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 2002  settembre 19 Giovedì calendario

Fischer Bobby

• (Robert James Fischer) Chicago (Stati Uniti) 9 marzo 1943, Reykjavik (Islanda) 17 gennaio 2008. Ex campione del mondo di scacchi • «[…] era l’orgoglio Usa che mise fine a 24 anni d’egemonia sovietica negli scacchi, battendo Spassky per il titolo iridato. Figlio di un fisico d’origine tedesca, Robert James, nato a Chicago ma allevato a Brooklyn dalla madre dopo il divorzio, a sei anni segue le orme della sorella dedicandosi agli scacchi. A 14 anni vince i campionati juniores e seniores degli Usa e a 15 anni diventa il più giovane pretendente alla corona mondiale. Nel 1959 abbandona gli studi, considerandoli una perdita di tempo: il suo quoziente d’intelligenza è superiore a quello di Einstein. Un genio. Nel 1962 dopo una sconfitta, accusa i sovietici di complottare nei suoi confronti e, poco tempo dopo, s’unisce a una setta religiosa: la Chiesa universale di Dio. Nel 1972 a Helsinki sfida di nuovo Spassky e lo batte ancora. Tre anni dopo, nel 1975, si considera offeso dalla Federazione internazionale che gli toglie il titolo, attribuendolo al sovietico Anatoli Karpov. Si ritira dalle scene e sceglie di tornare alla ribalta nel momento e nel posto sbagliato, ma con in palio 3.35 milioni di dollari. Ovviamente, vince. Ma gli costa caro... […] aver violato nel 1992 le sanzioni contro la ex Jugoslavia recandosi a giocare una rivincita contro Spassky a Belgrado, il 15 dicembre ’92 ricevette un mandato di arresto dalla corte distrettuale Usa. […]» (s. a., “La Gazzetta dello Sport” 25/3/2005). «Figlio del fisico tedesco Gerard, rifugiatosi negli Stati Uniti poco prima della guerra (e ultimamente accusato di essere un agente segreto), e di Regina Wender, maestra elementare ebrea di origine svizzera, imparò a giocare a scacchi a 6 anni, quando la sorella maggiore, Joan, gli regalò i pezzi perché non andasse “a oziare con cattive compagnie a Brooklyn”. Il ragazzino col più alto QI mai calcolato, superiore perfino a quello di Einstein, dimostrò subito di avere gli scacchi nel sangue. Dopo la conquista del titolo mondiale nel 1972, propose modifiche ai regolamenti che non furono acccettate. E allora scomparve per vent’anni. All’improvviso eccolo riapparire nel 1992 per il “match di rivincita” contro Boris Spassky. Aveva bisogno di soldi. E per una “borsa” di qualche miliardo di lire acccettò di giocare in Serbia, allora sotto embargo degli Stati Uniti. Per questa violazione, trovò una condanna della Corte Suprema Americana a dieci anni di carcere. E allora eccolo a Budapest insieme a Zita Racsny, una diciottenne ungherese che durante il “match di rivincita” aveva presentato come sua fidanzata. Nel 1998 l’incontro con Justine, un’altra diciottenne, di sangue cinese e filippino. Scappano insieme a Manila: la ragazza gli dà una figlia. Ma dura poco. “Basta con gli scacchi” afferma un giorno. E parte per il Giappone, affascinato da “shogi” e “go”, due giochi che nella Terra del Sol Levante sono diffusi più che da noi il calcio» (“La Stampa”, 11/3/2003). «Trent’anni fa moriva. In modo imprevedibile, quanto imprevedibile era stato il suo gioco sulla scacchiera. Moriva al mondo, proprio come l’asceta del cui corpo, ancora vegeto, resta unicamente traccia e testimonianza di un passaggio: simulacro di uno spirito che s’è ricongiunto al Dharma. Moriva nel suo momento di maggior fulgore. Per questo nessuno se ne accorse. Nessuno poteva neppure immaginare che potesse accadere. A parte padre Lombardy, il quale aveva avuto il privilegio di fargli da secondo nel match più importante della sua carriera, Bobby, il ragazzo di Brooklyn, non aveva altri amici, non frequentava nessuno oltre ai soci del Manhattan Chess Club, con i quali, peraltro, s’era sempre e solo limitato a giocare. E infine neppure quelli. Negli ultimi tempi, infatti, per prepararsi alla grande sfida, aveva vissuto in totale solitudine, in una stanza d’albergo di infimo ordine, lontano dalla strada, dal rumore del traffico, rintanato nel ventre più profondo dell’edificio, in un vano illuminato solo dalla luce elettrica, senza finestre, ché anche queste avrebbero potuto distoglierlo dalla totale dedizione al gioco. Ed ora, in seguito ad anni di attesa e preparazione e al termine di cinquanta interminabili giorni di lotta, l’incubo era finito con la ventunesima partita che, aggiornata, come di regola, alla quarantesima mossa, non era più stata ripresa dal suo avversario, poiché un’intera notte di analisi a tavolino non gli era bastata per intravedere la pur minima speranza di salvezza. Boris Spaskij, l’Orso sovietico, s’era dato vinto. Per Bobby l’incubo era finito, anche se a questo, ben presto, se ne sarebbe sostituito un altro. Forse solo padre Lombardy, la persona a lui più vicina, l’amico, il secondo, l’allenatore, lo sparring-partner, forse solo lui poteva accorgersi che, di fronte ai riflettori e al plotone di cronisti coi microfoni puntati su di lui, Robert James Fischer, neocampione del mondo, cominciava già a svanire. Al suo ritorno in America fu accolto all’aeroporto con tutti gli onori, ma il campione deluse le attese di cronisti e appassionati salendo di fretta sul primo taxi diretto a Manhattan. Quella notte non scese, come tutti si aspettavano, al Plaza, ma raggiunse il solito alberghetto, quello con l’insegna accecata, si rifugiò nella sua stanza e, dopo avere staccato il telefono e lasciato aperto il rubinetto del lavandino, si stese sul letto, vestito com’era. Per un po’, prima che lo scroscio dell’acqua gli rendesse il sonno, restò a rimirare le punte dei mocassini nuovi che spuntavano dal risvolto liso dei suoi calzoni. Uno dei pochi acquisti fatti a Reykjavik, città che aveva ospitato gli sfidanti. Una vera pazzia. Quasi cento dollari per un paio di scarpe, seppure di autentico capretto islandese. Chi non ricorda i contrasti, le polemiche con gli organizzatori, le sue pretese che crescevano in maniera esponenziale. Tutte le volte quando si raggiungeva un accordo, era pronto a una nuova richiesta. Come dimenticare la monumentale sedia di cuoio nero speditagli da New York e le accuse da parte della delegazione sovietica di usare armi chimiche o radiazioni elettroniche. Credo che neppure la conquista della Luna ci avesse tenuto in tale apprensione. Dopo la sua vittoria si prospettava per noi, scacchisti dilettanti, una nuova era, densa di chissà quali innovazioni teoriche, di chissà quante sfide mirabolanti. E invece nulla: nel tempo, la sua figura sbiadì fino ad essere completamente dimenticata. Ci volle più di un ventennio perché tornasse a giocare, concedendo la rivincita al campione russo. Ma ancora una volta, dopo aver affermato la propria superiorità, scomparve. Non prima, però, di aver lanciato un anatema all’America, precludendosi così per sempre ogni possibilità di ritorno. […] Reuben Fine, nel suo profilo psicologico, lo definisce “eroe”, forse il capostipite di tutti gli “eroi”, di quanti, cioè, hanno speso ogni propria risorsa sulla scacchiera. Fischer, come Mozart per la musica, sembra essere il Gioco stesso fattosi carne. Per quanti di noi hanno seguito la sua avventura egli rimane però un eroe nel vero senso della parola, l’ultimo eroe di quest’America ferita a morte, un uomo che da solo ha saputo condurre e vincere la propria guerra, anche se a qualcuno le guerre senza morte e distruzione piacciono poco» (Paolo Maurensig, “Corriere della Sera” 7/9/2002).