddisfa, m’incavolo e vengo assalito da dubbi atroci. Ora lo posso ammettere: sono stato tentato di mollare tutto, anche se il momento peggiore è stato quando le ragazze, un anno fa, hanno scioperato per protestare per il ritardato pagamento dei premi. Mi sono sentito impotente e incapace di governare la situazione, ho temuto che il giocattolo si rompesse […] Come ho creato una squadra vincente? Facendo accettare il principio che le individualità dovessero essere limate a vantaggio del senso del collettivo. Non è un concetto rivoluzionario, intendiamoci, ma non è semplice da applicare. La psicologia femminile, poi, è particolare: io sono stato il loro tecnico, ma anche una specie di fratello maggiore. L’anno scorso avevamo vinto l’argento europeo, mancava il salto finale e io non immaginavo che fosse così impetuoso e diretto verso il vertice. Ho chiesto alla squadra di avvicinarsi con umiltà, a questo test: non l’ha fallito. Le ragazze sono state mature e responsabili, io ho sempre avuto l’impressione di averle dalla mia parte. Sì, anche quando la rinuncia alla Cacciatori mi aveva scatenato una marea di critiche”» (Flavio Vanetti, ”Corriere della Sera” 17/9/2002).