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 2002  settembre 19 Giovedì calendario

Sheene Barry

• Londra (Gran Bretagna) 11 settembre 1950, Gold Coast (Australia) 10 marzo 2003. Motociclista tra i più popolari, celebre per lo stile di vita ”movimentato”, fu due volte campione del mondo della 500 (’76 e ’77) ma gareggiò in tutte le classi, ottenendo 23 successi nelle prove mondiali. Famoso in Italia per i duelli con Virginio Ferrari: in particolare quello di Assen, dove la spuntò all’ultima curva il pilota milanese (’Corriere della Sera” 24/8/2002) • «Da piccolo aveva sconfitto la tubercolosi e non vantava certo un fisico da sollevatore di pesi, era figlio di Franco (all’italiana, forse un segno del destino per un pilota amico dell’Italia e degli italiani: parlava benino la nostra lingua), meccanico della Bultaco. Inevitabile provare, una bella scoperta capire che andava forte. Tanto da vincere il titolo inglese 125 e poi approdare in fretta al Mondiale. Un poliedrico, capace di vincere praticamente in tutte le classi. Subito in 125 (nel ’71 con la Suzuki) per tre volte, di passaggio nella 50 (un centro nel ’ 72 con la Kreidler, quando correva con le scarsissime Yamaha 250 e 350: un solo podio), nella 750, vincendo il campionato Europeo ’73 di nuovo con la Suzuki, che poi gli darà i due titoli iridati (1976- 77) della 500. Subito dopo i due titoli l’inizio della fine. Nel ’78 arriva dagli Stati Uniti Kenny Roberts, che impone la sua legge e, soprattutto, lo illude che la Yamaha può essere la moto giusta. La ottiene nel 1980, ma è un flop (tecnico) clamoroso. Eppure riesce ancora a vincere un GP, nell’81 in Svezia. Poi ancora tre stagioni, il ritiro, il cambio di vita, passando senza traumi dall’altra parte della barricata. Commentatore per la televisione australiana, spesso ai gran premi. Amico di tutti, appassionato anche se non più protagonista. Sempre con il sorriso sulle labbra. Fino alla fine» (Filippo Falsaperla, ”La Gazzetta dello Sport” 11/3/2003). «Pilota scanzonato con l’eterna sigaretta in bocca, aveva un fisico longilineo. Il suo stile di guida era inconfondibile per la pulizia nell’affrontare le curve: divaricava le gambe e teneva il busto alto sulla moto. Fu fedele al numero 7 (Kevin Schwantz preferiva il 34, Valentino Rossi il 46). Sul casco nero aveva disegnato Paperino. Arrivava alle gare in Rolls Royce nera targa BS7 con la stupenda seconda compagna Stephanie, lasciata negli ultimi anni per colpa sua. Qualcuno ha contato le viti, i perni, le placche che gli sono state inserite nel corpo, a causa degli incidenti e delle fratture che ha subito: si parla di 43 pezzi di ferro. L’avvento del metal detector negli aeroporti è stato per lui un incubo: quando passava sotto, la macchina suonava e per lui erano rogne. 31 viti gli furono piazzate dopo Daytona: a oltre 300, la ruota posteriore cedette, si allargò, grippò nel forcellone posteriore. Come ha raccontato Giacomo Agostini, ”Barry passò il traguardo come una palla umana”. Due mesi dopo si presentò alla pista di Salisburgo, con le stampelle, chiedendo di essere messo in ultima fila per non intralciare gli altri. A Spa-Franchorchamps, fece il lungo rettilineo che segue i box, poi si fermò, consegnò la moto ai giudici e svenne: parecchie vespe gli si erano infilate sotto la tuta e l’avevano tormentato con le loro punture» (Giancarlo Falletti, Corriere della Sera, 11/3/2003).