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 2002  settembre 18 Mercoledì calendario

BROWNE Jackson Heidelberg (Germania) 9 ottobre 1948. Cantante. Autore • «Ebbe grande successo nei primi anni ’70 (Runnin’ on Empty, Late for the Sky ecc

BROWNE Jackson Heidelberg (Germania) 9 ottobre 1948. Cantante. Autore • «Ebbe grande successo nei primi anni ’70 (Runnin’ on Empty, Late for the Sky ecc.) grazie anche all’attenzione che seppe dedicare alle grandi battaglie sociali, cantate con forza garbata, senza urla né strepiti [...] ”Negli anni Ottanta pensavo che la mia musica potesse aprire gli occhi alla gente e quindi contribuire a cambiare la realtà. Adesso so che non era vero; non ci credo più, e la realtà oggi è semmai peggiore d’allora”» (Gloria Pozzi, ”Corriere della Sera” 17/9/2002) • «Uno che ha girato il mondo perché ad un certo non ne poteva più ”dell’America, dei misfatti compiuti dai miei governanti ai danni della mia gente, come se gli americani dai sani principi, ce ne sono ancora ve lo assicuro, fossero un intralcio agli affari del potere, all’odore del petrolio e a queste guerre che ci presentano con arrangiamenti così stonati che bisognerebbe buttare nel secchio radio e televisori, e forse non basterebbe” [...] Ha vissuto in Spagna, ma adesso è tornato a vivere nella sua Los Angeles, quella cantata in ogni piccolo dettaglio, che abbiamo imparato a conoscere senza visitarla perché c’erano artisti come lui che raccontavano senza retorica la dolcezza del disagio, quel vivere straniti ma coerenti nell’ingannevole ”terra del latte e miele”. Per difendere le proprie idee forse si farebbe ancora arrestare, come accadde ai tempi delle manifestazioni contro l’uso dell’energia nucleare (fu fermato a una dimostrazione a San Luis Obispo, a metà strada fra Los Angeles e San Francisco). Senza quelle idee non ci sarebbe stata una carriera come la sua, d’autore sempre intenso, lucido anche quando si faceva di droga e soffriva perché non riusciva a smettere e come lui non smetteva sua moglie, che un giorno decise di suicidarsi. Malgrado la tenerezza del suo stile, è stato uno scomodo persino negli anni in cui era diventato protagonista del grande riflusso, i primi Settanta, quando i suoi dischi insegnavano a guardarsi dentro, capolavori uno dopo l’altro che ebbero la forza e anche il coraggio di rivitalizzare il ruolo dei singoli dopo le illusioni della cultura di protesta ”che avrebbe forse potuto cambiare il mondo, ma cambiò soltanto i connotati di una generazione”» (Enrico Sisti, ”la Repubblica” 14/10/2002) • «Forse ha ragione Nick Hornby: nel suo libro 31 songs lo scrittore inglese si interroga dubbioso su quante possano essere oggi le case discografiche disposte a concedere la libertà ”di morbidezza” che nel 1974 la Asylum concedeva a Jackson Browne, allora artista di punta. Tuttavia Jackson è ancora libero di chiudere un concerto allo stesso modo. [...] Non sa davvero rassegnarsi. Non sa cambiare pelle. Qualche ruga sulla fronte (era ora!) rischia di dargli ancora più forza. La sua immutabile profondità scorre ancora via come un bene prezioso. Le sue canzoni sono una collana di pietre rare, una gioia dopo l’altra. Jackson è intenso senza mai scomporsi, che implori giustizia (Lives in the balance) o si rivolga al gatto (My stunning mystery companion)» (Enrico Sisti, ”la Repubblica” 5/4/2003).