Varie, 20 settembre 2002
INGRAO
INGRAO Pietro Lenola (Latina) 30 marzo 1915. Politico. Comunista. Tra il ”34 e il ”35 frequenta il Centro sperimentale di cinematografia come allievo regista. Si laurea in Giurisprudenza e Lettere e Filosofia all’Università di Roma, dove entra in contatto con altri studenti antifascisti. Nel 1939 partecipa all’attività antifascista nell’università di Roma e nel 1940 entra nel Partito comunista. Nel luglio del 1943 si trova a Milano, dove lavora alla stampa clandestina dell’’Unità” e, dopo l’8 settembre, è attivo nella Resistenza a Milano e a Roma. Dal 1947 al 1957 è direttore dell’’Unità”. Nel ”48 entra nel comitato centrale del Pci e viene, anche, eletto deputato per la prima volta: è rieletto per dieci legislature consecutive. Nel ”56 entra nella segreteria del Pci, dove resta per dieci anni. Al Congresso del Pci, nel 1966, rivendica il «diritto al dissenso». Nel 1968 è eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera. Il 5 luglio 1976 è eletto presidente della Camera; resta in carica fino al ”79. Nell’89 si oppone alla svolta di Achille Occhetto che trasformerà il Pci in Pds, ma è contrario ad ogni ipotesi di scissione. Nel 1991 aderisce al Pds come leader dell’area dei Comunisti Democratici. Nel ”93, in polemica con il Pds, abbandona il partito. «L’ultimo esponente di spicco d’un comunismo italiano postumo ma non rinnegato [...] dai fatti d’Ungheria - quando Ingrao, direttore dell’’Unità”, assunse le difese degli invasori sovietici - alla valutazione della ventata terroristica che sconvolse l’Italia negli anni Settanta e primi Ottanta; alla caduta, non prevista, dei Muri. [...] Sulla storia [...] aleggia qualcosa che rasenta il mistero: ed è il seguito di cui ha goduto il suo protagonista all’interno del Pci, soprattutto presso la base giovanile emarginata e protestataria. Antonio Galdo, militante nei tardi anni Settanta d’un collettivo universitario, ricorda che, ”quando si discuteva del Partito comunista, sempre criticamente, un solo nome riusciva a metterci tutti d’accordo. Era quello di Ingrao”. [...] L’enigma si rafforza di fronte a un’ennesima ammissione autocritica di Ingrao (’Come capo di corrente valgo un fico secco”) e assume le tinte del martirologio se si pensa alle rappresaglie che nel Pci si scatenarono contro gli ingraiani dopo la sconfitta subìta dal loro capo all’XI congresso del Pci (1966), quando le sue tesi ”di sinistra” furono sopravanzate - per ricordarlo in sintesi - da quelle, opposte, di Giorgio Amendola. un ex ingraiano perfino quell’Achille Occhetto che, cambiando fra l’’89 e il ”90 il nome e la collocazione del partito di cui è segretario, induce Ingrao ad abbandonare la casa politica che lo ha accolto per più di mezzo secolo. [...]» (Nello Ajello, ”la Repubblica” 14/9/2004). «Rivendica l’interpretazione movimentista del comunismo, e un poco anche quella confusionaria (a guardarla dall’esterno ovviamente). [...] ”Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto. Io stesso ho riconosciuto lo sbaglio dopo qualche tempo, ma le cose non erano così semplici. La figura di Stalin non ha un solo volto. Io ho partecipato dell’emozione per la sua morte, perché Stalin era il vincitore del nazismo, l’uomo che aveva preso Berlino. Non ho saputo rompere in tempo, e ora l’età mi restituisce il peso del più grande errore della mia vita. Ma fu un errore diffuso, Togliatti ad esempio era un grande ammiratore di Stalin, e Krusciov ci rimproverò per questo con violenza. [...] Di Castro ho un’opinione niente affatto buona, e non da ora. Quando andò al potere passai un mese a Cuba, e non mi piacque. Mancava, come dire... Libertà è una parola grossa. Diciamo che mancava l’articolazione, la differenza. Una voce che non fosse la sua. I comizi li faceva solo lui: ore e ore da solo sul palco. Per riprenderci andavamo a fare il bagno, nelle conche sulla spiaggia dell’Avana. Chiedevo: di chi sono questi stabilimenti? Dello Stato, mi rispondevano. Mi appariva così assurdo. Il comunismo non poteva essere lo Stato che fa il bagnino. Tantomeno lo Stato che condanna a morte [...] Mao lo incontrai per la prima volta nel novembre del 1957, dopo il XX congresso e prima della rottura tra sovietici e cinesi: fu l’ultima grande riunione dell’Internazionale comunista. Mao venne a trovare Togliatti e me nella dacia dove alloggiavamo. Era un uomo di grande suggestione, però disse cose terribili: il comunismo vincerà, al prezzo di centinaia di milioni di morti. Mi parve eccessivo. Per fortuna non è andata così [...] Io ho cominciato da giornalista, il 26 luglio del ”43. Quand’ero direttore dell’’Unità’ inventai la diffusione volontaria: anziché al mare, i militanti andavano con le copie sotto il braccio a farsi insultare nei condomini borghesi. [...] Sono diventato deputato nel ”48, ho presieduto la Camera negli anni di piombo, ma non c’è mai stato tra gli schieramenti un clima cupo e chiuso come ora. Gli anni dello scelbismo sono stati durissimi, la polizia sparava sugli operai, però in Parlamento si parlava. Se il mattino accadeva un fatto importante, la sera De Gasperi o il ministro venivano a riferire”» (Aldo Cazzullo, ”Corriere della Sera” 9/5/2004). «Sul perché del fascino esercitato da Pietro Ingrao, in stagioni diverse, su tanta parte della sinistra italiana, si sono interrogati in parecchi, anche molto lontani dalla sua parte. Gli estimatori hanno posto l’accento soprattutto sulla passione politica, sulla tensione intellettuale, sulla fibra morale: tutte qualità incontestabili dell’uomo. Gli avversari, sulla fumosità dell’analisi, della proposta e, conseguentemente, del linguaggio; sull’astrattezza, sulla vocazione alla sconfitta: tutti vizi ben radicati nella sinistra. Ingrao, magari, non ne sarà tanto lieto. Ma forse la spiegazione più azzeccata è quella che diede Indro Montanelli, quando il vecchio Pietro [...] si oppose alla ”svolta” di Achille Occhetto e diede battaglia in nome di un comunismo che per lui restava al tempo stesso un ”grumo di vissuto” di tutta una comunità e un insopprimibile ”orizzonte”. Scriveva Montanelli: ”Ha un volto rincagnito e parla con un plumbeo accento ciociaro. Eppure non si può guardare senza provare per lui un profondo rispetto. Ciò che dice può essere sbagliato, ma il suo è un dramma autentico, senza nulla di recitato, anzi contenuto nei toni più sommessi: il dramma di un uomo che, messo alla scelta tra una carriera e una bandiera, sta con la bandiera, pur ridotta a un brandello”. [...] Il comunismo cui Ingrao non intende proprio rinunciare è, né più né meno, lo ”stare dalle parte degli sfruttati”. Non c’è ”dura replica della storia”, non c’è fallimento, non c’è gulag che lo smuova da questo schierarsi. Un tetragono, inciprignito conservatore, allora? A giudicare dalla sua vita e, ancor più nettamente, da molte delle riflessioni che fa in questo libro, la risposta è un perentorio no. Il bisturi della riflessione autocritica affonda fin nell’atto di nascita dell’Urss e di quello che un tempo si chiamava ”il secolo delle rivoluzioni”. Chiama in causa cioè (e la cosa non è davvero ovvia) non solo Stalin e lo stalinismo, ma Lenin e il leninismo e, insomma, la Rivoluzione d’ottobre. ”Già Lenin affermava la costruzione violenta dello Stato e del potere politico e non si trattava soltanto di una risposta rivoluzionaria al sangue del capitalismo” scrive: ”Era un’idea sbagliata, sbagliatissima di sopraffazione e di schiacciamento, che avrebbe colpito, prima o poi, anche una parte del movimento operaio […]. Consideravamo Stalin il traditore degli ideali di Lenin. Non era vero”. C’è stato un momento, secondo Ingrao, in cui il Pci avrebbe dovuto e potuto emanciparsi dall’errore tragico che era nel suo stesso atto di nascita: il 1956, la rivoluzione ungherese, il tormento e il distacco dal partito di tanti militanti, soprattutto, ma non solo, intellettuali. All’epoca, direttore dell’’Unità”, si schierò, pieno d’angoscia ma anche con dura determinazione politica, dalla parte dei carri armati: Da una parte della barricata. Prima di scrivere, aveva telefonato a Togliatti: ”Mi disse che non bisognava avere dubbi e per tagliare la conversazione usò questa frase: ”Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più’. Non ebbi la forza di reagire”. Scrisse, più tardi amaramente se ne pentì. Oggi dice di quel suo editoriale: ” stato l’Errore, con la E maiuscola, della mia vita. Perché getta una luce su tutti i ritardi, le incomprensioni, gli sbagli […] sullo specifico dramma ungherese, ma in generale sul leninismo e sullo stalinismo e cioè sulle due figure centrali della storia del comunismo”. Riconoscere tutto questo, e anche pentirsene (anche se, per Ingrao, la parola pentimento ”sa di sacrestia”), è, ai suoi occhi, un modo, forse l’unico possibile, per continuare a essere orgogliosamente comunista. Per sottolineare i meriti del passato suo e del suo partito, quel Pci in cui nel lontano 1966 rivendicò (avendosene in cambio una pesante emarginazione sua e dei suoi sostenitori) il diritto al dissenso. [...]» (Paolo Franchi, ”Corriere della Sera” 14/9/2004). «[…] Mio nonno Francesco era nato a un passo da Agrigento, a Grotte, paese di zolfatari, contadini e proprietari terrieri, come era appunto per la famiglia Ingrao. Francesco è una figura del Risorgimento: cospiratore antiborbonico dagli anni del liceo, e mazziniano: combatte con Garibaldi a Varese, poi tesse congiure repubblicane contro i moderati, e nel ”68 sta per essere ammanettato dalla polizia regia sabauda. Riesce a fuggire nascondendosi nelle campagne di Caltanissetta; poi risale la penisola fino a Napoli, quindi a Lenola, dove vive uno zio, cospiratore anche lui ai tempi della Carboneria. Lenola è a un passo dal confine dello Stato Pontificio; quando c’è odore di sbirri, Francesco scavalca la frontiera e trova salvezza a Roma, ancora papalina. Ma a Lenola s’innamora della cugina Marianna, giovanissima. Quell’amore viene scoperto dal padre di Marianna; mio nonno fa atto di pentimento e torna in Sicilia. Ma dopo lunghe traversie quel matrimonio si farà. Francesco resterà a Lenola e diventerà sindaco […] Quando morì avevo tre anni. Mi pare di ricordare un pomeriggio in cui mi vengono a prendere all’asilo. Sul viottolo che porta a casa, mi dicono: ” morto il nonno”. Di lui mi è rimasta la leggenda, e il ricordo del suo studio rimasto intatto e serrato: come una pagina di memoria intoccabile. Io vi entrai da grande. Avrò avuto diciotto anni […] Ho studiato a Formia, splendida città di mare, in un liceo dal nome antico: Vitruvio Pollione. Lì ho avuto la fortuna di incontrare due professori di filosofia giovanissimi e antifascisti: prima Pilo Alberelli epoi, in terza liceo, Gioacchino Gesmundo. E Gesmundo sceglierà come libro di testo il Breviario di estetica di Croce, un autore allora quasi proibito. Ambedue quei miei maestri, di cui poi fui anche amico, cospirarono nella Resistenza romana e periranno alle Ardeatine. Al liceo però io ero ancora lontano dall’antifascismo. Avevo scoperto, nelle terze pagine dei giornali, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo. Quei lirici nuovi mi affascinavano […] Partecipai ai Littoriali della Cultura del 1934. A quelli di critica teatrale, con la proposta di un Teatro sperimentale: avevo in mente le esperienze di un regista di genio, Anton Giulio Bragaglia. E alla gara di poesia, con una breve lirica che si intitolava Coro per la nascita di una città: esaltava Littoria e la bonifica delle Paludi pontine fatta dal regime. Era una poesia francamente brutta, ma a quei Littoriali di Firenze arrivò terza, dopo i testi di Sinisgalli e Bertolucci. Anni più tardi, quando ormai lavoravo all’’Unità” dopo la partecipazione alle dure lotte della Resistenza, quella poesia su Littoria mi fu rinfacciata da un giornale di destra, Il ”Tempo” mi pare. Arrossii di vergogna. Chiesi a Togliatti se dovevo lasciare quel giornale di Gramsci. Togliatti mi rispose con una sghignazzata: ”Perché vuoi fare questo favore a dei balordi reazionari? […] Ai Littoriali c’erano giovani che mi aiutarono a entrare nel mio tempo: Antonio Amendola, figlio di Giovanni, che si può dire mi trascinò nella cospirazione, e Gianni Puccini, che mi insegnò quasi tutto sul cinema. Con Antonio, Achille Corona e altri della mia generazione – da Bufalini, ad Alicata, a Lombardo Radice, a Trombadori e soprattutto a Bruno Sanguinetti – il tema della cospirazione divenne un discorso assorbente. Poi giunse quel fatale 1936 e la guerra di Spagna. E tutto si accelerò […] dal partito venne l’indicazione che bisognava restare e lottare in Italia […] Ci faceva da staffetta una ragazza, Laura Lombardo Radice. C’era sempre il timore di essere seguiti dalla polizia fascista: prendevamo i tram al volo per sottrarci ai pedinamenti, e avevamo concordato una copertura: Laura e io dovevamo fingere di essere fidanzati. Un giorno le feci una carezza, e lei mi fermò: ”Che credi di fare? Ricordati che siamo fidanzati solo per finta”. Siamo stati insieme tutta la vita. Abbiamo avuto cinque figli, otto nipoti […] I capi comunisti erano quasi tutti esuli. Ci rivolgemmo a Croce con una lettera in cui chiedevamo sostegno nella cospirazione contro il regime. Ci rispose: studiate. Noi invece volevamo costruire la lotta concreta, tra la gente […] Rispetto ad Amendola, Alicata, Pajetta, con cui ebbi scontri politici duri, Togliatti era più aperto all’ascolto e al dialogo: comunicavo più con lui di quanto non sia accaduto poi con Berlinguer. Una grande figura: si impicciava molto nella fattura del giornale. Mi mandava bigliettini per criticare certi nostri articoli; mi indicava come modello editoriale un testo di Léon Daudet che cominciava spiegando tre modi di fare la frittata; ma io non leggevo Daudet, lo consideravo un odioso reazionario. Aveva poi una simpatia per Gorresio, con cui gareggiava in citazioni letterarie, e una grande ammirazione per Missiroli, che a me pareva noiosissimo. Anche gli articoli di Togliatti avevano certe pedanterie: per esempio sosteneva che si scriveva ”arme” e non ”arma”. Quando parlava alla Camera, la sera veniva in redazione a rileggere la stesura del testo, a correggere, a limare. Nella polemica con Vittorini scrisse cose non buone; la letteratura del ”900 non la capiva e non gli piaceva. Andavo a trovare Togliatti nella casa a Montesacro che divideva con Nilde Iotti; avevano un mastino terribile, per entrare dovevo attendere che uscisse Togliatti ad ammansirlo. Nel partito c’era stata ostilità perché egli si era separato dalla Montagnana, e lui soffriva per quella meschina bigotteria […] Amendola non era amico dell’Urss, però sosteneva che non dovessimo impicciarci nelle sue vicende. Più che un esito socialista, aveva in mente la modernizzazione del capitalismo. Ed era un tipo molto imperioso, che mi combatté in modo pesante. Avemmo faccia a faccia talora drammatici, talora comici. Un giorno mi chiude in un angolo e mi dice: guarda che se fai così finisci male. Risposi con una parolaccia. Un’altra volta, prima della riunione della segreteria che deve decidere la successione a Longo, mi prende da parte, nell’anticamera del grande salone di Botteghe Oscure – un palazzo che non mi affascinava, con quei corridoi interminabili – , e mi fa: io non mi candido se mi prometti che non ti candidi neppure tu. Ma era un accordo privo di senso: si sapeva già che nessuno di noi due sarebbe diventato segretario […] pentito di essere diventato comunista? Assolutamente no. Resta il meglio della mia vita: ciò che ho cercato di dare al mondo degli oppressi e degli sfruttati. Mi sono pentito, se si può dire così, di pesanti errori che ho compiuto nella mia lunga vita di militante comunista […] Forse il più grave fu nell’autunno del ”56, quando sull’’Unità” scrissi un pessimo articolo che attaccava gli insorti di Budapest che si ribellavano ai sovietici. E un errore persino assurdo fu quando approvai la radiazione dal Pci del gruppo di compagni e compagne che avevano fondato il manifesto. Con quei compagni avevo condotto tante lotte insieme. Eppure esitai a rompere una gretta e anche stupida disciplina di partito […] Io rivendicavo il diritto al dissenso. Ma ho sempre temuto la frantumazione della sinistra. Non volli rompere l’unità del partito di classe, sapevo che i miei amici avrebbero costituito un nuovo soggetto fatalmente minore. Questo non mi ha impedito di lavorare in seguito al loro fianco. In certe cose avevano ragione loro, e io sbagliavo. Ricordo tra l’altro una riunione cui partecipò anche il giovane Bertinotti, con Santonastasi, Tortorella e Rossana Rossanda […] La Rossanda, come gli altri amici del manifesto, non mi ha mai fatto pesare quel mio errore. Sono sempre stati gentili con me. Rossana l’ho conosciuta a Milano, alla fine degli anni Cinquanta, e ne ho sempre apprezzato l’intelligenza e anche il fascino […] Io ho sempre pensato che le Br non avessero nulla a che fare con noi. Quel Moretti, ad esempio, che la Rossanda ha intervistato in un libro, mi sembrava una figura dubbia. Ho sempre ritenuto possibile che le Br fossero infiltrate e strumentalizzate; e Moro non era simpatico né ai servizi americani né a quelli sovietici. Lo dissi anche a mia moglie: questa non è gente nostra. Lei però mi rispose: e chi te lo dice? Magari sei tu che sbagli […] Nel ”57 a Mosca sentii parlare Mao. Diceva che il comunismo avrebbe prevalso, a prezzo di milioni di morti. Mi parve un’affermazione spaventosa […] Castro non mi piacque per nulla. Parlava per ore, senza ascoltare mai. Incontrai Che Guevara: emanava un fascino grande, ma fu sprezzante verso la sinistra europea, che gli pareva ”imborghesita”. Si andava in spiaggia e ci spiegavano che tutto, anche le sedie a sdraio, apparteneva allo Stato. Ma il comunismo non poteva essere lo Stato bagnino […]» (Aldo Cazzullo, ”Corriere della Sera” 21/3/2005).