varie, 18 settembre 2002
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Chahine Youssef
• Alessandria (Egitto) 25 gennaio 1926, 27 luglio 2008. Regista • «Il regista egiziano più noto nel mondo, spiritoso e sventato ragazzo di settantacinque anni, uomo laico e coraggioso sempre in lotta con gli integralisti mistico-politici dell’Università islamica di Al-Azhar, amante della musica, dell´amore, del divertimento, appassionato e vitale (nella sua vita è stato in ospedale 22 volte), adora mescolare o alternare i generi» (Lietta Tornabuoni, “La Stampa” 23/8/2002) • «Crede di essere un miracolato. Grande vecchio del cinema arabo, nato ad Alessandria, figlio di un avvocato siriano, cristiano diventato laico, cresciuto a bagnomaria nella patria del cosmopolitismo egiziano, deve la sua carriera ad alcuni miracoli, dice. Come quello di cinquant’anni fa, a Venezia. Era la prima volta che Chahine arrivava alla Mostra del cinema. Poco più che ventenne. Armato solo della sua pizza, del suo film che pesava tanto e gli segnava le mani. Si presentò al Lido, gli concessero una proiezione mattutina. “Una di quelle dove non andava nessuno. Erano tutti a prendere il sole in spiaggia. Accettai lo stesso. Nella sala c’erano una decina di spettatori. Mi arrabbiai, e cominciai a dire ‘Dio mio, perché mi fai questo? Fa’ qualcosa, aiutami!’. Tre minuti e il cielo si rabbuiò. Cominciò a piovere. I parasole volarono, la pioggia era battente. E la gente del Lido si rifugiò in sala. A guardare il mio film”. Il miracolo di Chahine è di quelli che aiutano i matti. E lui così si definisce. [...] “sono di Alessandria, la cosmopolita Alessandria. Piena di francesi, italiani, greci, ebrei. Appartengo a una razza speciale in via di estinzione. E so che l’Occidente non è solo l’America”, dice nel suo francese elegante, frutto di una tradizione scolastica per la quale era la lingua di Voltaire il passaporto culturale di un egiziano nato in riva al Mediterraneo. Un francese, che da buon alessandrino è inframezzato da quell’italiano che Chahine aveva imparato per strada, con i vicini di casa emigrati dall’Italia, e con il suo primo maestro di cinema, il documentarista Gianni Vernuccio. [...] sono stato profondamente innamorato dell’America. Ero poco più che adolescente. Ci sono andato a studiare. Ho trovato professori straordinari. Ho imparato a fare cinema. [...] Studiavo al Pasadena Playhouse. Le donne erano belle, intelligenti, immense. Avevano dei culi enormi. Incredibili. La mia America era Fred Astaire, Gene Kelly. Era la musica. Era Edy Lamarre e Rita Hayworth. Era la bellezza, la gioia di vivere. Oggi, invece? È Schwarzenegger e gli attori come lui: i rappresentanti di una forza brutale. [...]» (Paola Caridi, “L’Espresso” 26/6/2003).