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 2002  settembre 21 Sabato calendario

Chillida Eduardo

• San Sebastian (Spagna) 10 gennaio 1924, San Sebastian (Spagna) 20 agosto 2002. Scultore • «Giocava in porta. A soli sei anni, nel 1930, era stato notato dagli allenatori locali, a San Sebastian, nella provincia basca. Adolescente promessa del calcio spagnolo, fu il portiere titolare della Real Sociedad. Poi s’infortunò ad un ginocchio e la sua carriera calcistica finì lì. Iscritto alla Facoltà di Architettura, all’Università di Madrid, scoprì che in realtà neanche quella era la sua vera vocazione. Alla fine degli anni Quaranta iniziò a fare lo scultore, e grazie alla sua arte rivoluzionò la scultura del Novecento. [...] Le sue opere in ferro, acciaio, legno, cemento, alabastro, granito, terracotta e su carta sono presenti nei grandi musei di tutto il mondo, in gallerie e collezioni private, oltre che in spazi pubblici. Il suo lavoro ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali tra i quali, a parte le retrospettive di grande prestigio nei maggiori musei di tutto il mondo, il Gran Premio Internazionale della Scultura alla Biennale di Venezia (1958), il Gran Premio d’Arte di Francia (Parigi, 1984) e il Premio Imperiale (Tokio, 1991). Nel 2000 ha inaugurato, alla presenza del Re, il suo museo personale, il Chillida Leku a Zabalaga, che contiene tutte quelle opere da cui lui non ha saputo separarsi. [...] Trasferitosi a Parigi alla fine degli anni Quaranta, scopre l’astrattismo, a cui consacrerà la sua ricerca, distruggendo quasi tutta la sua prima produzione figurativa. Nella capitale francese, ottiene i primi riconoscimenti ufficiali. Studia la scultura arcaica delle Cicladi e conosce il maestro Brancusi. Le sue sculture in pietra e in gesso iniziano ad indagare i vuoti e i pieni, lo spazio e la massa, la linea e il limite. Il matrimonio con Pilar de Belzunce e la nascita di Guiomar, la prima di otto figli, lo spingono a ritornare a Hernani, vicino San Sebastian. un momento di svolta nella sua creazione: ”Tornando nella regione basca ho capito che prima mi ero perduto. Il gesso con cui lavoravo non mi dava più stimoli perché aveva una luce che non mi apparteneva, una luce mediterranea. Io vengo da una paese che ha una luce nera. L’Atlantico è oscuro”. Inizia a lavorare febbrilmente con il ferro, un materiale molto presente nella tradizione artigianale locale. Il fabbro del villaggio in cui vive lo aiuta a realizzare la sua prima opera in ferro, Ilarik, una stele funeraria: un lavoro estremamente spoglio e severo con due semplici linee che s’incastrano, ma capace di esprimere la forza e la tensione della materia. Per Chillida il ferro è come un fascio di muscoli. A metà degli anni Cinquanta iniziano le prime mostre personali, al cui successo seguono le commissioni pubbliche. Nel 1954, il Guggenheim di New York acquista la scultura Desde Dentro. I trionfi incominciano a susseguirsi, ma il riconoscimento a cui lui fu più legato arriva nel 1961, quando Braque scambia un suo dipinto con Yunque de Suenos II. Poi arriva il periodo delle costruzioni ciclopiche realizzate in cemento armato, la serie dei Lugar de Encuentros. Una delle più affascinanti di queste, Elogio del Agua, è una scultura che pesa 54 tonnellate ed è sospesa, con delle cavi d’acciaio, sul lago del Parc Crueta a Barcellona. un omaggio al mito di Narciso» (Valentina Bruschi, ”Il Messaggero” 21/8/2002) • «Ha scolpito la pietra, il marmo, il legno, l’alabastro; ha formato la creta e la carta: ha fatto con quei materiali molti importanti lavori. Ma rimarrà lo scultore del ferro. ”Il cosmo del ferro non è un universo accogliente. Per entrarci bisogna amare il fuoco, la materia dura, la forza”. Gli avevano dato la pietra: ”Ma la pietra è massa, mai muscoli. Eduardo Chillida vuol conoscere lo spazio dei muscoli, senza grasso né pesantezza. Il ferro è forza: diritta, sicura, essenziale”. Allora ”Chillida getta via lo scalpello e il mazzuolo. Prende il tronchese e la mazza. Così, uno scultore è diventato fabbro”: portato a scoprire la sua vera natura - la sua immagine e la sua forma - dalla volontà della materia che s’era scelto. Gaston Bachelard, che credeva nella volontà diversa e fatale della materia, ha incontrato un giorno Chillida, e l’ha capito. Tanti altri hanno fatto fatica a capirlo. Perché Chillida non è uno scultore facile a descriversi, a collocarlo in un plausibile asse paradigmatico della scultura contemporanea, a contargli i maestri e gli allievi: tant’è che, spesso, è paradossalmente assente persino dall’indice dei nomi di tante storie dell’arte, soprattutto francesi, anche recenti. Non è facile nemmeno metterlo in mostra. Una sua grande antologica recente, al Jeu de Paume (Parigi, 2001) disseminava sui due piani opere d’ogni taglia, genere, natura, impegno, vocazione: così che si perdeva facilmente la barra. Poi entravi in una sala, e vedevi raccolte assieme la Stele a Salvador Allende, quella a Millares, quella a Pablo Neruda, ciascuna così vera, grande, assoluta. E sapevi che Chillida era quello. Una voce semplice e forte. Musicista la madre, militare il padre[...] Disegna dal vero con troppa facilità (la testa e i sensi, dirà, non ce la facevano a star dietro alla mano), così si sforza di disegnare con la sinistra. Comincia a scolpire: in terra cotta o gesso, che gli sembrano troppo morbidi. Lascia infine tutto e va a Parigi: che significa per lui, più che l’ambiente ricchissimo di stimoli e di potenziali suggestioni del dopoguerra, il Louvre, e al suo interno la scultura greca arcaica e l’ arte delle Cicladi. Espone una volta al Salon de Mai, e anche in una collettiva alla galerie Maeght; ma l’unico incontro folgorante è quello con Brancusi, che va a visitare nel suo studio. Parlano: e Chillida ricorderà l’affabilità di quel grande vecchio. Sembra che abbiamo discusso del problema della base nella scultura: ma forse quello di cui hanno soprattutto parlato riguarda la semplicità della scultura» (Fabrizio D’Amico, ”la Repubblica” 21/8/2002).