Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  settembre 20 Venerdì calendario

EMMER

EMMER Luciano Milano 19 gennaio 1918, Roma 16 settembre 2009. Regista • «Di lui colpisce la tenerezza che affiora da certi suoi modi, e poi quell’essere schivo ed essenziale a un tempo. Prendete l’episodio di Mussolini che lo riguarda. Chiunque lo avrebbe raccontato con gli effetti speciali. Lui no, va giù discreto.Nei primi anni Quaranta Emmer, che di professione fa il regista cinematografico, girò un cortometraggio sui luoghi natali del Duce: un’operina buia e inquietante, priva di quei toni declamatori e di quella retorica con cui il Regime dava il meglio di sé. A quanto pare fu lo stesso Mussolini, incuriosito, a voler visionare il film. E nel bel mezzo della proiezione, quando una contadina con una grande falce tra le mani, si infila nella casa natale del Duce, il capo del fascismo scattò in piedi toccandosi scaramanticamente i coglioni: "Non s’è mai vista una cosa del genere!", esclamò furioso. Poi, con tono perentorio, ordinò che tutte le copie del film fossero bruciate. [...] Nato a Milano, ha praticamente passato la sua infanzia e adolescenza a Venezia."Per me il cinema non è stata una maniera di vivere, ma un modo per raccontare la fine delle cose, una maniera per riscoprire il buio. [...] Non è un cinico. Il cinema non lo ha reso capriccioso e impudente. come se egli fosse sempre sulla soglia di un mondo di cui conosce perfettamente i limiti, le degenerazioni. Pronto perciò a togliere il disturbo. I suoi film sono in tutto una decina: ha cominciato con Domenica d’agosto nel 1950, l’ultimo è del 2000: Una lunga lunga lunga notte d’amore. Colpiscono i tanti intervalli in cui è stato assente dal cinema..." come con i grandi amori: alla fine te ne devi distaccare. Poi magari ritorni, poi di nuovo la separazione. Si oscilla: un po’ per colpa nostra un po’ perché gli altri vogliono così [...] Negli anni veneziani. Mio padre era ingegnere capo al comune di Venezia e aveva una tessera con cui si poteva entrare gratis in tutto i cinema della città, che allora erano cinque o sei. Ho passato la mia giovinezza nelle sale cinematografiche. Ero diventato una specie di cineteca vivente [...] I miei eroi erano i grandi comici: Max Linder, Ridolini, naturalmente Chaplin. Ma soprattutto Stan Lauren e Oliver Hardy, che trovo i più straordinari testimoni della stupidaggine umana, come Chaplin lo fu per la prepotenza [...] Per me non c’è differenza tra il muto e il sonoro. La vera differenza si è avuta con l’introduzione del colore che ha creato una sorta di tremenda frattura con la fantasia. Sono un inguaribile sostenitore del bianco e nero [...] Ero molto meno interessato alla storia dell’arte e molto più preso dal linguaggio cinematografico. Girai dei piccoli film su Giotto e Bosch, in seguito una breve trilogia su Venezia che in parte è stata riutilizzata nel film su Balthus. Ma quelli erano altri tempi! [...] Ricordo che Jean Cocteau vide due dei tre cortometraggi su Venezia e rimase incantato. Volle assolutamente scrivere un testo e leggerlo, con la sua voce fuori campo, nell’edizione francese”. [...] Ha anche girato un leggendario documentario su Picasso."Andai a trovarlo nel 1953 nella sua casa di Vallauris. Vissi con lui per un mese e mezzo. L’idea era di riprenderlo mentre lavorava. Ricordo un grande quadro, che doveva rappresentare la guerra, che lui disegnò con un enorme carboncino. In poco tempo si materializzarono delle figure di donne danzanti, la colomba, il ramoscello, un pescatore con il tridente. Era incredibile [...] La sua velocità. Lavorava con una energia furiosa a torso nudo e in pantaloncini corti. Improvvisamente disse: ”Per me è finito, ora facciamoci un giro in paese’. Al nostro ritorno ci accorgemmo con disperazione che gli operai avevano coperto il quadro con una palta di cemento! Un quadro di una bellezza straordinaria che oggi esiste solo in quel filmato [...] I miei film sono sempre stati postumi. [...] Detesto le prime donne anche se il cinema ne sforna a mazzi [...] Non dico mai se un film è bello o brutto. Penso che per quanto riguarda il cinema italiano la grande fortuna è stata di perdere la guerra. Siamo un paese che dà il meglio di sé nei momenti difficili. Nella miseria abbiamo scoperto il talento [...] Rossellini era tutto fuorché l’uomo che si vantava di essere: cioè il grande regista. I suoi interessi erano completamente di altra natura. Si indirizzavano alle donne che incontrava, agli amici che conosceva, ai soldi di cui aveva un permanente bisogno [...] Viveva nella realtà della sua vita e ha fatto cinema par hasard. Voglio dire che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, al punto che del cinema in senso stretto non gli importava nulla, salvo i momenti in cui si entusiasmava [...] Fellini era il cinema. Non so se sarebbe stato Fellini senza quella cosa lì. Ogni tanto, con la vocetta cantilenante, mi diceva: ”A Lucianì non te pare che il cinema sia morto?’ E io: ”A Federì, vorrà dire che ci faremo sovvenzionà come il teatro dell’opera’ [...] Ero un buon amico perfino di Antonioni. Che poi è molto diverso dall’immagine che ne danno i suoi film [...] Non era così serio e taciturno come le sue opere farebbero pensare. Gli piacevano molto le ragazze [...] Antonioni è un maestro, ma a me il film che è piaciuto di più è Il grido dove, nella prima parte soprattutto, si racconta la sua Ferrara. il film in cui lui si è davvero lasciato andare e non era ancora diventato quel mito che tutti celebrano [...] Visconti l’ho frequentato poco. Ma dopo la sua morte ho saputo che aveva una grande stima per il mio lavoro. Per lui più che la definizione di regista si adatta quella di metteur en scène. [...] Che personaggio era Pier Paolo! Le parlo degli anni in cui ancora non c’era Ninetto Davoli. Ricordo che fummo incaricati di scrivere una sceneggiatura su che cosa facevano i ragazzi di vita [...] Ad ogni modo cominciammo a frequentare le borgate. Soprattutto Tor Pignattara, che era il luogo che prediligeva per le sue avventure notturne. Si faceva scortare da Sergio Citti, che era il suo traduttore ufficiale dal romanesco, e spesso finivamo nelle balere. Pier Paolo ballava il boogie in modo sbalorditivo, così conquistava i ragazzotti di borgata» (Antonio Gnoli, ”la Repubblica” 4/9/2001). «Il giovane-vecchio del nostro miglior cinema popolare e d’autore, e non certo soltanto di quello del ”neorealismo rosa”; è l’inventore della sigla di Carosello (’La creammo con tende e siparietti disegnati dalla moglie di Vespignani e con la musica di un documentario sulle lumache”); è l’antesignano, con tanti spot e film in tempi non sospetti, del binomio ”cinema e pubblicità”, ma se la ride ogni volta che qualcuno lo chiama ”maestro”. [...] ”Mi mancano Pasolini, grandi autori ingiustamente dimenticati come il nostro Franco Rossi di Odissea nuda ; sento l’assenza di Fellini... Io, un artigiano con piccole troupe, chiedevo a Federico: ”Come fai a girare un film con duecento persone?’. Con un’ombra segreta del cuore, bisbigliava: ”Fai presto tu a dirlo, tu hai figli, avrai presto nipoti’. [...] Moretti: mi piace quel ragazzo cinquantenne, la sua intensità emotiva di Bianca, Caro Diar io. E mi piacciono Bellocchio, quando non è troppo malmostoso, o Bertolucci, quando riscopre ovunque, a Parigi o in Oriente, la verità della sua terra del melodramma» (Giovanna Grassi, ”Corriere della Sera” 26/8/2003).