Varie, 18 settembre 2002
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ReichRanicki Marcel
• Wloclawek (Polonia) 2 giugno 1920. «Il più potente, ascoltato, temuto critico letterario tedesco» (Ranieri Polese) • «Re dei critici letterari mitteleuropei» (Andrea Tarquini). «Per lui la Germania è impazzita. Gli appellativi dati a questo critico letterario d’assalto che da più di quarant´anni decide la fortuna o più spesso la sfortuna, di uno scrittore, si sprecano : “il signore dei libri”, “il giudice inflessibile”, il “pontefice massimo della letteratura tedesca”. È dai tedeschi amato e odiato come nessun autore, artista, filosofo o intellettuale dei nostri giorni lo è mai stato e non c’è dunque da meravigliarsi che la sua autobiografia, scritta in maniera semplice, vivace, accessibile a tutti, commovente e divertente al tempo stesso, sia stata per tanto tempo in vetta alla lista dei best-sellers tedeschi. […] La grande popolarità la deve a una fortunata, ormai mitica trasmissione televisiva, il Quartetto letterario; la sua è una di quelle personalità che buca lo schermo; che cattura l’attenzione del pubblico con dotte citazioni ma anche con battute di spirito; con un mix di aggressività, cinismo e bonomia e soprattutto con la semplicità e la sincerità a volte brutale dei suoi giudizi che spesso equivalgono a condanne. C’è da tremare quando candidamente dichiara che un libro, magari di un autore celebre, ha sì qualche qualità, ma lo ha annoiato profondamente; e dunque non c’è da meravigliarsi che qualcuno desideri la sua morte, come lui stesso racconta nella sua autobiografia: Peter Handke ad esempio, nel suo libro Nei colori del giorno del 1980 rappresenta il grande critico come “un segugio che abbaia e ringhia, la cui brama di uccidere è stata accentuata nel ghetto”; una poetessa, Christa Reinig non è da meno, visto che in una sua opera non solo spera che muoia presto, ma con gioia sadica, immagina anche i vari modi in cui avverrà la sua fine. Ma lui non cerca di spiegarsi queste manifestazioni di odio, ne prende solo atto: certo è che non si è mai fermato di fronte a niente e a nessuno, ha osato criticare i mostri sacri della letteratura; ha messo a nudo, spietatamente, la suscettibilità, la vanità e il narcisismo di Elias Canetti, pur riconoscendo l’alto valore delle sue opere: l’incontro con lo scrittore avvenne nel 1964 a Francoforte e il critico rimase esterrefatto dall’alterigia di Canetti che non si era degnato di leggere nessuno degli autori contemporanei tedeschi; che in seguito si rifiutò di scrivere su Böll e su Hofmannsthal perché per lui erano scrittori di nessun interesse; che sdegnava di scrivere per i giornali. Diversa invece era la vanità, quasi infantile, di Adorno, nota Reich-Ranicki, che lo conobbe nel 1966 e che ha per lui una ammirazione sconfinata: il filosofo ebbe molto successo, ma fu anche bersaglio di attacchi feroci che lo fecero soffrire e forse ne accelerarono la fine, come quello sferrato da un giovane che tirò fuori un suo vecchio articolo del ’34 in cui Adorno elogiava le poesie di Baldur von Schirach, capo della gioventù hitleriana. L’effetto fu devastante. Onnipresente in tutte le manifestazioni letterarie tedesche sin dal 1958, quando si presentò per la prima volta ad una riunione del prestigioso Gruppo 47, critico della “Zeit”, e poi direttore delle pagine di cultura della “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, Reich-Ranicki ha conosciuto tutti i più grandi scrittori, a cominciare, da Ingeborg Bachmann, definita la “first lady” del Gruppo 47: la descrive piuttosto timida, riservata, estremamente fragile; quando nel ’71 lesse il suo romanzo Malina, ebbe la netta sensazione che qualcosa di terribile dovesse accadere alla grande scrittrice e si rifiutò di recensire quel libro; era il presagio della tragica fine della Bachmann, avvenuta nel 1973. Uno dei suoi incontri più inquietanti fu quello con Albert Speer: avvenne nel 1973, per caso, al ricevimento in onore del libro di Joachim Fest su Hitler: era un signore distinto, vestito di scuro, sulla settantina; quando Reich-Ranicki e la moglie lo riconobbero tra gli invitati, si sentirono svenire; non potevano dimenticare che era uno dei peggiori criminali della storia tedesca. Reich-Ranicki non poteva stringergli la mano, lui ebreo perseguitato dai nazisti che gli vietarono di entrare all’università di Berlino (il grande critico non ha mai conosciuto un’aula universitaria), espulso dalla Germania, deportato in Polonia. Agli anni tragici della sua adolescenza e della giovinezza sotto Hitler, al ricordo dei genitori deportati a Treblinka, degli amici che lo hanno salvato, è dedicata gran parte della autobiografia del critico tedesco. Sono pagine avvincenti, scritte senza enfasi; il pathos scaturisce naturalmente dagli eventi narrati; con grande obiettività descrive la Berlino degli anni Trenta infestata dai nazisti, ma ancora piena di fermenti artistici, specie nel campo teatrale che fu una delle sue grandi passioni; durante il regime hitleriano il teatro tedesco ebbe una splendida fioritura grazie all’operato di Gustaf Grundgens, il grande regista e attore che ispirò il Mephisto a Klaus Mann. Ma dal 1938 la situazione precipita: anche Reich-Ranicki viene torturato, obbligato con gli altri a gridare “Siamo dei porci ebrei. Siamo degli esseri inferiori”; a ubbidire agli ordini più umilianti. I tedeschi erano allegri e violenti, nota il critico raccontando il periodo più drammatico della sua vita, nessuno impediva loro di maltrattare e assassinare gli ebrei. “Si poté così vedere - nota - di cosa sono capaci gli esseri umani quando viene loro concesso un potere illimitato su altri esseri umani”. Era inevitabile per un uomo come lui rimanere profondamente ferito dal famoso discorso tenuto da Martin Walser nel 1998 sul “assato che non passa”, in cui lo scrittore chiedeva che si chiudesse il capitolo Auschwitz: un discorso per lo meno ambiguo in cui evitava accuratamente parole come “crimine” e “colpa”» (Paola Sorge, “la Repubblica” 12/4/2003) • «“Ci sono miliardi di persone al mondo che non hanno mai ascoltato Mozart o Beethoven e vivono felicemente. Leggere, ascoltare musica, guardare un quadro fa parte della libera volontà dell’uomo. Semplificando: è un piacere non un dovere. Io credo che con Mozart e Beethoven la vita sia più bella”. […] Nato in Polonia da una famiglia ebrea, fece gli studi a Berlino dove imparò a coltivare l’amore per la letteratura tedesca. Nel ’38 fu deportato con la famiglia a Varsavia. Unici a sopravvivere, lui e la moglie, rifugiati presso una famiglia polacca. Finita la guerra, dopo aver lavorato per il governo comunista, sempre più insofferente al regime riuscirà a emigrare. Bene accolto nella Germania Federale, mette a frutto la sua cultura letteraria scrivendo per la “Zeit”, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, per “Spiegel”, e (fino al 2001) ha tenuto un seguitissimo programma culturale in tv, il Literarisches Quartett. Per questo ha un richiamo forte per il grande pubblico. E che, viceversa, può essere la bestia nera di tanti scrittori che hanno visto stroncare i loro romanzi. Come il Nobel Guenter Grass, i cui recenti lavori non sono piaciuti al “papa” della critica tedesca. […] Recentemente, infine, in ben due romanzi (Morte di un critico di Martin Walser, e Romanzo da quattro soldi di Bodo Kirchchoff), è stato messo a morte sotto le vesti di due riconoscibilissimi e spietati recensori […] “Come critico ho sempre creduto di lavorare in nome della letteratura, senza nessun mandato”» (Ranieri Polese, “Corriere della Sera” 13/10/2002).