Varie, 20 settembre 2002
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GalanteGarrone Alessandro
• Vercelli 1 ottobre 1909, Torino 30 ottobre 2003. Magistrato. Storico. Giurista. Partigiano. Padre nobile del Partito d’azione • «L’ultimo sogno che ha silenziosamente coltivato è stato quello di riuscire a scrivere una monografia defintiva di Filippo Buonarroti, il rivoluzionario ottocentesco al quale dedicò, quand’era ancora magistrato, la sua prima ricerca di storico. Aveva raccolto in grossi faldoni una grande mole di materiali e di appunti. Ogni tanto li riprendeva in mano, ma sempre la dimensione del progetto lo sgomentava. Sentiva che le forze lo stavano abbandonando. [...] Non andava in televisione e diffidava dalle interviste. Norberto Bobbio disse di lui: ”Sandro non ama parlare di sé, né che gli altri parlino di lui”. Quando gli amici pensarono a un libro in suo onore, pregò che non lo si facesse. Questa è stata la forza che gli ha permesso di fare con naturalezza scelte rigorose: da antifascista, da giudice, da editorialista della Stampa. Nato a Vercelli il 1° ottobre 1909, la storia della famiglia è stata raccontata con passione e tenerezza dalla sorella Virginia (scomparsa nel 1998) in due libri: Se mai torni (1981) e L’ora del tempo (1984). Il padre era il professore di liceo Luigi Galante, grecista e latinista, vincitore nel 1908 ad Amsterdam, davanti a Giovanni Pascoli, del massimo concorso di poesia latina. La madre era sorella di Giuseppe ed Emilio Garrone, ufficiali dell’esercito caduti e decorati nella grande guerra, celebrati da Alfonso Omodeo in Momenti della vita di guerra. In ricordo degli zii, esempi di ”lievito risorgimentale”, che al cognome Galante venne aggiunto quello dei Garrone. Bisogna risalire al patrimonio ideale di questa vecchia famiglia piemontese, la cui storia si sviluppa sullo spartiacque tra civiltà contadina e cultura liberale, per ritrovare le radici dei valori morali di cui si è fatto interprete Alessandro Galante Garrone: dignità e coerenza, il disagio per il lusso, il rispetto degli altri, la solidarietà per i deboli, il senso dei sacrifici, il rifiuto degli sprechi, l’ammirazione per il coraggio, il patriottismo risorgimentale fanno parte di un’educazione tramandata di padre in figlio. Considerava un dovere di studioso e cittadino riscoprire i fili che legano le generazioni per ”scorgerne le virtù come i limiti”. Nel 1927 Sandro s’iscrive all’Università di Torino. Essendo il padre morto da un anno, sceglie Legge invece di Lettere, perché gli sembra che la formazione giuridica offra migliori prospettive di carriera. La prima lezione è di Francesco Ruffini, che rifiuterà nel 1931 il giuramento a Mussolini. Proprio in difesa di Ruffini partecipa a una scazzottata all’Università con studenti fascisti. Come per altri intellettuali torinesi (Agosti, Bianco, Bobbio, Foa), la facoltà giuridica, di spiriti liberali, non è solo una scuola di diritto bensì di antifascismo. Nel 1931 si laurea, con una tesi sui movimenti rivoluzionari risorgimentali, che testimonia fin d’allora la sua propensione per gli studi storici. Si trova fra le mani un raro opuscolo di Filippo Buonarroti, che sull’onda della rivoluzione francese proclamava tesi comuniste; ne pubblica uno scritto su una rivista storica e tramite Omodeo lo invia a Croce. Da questa scintilla nasce il suo primo filone di ricerche storiografiche, che dopo la guerra produrrà i suoi primi volumi: Buonarroti e Babeuf (1948) e Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento (1951). Decide di entrare in magistratura perché è una carriera che non richiede l’iscrizione obbligatoria al partito fascista. Non averne fatto mai parte è uno dei pochi vanti che si attribuiva. stato magistrato dal 1933 al 1963, da pretore aggiunto a giudice di tribunale a consigliere d’appello. La toga non gli ha impedito polemiche e scomode prese di posizione. Nel 1939 pubblica sulla Rivista del diritto matrimoniale italiano il commento a una sentenza in tema di razza, in cui critica le leggi antiebraiche appena promulgate: è forse l’unica voce istituzionale a levarsi contro la mostruosità. La sentenza è stata emessa dalla Corte d’appello di Torino, il presidente è una nobile figura di magistrato, Domenico Riccardo Peretti Griva, che contrapponeva il senso della giustizia alle arroganze del regime fascista e che si schiererà a fianco della resistenza armata, pur restando presidente di sezione (caso forse unico nell’Europa occupata dai tedeschi). Stava a Coassolo, un piccolo paese sopra Lanzo: Galante Garrone ne frequenta la casa e conosce la figlia Maria Teresa, di sette anni più giovane, allieva di Leone Ginzburg alla magistrali, anglista e pianista, che sposerà poco dopo la fine della guerra. Col nome di battaglia Canara, durante la resistenza Sandro è ispettore delle formazioni gielliste e rappresentante del Partito d’azione. L’attività clandestina cementa amicizie durante una vita: con Giorgio Agosti, questore di Torino dopo la Liberazione, con Dante Livio Bianco, avvocato nello studio Brosio, con Franco Venturi, che gli farà da guida nel lavoro storiografico. ”Non ero un capo - racconterà -, lo era Leo Valiani, io no. Ma ho vissuto avventure, ho corso rischi”. Come quando si finge repubblichino per salvare dal carcere due partigiani. In quanto magistrato, è lui a presiedere, dopo la Liberazione, la commissione del Cln incaricata di giudicare Vittorio Valletta sui rapporti col fascismo. lui a fare le contestazioni. Il manager si difende ricordando i rapporti con elementi della resistenza. ”Perché l’uomo aveva capito, prima di tanti suoi colleghi - spiegherà in seguito Galante Garrone -, come le cose ad un certo punto sarebbero andate a finire”. Poi gli Alleati reinseriscono d’autorità Valletta alla Fiat. ”Mi sentii esonerato da un increscioso peso, perché alla fine il mio voto sarebbe stato decisivo”. Sciolto nel ’47 il Partito d’azione, Galante Garrone è tra quelli che danno definitivamente addio alla politica (mentre il fratello diventerà senatore della Sinistra indipendente). Il suo impegno civile si riassume in una frase kantiana: ”Fare un uso pubblico della nostra ragione”. Piero e Franco Calamandrei e Arturo Carlo Jemolo, oltre a Bobbio, sono fra i suoi interlocutori in anni in cui sembra oscurarsi l’altra Italia per cui si è battuto. Quando nel 1955 il Diario di un giudice di Dante Troisi viene considerato un oltraggio alla magistratura, per cui l’autore è processato davanti alla Corte disciplinare (il Csm non esisteva), Galante Garrone si offre di difenderlo. la sua unica esperienza di difensore, in cui si avvale di un articolo di Calamandrei e di una lettera di Jemolo. Si conclude con una sconfitta: la censura a Troisi. Nello stesso 1955 il direttore della ”Stampa”, Giulio De Benedetti, lo invita a collaborare. ”Guardi che a Torino io passo per l’epuratore di Valletta”, gli dice con franchezza Galante Garrone. E il terribile gidibì: ”Il giorno in cui i conti del giornale andassero in rosso, allora comincerei a preoccuparmi della proprietà”. Il primo articolo è un’ampia rievocazione del 25 aprile a Torino, nel decennale della liberazione. Il primo di una collaborazione durata la bellezza di quarantasei anni. Problemi di giustizia, figure antifasciste, Stato e Chiesa, diritti delle minoranze, il delitto d’onore, il divorzio, l’aborto, il processo Eichmann, il caso Ippolito, la condanna di Sofri, il ritorno dei Savoia: editoriali ed elzeviri che sono il film di mezzo secolo di vita italiana. Intanto nel 1954 ha ottenuto la libera docenza in Storia del Risorgimento e tiene corsi alla facoltà torinese di Scienze politiche, finché’ dieci anni più tardi, andato in pensione come magistrato, vince la cattedra di professore ordinario, prima a Cagliari, poi a Torino. Come storico si definiva sempre, anche dopo conseguita la docenza, ”un dilettante, un amateur”, tuttavia il titolo che ambiva era quello di professore. Diceva che il tribunale lo aveva aiutato a capire la storia. Aveva conosciuto Gaetano Salvemini, secondo il quale il giudice e lo storico sono entrambi alla ricerca di verità. La sua passione sono i personaggi che restano nascosti nelle pieghe della storia: in Gilbert Romme (1959) si dedica a un seguace di Rousseau, nel 1973 si occupa dei Radicali in Italia (1849-1925), allo stesso filone appartiene la biografia di Felice Cavallotti. Nell’ultima parte della sua vita il suo interesse di scrittore si rivolge al mondo in cui si è formato intellettualmente e moralmente: ecco I miei maggiori (1984) e Padri e figli (1986), in cui rivivono i difensori dell’Italia laica e civile (Croce, Ruffini, Salvemini, Salvatorelli, Ginzburg, Rossi, Parri, Bianco, Calamandrei, Casalegno). Legato all’eredità di Piero Gobetti, che suo padre aveva conosciuto, rimasto fedele ai principi dell’azionismo, unico partito in cui ha militato, Galante Garrone è stato perseguitato - come lui stesso ha scritto - dall’accusa di giacobinismo. ”Guarda che di te si dice che sei il Fouquier-Tinville del Cln”, gli sussurrò un amico al tempo del processo a Valletta. Fouquier-Tinville fu il pubblico accusatore del Terrore, che mandava alla ghigliottina i controrivoluzionari. In realtà Galante Garrone, subito dopo la Liberazione, salva la vita a non pochi fascisti. Si è sempre espresso contro la pena di morte (a differenza dei suoi amici Mila e Valiani). L’unica volta che lo si vede furente e deciso a ottenere assolutamente ragione è quando un avvocato napoletano cita il suo commento alla sentenza del 1939, accusandolo incredibilmente di aver scritto su questioni razziali per una rivista fascista. Pretende e ottiene pubbliche scuse. Certo è un uomo che non si piega. Come mostra quando rifiuta dal Comune di Torino l’onorificenza del sigillo, in risposta al voto contrario della destra, o quando spiega le ragioni per cui i Savoia non devono tornare in Italia. Alla fine accetta di essere definito Il mite giacobino, titolo dell’unico libro autobiografico, nato da una conversazione con il magistrato torinese Paolo Borgna (Donzelli 1994). La storia di questa apostrofe benevola l’ha raccontata in una pagina del libro stesso. Nel 1974 sul ”Giorno” appare un’intervista fattagli dall’amico Corrado Stajano, il cui titolo suona appunto ”Il mite giacobino non s’arrende”. Galante Garrone non solo vi si riconosce bensì ne è divertito, per cui invia all’autore dell’intervista una scherzosa poesiola in rime baciate, sotto il titolo di Autosfottò del «mite giacobino». Comincia così: ”Gli antifascisti levano le tende, ma il mite giacobino non s’arrende”» (’La Stampa” 31/10/2003).