Varie, 20 settembre 2002
AGNELLO HORNBY Simonetta
AGNELLO HORNBY Simonetta Palermo 1945. Scrittrice. «Non è scrittrice di professione (è un’avvocatessa palermitana che da trent’anni vive a Londra) […] Viene da una famiglia dell’aristocrazia palermitana. Abitava di fronte al Politeama e suo cugino Francesco era intimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (insieme a Lucio Piccolo, Francesco Orlando e Gioacchino Lanza) […] Famiglia benestante, ma non ricchissima, aristocrazia baronale. Residenza estiva nelle campagne agrigentine. Istruttore privato fino agli undici anni, poi il liceo Garibaldi, quindi Cambridge, dove sua madre, che le parlava spesso in francese, riteneva indispensabile completare, con l’inglese, la formazione continentale tipica di un aristocratico insulare. Lasciò il capoluogo siciliano nel settembre del 1963 […] A Cambridge conobbe l’uomo che sarebbe diventato suo marito quando lei aveva appena ventun anni, e che avrebbe seguito negli Stati Uniti, nello Zambia e di nuovo in Inghilterra, fino, qualche tempo fa, al divorzio. A Londra ha lavorato come avvocato del Comune, nel settore dei servizi sociali. Poi ha aperto uno studio che tutela bambini vittime di violenze e di angherie oppure genitori ai quali viene sottratta la potestà. I suoi clienti appartengono per lo più alle comunità musulmane o nere e da due anni è anche presidente di un tribunale, chiamato Educational Needs, che esamina vertenze esplose dentro la scuola» (Francesco Erbani, “la Repubblica” 19/7/2002). «Esordì con La Mennulara e fu un sorprendente esordio: buona accoglienza dai critici, ottima dal pubblico. Raccontava la vicenda di una serva-padrona che per decenni - siamo a metà del Novecento - organizza con sapienza i destini della famiglia Alfallipe, dove presta servizio da quando era ragazzina, e continua a intrecciarli ben oltre la propria stessa morte, facendo in modo che agli sgomenti suoi ex padroni arrivino delle lettere, un misto di grottesco e di minaccioso, contenenti serrate prescrizioni. [...] Le doti della Agnello sono proprio la smisurata fantasia, l’architettura delle grandi linee narrative e la minutissima, paradossale cura per i dettagli. A dispetto delle apparenze, la sua scrittura non ha ascendenze letterarie, sebbene i personaggi non sfigurino in quella galleria di ritratti di cui è ricca la tradizione romanzesca siciliana. Prevale, invece, una disposizione al cunto, come se il romanzo vivesse in un ambito orale e corale [...]» (Francesco Erbani, “la Repubblica” 4/9/2004).