Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  settembre 21 Sabato calendario

Endt David

• l’Aja (Olanda) 12 febbraio 1954. Ex giocatore e ora team manager dell’Ajax. «Tifosissimo interista, parla un italiano quasi perfetto: “L’ho imparato leggendo la ‘Gazzetta dello Sport’. È stata la mia bibbia sportiva, ma anche il mio dizionario. Volevo sapere tutto dell’Inter e sono stato costretto a imparare l’italiano”. Tutto cominciò nel ‘62: “È un peccato di gioventù, al quale non voglio rinunciare. Avevo otto anni e l’Inter stava per vincere il primo scudetto del presidente Moratti e di Herrera allenatore. Io vivevo alla periferia di Amsterdam e passavo gran parte della giornata a giocare a calcio. I club olandesi non riuscivano a fare strada in Europa, i nostri idoli giocavano all’estero: Real Madrid, Benfica, Milan e Inter, la squadra del mio cuore. Un sogno di ragazzo, che non si è ancora esaurito e credo non si esaurirà mai. Facchetti, Suarez e Corso erano un mito, ma io mi ispiravo a Sandro Mazzola, perché segnava tanti gol, in campo era un fulmine ed era magro come ero magro io allora. Quell’Inter vinceva sempre e vinceva tutto, era una squadra strepitosa e io sul campetto mi sentivo uno di loro, anche se c’era un altro giocatore che avevo visto in una figurina e non vestiva di nerazzurro: Dino Zoff. Mi aveva colpito il nome, non molto italiano. Se finivo in porta, era lui il mio modello. Quando l’Inter giocava in Coppa dei campioni, si aspettava di vedere la partita in tv con un’emozione speciale. Un paio di miei amici andarono a San Pellegrino, dove Herrera portava in ritiro l’Inter. Il loro ritorno ad Amsterdam fu una festa, fra maglie nerazzurre e autografi”. Endt non ha mai tradito l’Inter, nemmeno quando è diventato un calciatore vero: “Avevo sedici anni, entrai nella squadra juniores dell’Ajax, poi nella ‘Primavera’ e infine in prima squadra. Giocavo mediano, come il Bertini dello scudetto ‘71, oppure terzino”. A 18 anni “andai a vedere Ajax-Inter, la finale di Coppa dei campioni a Rotterdam, era il 31 maggio ‘72. Il biglietto lo feci acquistare in Italia, perché non volevo stare in mezzo ai tifosi olandesi. Andai allo stadio di Rotterdam, indossando una maglia nerazzurra e con una grande bandiera con la scritta: Forza Inter. Vinse l’Ajax, con una doppietta di Cruijff, troppo forte e, quando tornai ad allenarmi con l’Ajax, due giorni dopo, i miei compagni di squadra mi presero in giro a lungo e senza pietà”. Endt non ha mai dimenticato l’Inter: “L’ho seguita in mezza Europa, ogni volta che ha giocato in Olanda, Belgio, Germania, Inghilterra, Danimarca e Svezia, ho tifato tanto e non sono pentito, anche se qualche volta sono rimasto deluso. Negli anni ho imparato ad apprezzare un campione che è diventato uno dei simboli dell’Inter: Giuseppe Bergomi”» (f. mo., “Corriere della Sera” 21/9/2002).