Varie, 19 settembre 2002
BRYCE-ECHENIQUE
Alfredo Lima (Peru) 19 febbraio 1939. Scrittore • «L’altro ”più grande scrittore peruviano vivente” insieme con Mario Vargas Llosa. [...] Molto meno conosciuto dai media, non sfoggia modi inglesi né un sorriso irresistibile. E’ un uomo piccolo, bruno, baffi e occhi neri, un incantatore tenero e discreto. Almeno, questo è il ritratto che presenta ufficialmente. Perché una legione di testimoni giura che esiste un Bryce demoniaco, un grande maniaco-depressivo con i suoi tunnel di disperazione e le sue rimonte gioiose, che si scatena sotto l’effetto dell’alcool e diventa incontrollabile, fantastico, intrepido, farsesco e scandaloso. Ma a Las Casuarinas abita stabilmente il bravo ragazzo, rientrato in Perù nel 1999 dopo 35 anni di esilio volontario in Francia e in Spagna. Sulla ventennale permanenza nella capitale francese ha scritto un libro [...] Triste perché la Parigi che ha amato, quella del Maggio e degli anni 70, non esiste più. Nato in una famiglia di banchieri, da padre scozzese e madre basca, nipote del presidente della repubblica e discendente dell’ultimo viceré del Perù, ha conosciuto l’infanzia dorata della grande borghesia e le migliori scuole inglesi e americane di Lima all’epoca in cui la ricchezza dell’oligarchia era ancora all’altezza dell’aureola proverbiale del paese. Questo splendore passato è rievocato nel suo romanzo Un mondo per Julius, magnifico affresco di un universo disinvolto, stravagante e crudele dove non si pensa che alle partite di golf e ai cocktail, senza pensare nemmeno per un attimo al disagio degli indiani e dei mulatti che soltanto lo sguardo infantile di Julius percepisce con lucidità e ribellione. ”Le scuole che ho conosciuto erano così, tutti i miei amici d’infanzia vivevano in collegi come me, eravamo figli dei grandi proprietari terrieri. Nonostante i nostri destini siano stati molto diversi, siamo rimasti amici. Ma tutti sono rovinati”. Se riconosce una filiazione letteraria, è quella di Stendhal. ”Una passione che mi accompagnerà per sempre. Vargas Llosa è discepolo di Flaubert. Ad esempio, adesso sta scrivendo un libro su Flora Tristan e suo nipote Gauguin, il quale visse sette anni a casa della famiglia di mia madre, Echenique. Piuttosto che prendere nota di quello che potrei raccontare io, che da piccolo ho sentito parlare della vicenda, egli preferisce chiudersi in un archivio a spulciare documenti. Un tipico flaubertiano. Per me invece non conta che l’emozione, io sono stendahliano. Con un pizzico di Rabelais e di Lawrence Sterne... Mia madre avrebbe preferito che diventassi il Proust peruviano. Lei adorava Proust. Il mio secondo nome è Marcelo. Dopo la morte di mio padre mi portò a visitare la casa della zia Léonie a Illiers. Proprio lei che professava un vero e proprio culto di questo scrittore della memoria finì per perdere completamente la sua... Mi ha fatto conoscere anche i moderni. A me piaceva Nathalie Sarraute. Ma gli altri, il Nouveau roman, lo dicevamo piano per paura, che rottura...”. Nessuno dei libri spesso debordanti, comici, ironici che ha scritto dopo Julius (fra gli altri, No me esperen en abril, Noctambulismo agravado e La tonsillite di Tarzan, tradotto da Guanda) riflette una stretta ubbidienza ai dogmi di Robbe-Grillet o di Tel-Quel. Nella Vita esagerata di Martín Romaña il personaggio principale e portavoce dell’autore racconta il suo disgusto nei confronti degli esuli peruviani suonando El Cóndor pasa mentre chiede l’elemosina. Nell’esilarante capitolo ”La via crucis rettale di Martín Romaña” la formidabile crisi di stitichezza di Martín si prolunga per ben 50 pagine. Con una riserva degna di Buster Keaton descrive i ”fatti” di questa gioventù che, dopo aver abbandonato il comfort delle proprie famiglie, faceva ritorno soltanto per attaccarsi al frigo dell’abbondanza: ”Ho la triste impressione che, per quanto riguarda il frigorifero, i giovani non abbiano bevuto fino in fondo la coppa di champagne. Sembra un tango, ma credo che quando si mandano al diavolo i genitori non sia giusto continuare a mantenere rapporti affettivi con il loro frigo. La cosa fa nascere non poche nevrosi”. Adesso è tornato a Lima, stanco dell’esilio e reso più saggio dall’amore di una donna. Lima e la sconfitta degli uomini della sua generazione, rovinati dalla riforma agraria del 1968, lo riempiono di desolazione. ”Dopo il terrore di Sendero luminoso e la dittatura di Fujimori e Montesinos, la miseria si è aggravata. In questo paese non c’è più il ceto medio, soltanto i poveri in basso e i corrotti in alto. La volgarità ha vinto la partita, il cattivo gusto è penetrato in ogni strato sociale. Persino i miei vicini pagano per avere imitazioni in plastica di opere d’arte coloniali piuttosto che conservare gli originali. C’è l’aggressione della miseria e quella dell’estetica. La città è in preda ai bulldozer... Non riesco a vivere tutto l’anno a Lima, ogni tanto bisogna che me ne vada per qualche mese”. Non è sceso in politica come Vargas Llosa, candidato senza successo alla presidenza contro Fujimori nel 1990. ”Non doveva farlo. il suo lato impegnato, sartriano. troppo testardo, troppo onesto. Non siamo stati sempre d’accordo, ma ogni volta ci siamo chiariti a fondo. Io ho agito in maniera diversa. Ho respinto le decorazioni che mi offriva Fujimori. Gli ho dato pubblicamente dell’assassino, cosa non esente da rischi. Ho lottato scrivendo di cose di cui non si parlava più, come la letteratura, il cinema, la cultura. La mia lotta è di tipo culturale, è quello che so fare”» (Michel Braudeau, ”La Stampa” 12/9/2002).