varie, 18 settembre 2002
MICHELI Enrico
MICHELI Enrico Terni 16 maggio 1938, Terni 21 gennaio 2011. Politico. Laureato in giurisprudenza, fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio nei governi Prodi (1996-1998), D’Alema II (1999-2000), Amato II (2000-2001), Prodi II (2006-2008), ministro dei Lavori Pubblici nel D’Alema I (1998-1999). Eletto deputato nel 2001 (Margherita). Nel giugno ’93 Prodi l’aveva nominato direttore generale dell’Iri. Laureato in giurisprudenza a Siena, ha cominciato la sua attività all’Alitalia nel 1963, per poi passare all’Intersind, l’organizzazione sindacale delle imprese della costellazione Iri. Nel quartier generale dell’istituto a via Veneto Micheli è arrivato nel 1980 come vicedirettore responsabile delle relazioni industriali; dopo pochi anni è diventato condirettore centrale occupandosi di direzione del personale e politiche del lavoro. Nel febbraio 1987 è stato nominato direttore centrale responsabile della direzione politiche del lavoro e sviluppo risorse. Nel giugno 1993 è diventato direttore generale dell’Iri e da allora è stato uno dei protagonisti della politica di privatizzazioni del gruppo. È anche autore di romanzi: Lo stato del cielo (1993), Il ritorno di Andrea (1995), che ha destato particolare interesse per la figura del protagonista, un manager di fronte ai problemi fondamentali dell’esistenza, e La gloria breve (1997), sul rapporto tra etica e politica. (repubblica.it 21/10/1998) • «[...] il vero ufficiale di collegamento tra Prodi e Bertinotti. L’uomo della mediazione e della ricomposizione. Nell’ottobre del 1997 - durante il primo governo dell’Ulivo - quando Rifondazione stava per rompere sulle 35 ore, ha invitato l’allora segretario di Prc a casa sua, nella elegante Via Massimi. Dopo due ore di discussione e una dose massiccia di pasticcini umbri, Bertinotti accettò il compromesso. E lo stesso fece qualche mese dopo nell’abitazione che Micheli conserva nella sua città natale, Terni. [...]» (Claudio Tito, “la Repubblica 6/12/2007) • «Quando Romano Prodi occupa la scena, Enrico Micheli si defila. Se invece Prodi vuole fare qualche maneggio senza comparire, ci pensa Micheli. Questo è da vent’anni il rapporto tra il premier e il suo sottosegretario alla Presidenza. L’Innominato e il Nibbio, scomodando Manzoni. Ma non lo scomoderemo, mancando a Prodi la grandezza dell’uno e a Micheli la malvagità del bravo. Meglio evocare Cip e Ciop. Senza precisare chi sia l’uno o l’altro, a tal punto sono intercambiabili. Le due volte in cui Prodi si è intronato a Palazzo Chigi ha nominato Micheli suo sottosegretario e l’ha piazzato nella stanza accanto, a tiro di voce. Nel 1996, la simbiosi era tale che, nell’aula di Montecitorio, Enrico sedeva accanto a Romano sul banco dei ministri, anziché in quello sottostante dei sottosegretari. Aveva sempre qualcosa da sussurrargli all’orecchio e si impicciava di tutto. Fu universalmente detestato per l’invasività. Ministri, sindacalisti e manager di Stato ne parlavano tra loro con epiteti da querela. L’unico riferibile è Prezzemolo che gli è poi rimasto. Tra i detestanti c’era il ministro del Lavoro, Tiziano Treu, della sua stessa parrocchia: allora il Ppi, oggi la Margherita-Partito democratico. All’epoca, Treu era impegnato in una difficile trattativa con i metallurgici. Era a un passo dall’accordo e mancava solo l’incontro decisivo con Prodi a Palazzo Chigi. Fu stabilito di vedersi di notte. Romano però, reduce da un vertice spossante con Helmut Kohl in Germania, sonnecchiava. Enrico allora gli disse: ‘Ci penso io’. Adagiò Prodi ronfante su una dormeuse e si presentò in sua vece nella sala dove aspettavano Treu e i metalmeccanici. Si mise al centro, si fece ricapitolare la questione, disse la sua e chiuse trionfalmente il contratto. I giornali dell’indomani scrissero che era riuscito dove il ministro aveva fallito. Il che era palesemente falso perché si era trovato la pappa pronta. Aveva solo rubato la scena a Treu, prendendosi gli applausi che spettavano a lui. Il ministro non gliel’ha mai perdonata. Nonostante questi trucchetti per ritagliarsi un ruolo, a Prodi importavano soprattutto la premura da balia asciutta di Micheli e la sua fedeltà a prova di bomba, simile a quella che mostra Gianni Letta per il Cav. Letta e Micheli sono, in effetti, l’uno la copia dell’altro. Levigati, suadenti, forbiti, usciti dal medesimo calco dell’antica scuola dc. Con la differenza che Letta ha una graziosa testa bionda da efebo e Micheli una fronte liscia come un ginocchio che gli dà l’aria di un Frankenstein di cera. Quando poi, nel ’98, Prodi venne malamente scalzato da Max D’Alema a Palazzo Chigi, su un punto fu irremovibile: Micheli doveva restare nel governo e controllarne le mosse per suo conto e nome. Così, in veste di controfigura, Enrico fu prima ministro dei Lavori pubblici nel D’Alema I, poi sottosegretario alla Presidenza del D’Alema II e del successivo gabinetto di Giuliano Amato. [...] Enrico è un ternano di augusti lombi dc. Democristiano era il padre, Foscolo, dirigente dei consorzi agrari. Democristianone al cubo suo zio, Filippo Micheli, leggendario tesoriere della Dc per decenni. Filippo era un brav’uomo, ma dovendo procurare soldi al partito, aveva le mani in pasta. Con Tangentopoli, tutti quelli come lui divennero sospetti. Così, quando in quegli anni Enrico entrò per la prima volta nel governo, dovette sfumare la parentela. I giornali, sbagliando, scrissero infatti che il neosegretario alla Presidenza era figlio di Filippo. All’istante, Enrico inviò un fax alle redazioni in cui diceva: “Pur legandomi a Filippo Micheli vincoli di stima, non è mio padre”. Smentiva di essere il figlio, ma si guardava bene dal dire che era il nipote. Una presa di distanza volpesca, nella speranza che si pensasse a un’omonimia senza legami di sangue. Dà abbastanza l’idea del tipo. Dopo la laurea in legge, Enrico entrò nelle Partecipazioni statali e ci restò sette lustri. Si è sempre occupato di maestranze. Prima all’Alitalia, poi all’Intersind (la Confindustria delle Ppss), infine all’Iri. Quando Prodi, col calcio di Ciriaco De Mita, ne divenne presidente tra l’82 e l’89, Micheli era un burocrate qualsiasi. I due si presero subito. Romano lo promosse capo del personale e lo incaricò di liquidare la siderurgia pubblica. Nonostante fosse di Terni, cuore del settore, Enrico eseguì con la delicatezza di un caterpillar. Gli operai quando lo vedevano apparire facevano gli scongiuri, sussurrando: “Tocchiamoci”. Ma non bastò e ne furono licenziati a frotte. Al suo secondo mandato all’Iri, ’92-94, Prodi nominò Micheli direttore generale. Suggellò infine il sodalizio portandoselo al governo. Qui, lo mise alla prova ordinandogli di cacciare dalla presidenza Stet Biagio Agnes, un suo amico per la pelle che però Romano detestava. Agnes fu silurato all’istante. Cementata la loro unione sulle spoglie altrui, i due vispi compari filano da allora felici e contenti» (Giancarlo Perna, “Panorama” 24/1/2008) • Nel dicembre 2007 fu lui a replicare al presidente della Camera Fausto Bertinotti, che aveva detto a proposito di Prodi: «Con tutto il rispetto, di lui mi viene da dire quello che Flaiano disse di Cardarelli: è il più grande poeta morente» (per poi “correggersi” sottolineando che il premier non era un poeta).