varie, 20 settembre 2002
GIUFFRÉ
GIUFFRÉ Aldo Napoli 10 aprile 1924, Roma 27 giugno 2010. Attore • «[...] è stato un grande attore pieno di naturali sfaccettature. Era un attore napoletano, dal carattere bonario e caustico, capace di mettere insieme arte e popolarità. In grado di dar vita per una dozzina d’anni a un leggendario sodalizio col fratello Carlo di animo assai più scettico. Anche tanto versatile da unire il proprio destino a Eduardo così come a Visconti e a Strehler. Pronto a incamminarsi a suo tempo in un cinema popolare d’autore per non disdegnare poi il filone delle commedie erotiche degli anni 70. Genuino comico cresciuto con le leggi della gavetta del palcoscenico senza però negarsi la grinta di showman o di personaggio televisivo di successo. Cesellatore irrefrenabile di battute ma anche scrittore di romanzi. E ”voce” piena e potente tanto da annunciare il 25 aprile 1945 dai microfoni di via Asiago la fine della guerra, per poi di colpo fare i conti dall’inizio degli anni Ottanta (unico caso, nell’ambiente della scena) con un intervento alle corde vocali che da lì in avanti lo avrebbe privato dei semitoni, dandogli quella pronuncia roca fatta di corrusca simpatia con cui stoicamente, fino al 2004, fece teatro. Ma non c’è contrasto o disparità cui Aldo Giuffré non abbia saputo reagire creativamente, con flemma, con sapienza artigiana, con mestiere sicuro. ”Ho recitato tutto, dall’avanspettacolo alla tragedia greca” si vantava, e se doveva mettere in mostra un insegnamento prezioso era pronto a citare una raccomandazione fattagli da Eduardo, ”devi far finta di essere naturale”. Le circostanze vollero che il suo debutto avvenisse nel 1942 proprio in Napoli milionaria di Eduardo, incontro cui seguì un po’ di carriera radiofonica come speaker e come attore finché nel dopoguerra, sino al 1952, si fece più stretto il rapporto con la compagnia del suo Maestro (per Filumena Marturano, Questi fantasmi, Le bugie con le gambe lunghe, Le voci di dentro, La grande magia). Ma un temperamento come il suo si misurò presto anche con altre esperienze. Una parabola più ”italiana” la segnò accanto ad Andreina Pagnani, lavorando con Visconti, arrivando a farsi dirigere da Strehler ne Le notti dell’ira di Salacrou. Nel frattempo anche il cinema, a cominciare da Assunta Spina di Mattoli con la Magnani, investiva su di lui, e prese parte tra l’altro a Ieri, oggi, domani di De Sica e (per un cammeo-apologo a effetto) a Il buono, il brutto, il cattivo di Leone. E così pure la tv, dove apparve spesso in commedie e in trasmissioni di varietà, conducendo ad esempio nel ”73 Senza rete. Ma la vera pasta di Aldo Giuffré era teatrale. E il binomio scenico dal ”72 in poi per 12 anni col fratello Carlo fece gridare ai ”nuovi De Filippo”. Che forza della natura, esprimevano. Con farse a vapore e con un repertorio d’autore incline all’improvvisazione geniale, sia che si misurassero con la Francesca da Rimini sia che forgiassero un’edizione epocale de La Fortuna con la Effe maiuscola di Eduardo e Curcio, cavallo di battaglia (in cui Aldo faceva lo spostato Enricuccio) con cui i due tornarono ancora assieme per un mare di repliche nel ”94. Poi certo, senza vivere i dissapori di Eduardo e Peppino, l’armonia si consumò (per abitudini protratte, per questioni di scelte), e la nuova asprigna vocalità di Aldo impose altri testi, altro capocomicato alla maniera di Scarpetta, o devoto a Peppino De Filippo, comunque a repertori fragranti. Dando il tempo, ad Aldo, di concepire libri, di cui l’ultimo fu una storia di teatranti scavalcamontagne, ”I Coviello”. ”Con lui se ne va un altro pezzo fondamentale di quella generazione di uomini di teatro che ancora oggi restano il riferimento per noi che facciamo teatro” ha dichiarato Luca De Filippo. E lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tenuto a ricordarne ”la figura di rilievo della scuola napoletana, e la personalità di particolare simpatia e correttezza, nella vita pubblica e privata”. Apprezzamento che coglie bene un lato forse più in ombra dell’Aldo Giuffré tanto amato dal pubblico. Lui, come teneva a dire, non entrava nei salotti buoni della cultura, eppure, aggiungiamo noi, proprio per questo motivo conservava un’autenticità, una schiettezza, una semplicità che poi fu la dote suggerita da Eduardo» (Rodolfo Di Giammarco, ”la Repubblica” 28/6/2010) • «[…] ”[...] credo di aver dato di più, durante la mia lunga carriera, di quanto abbia ricevuto. Non ho mai voluto entrare nel salotto buono del teatro italiano”. E suo fratello Carlo, minore di quattro anni, nel salotto ci è entrato? Risponde l’attore: ”Sì, ma è riuscito a restare sempre pulito dentro”. [...] Mai litigato in scena? Assicura: ”Solo qualche disaccordo di tipo professionale: che so...io volevo fare una commedia, Carlo un’altra. Un bel giorno, abbiamo capito che quando eravamo in scena insieme, ottenevamo veri e propri trionfi. [...] Eduardo De Filippo: ”Non mi piace. Un bravo attore, ma come drammaturgo ha avuto più di quanto meritava. Le sue commedie sono pseudofilosofiche. Lui nasce per riempire il posto lasciato vuoto da Pirandello ed è stato sopravvalutato [...] Ho avuto tre maestri: Eduardo, con il quale ho debuttato insieme a mio fratello, e che mi ha insegnato il mestiere, non quello cialtrone del guitto, ma quello inteso in senso nobile. Giorgio Strehler, che mi ha insegnato il rigore. E Cesco Baseggio, con cui interpretai Il Bugiardo, che mi ha trasmesso la semplicità con la quale occorre adoperare lo strumento che noi attori abbiamo dentro il petto”. [...]» (Emilia Costantini, ”Corriere della Sera” 3/6/2007).